A chi gli chiedeva quale fosse stato il suo miglior investimento Luigi Lucchini era solito rispondere: "I soldi meglio spesi sono quelli persi resistendo agli scioperi". Correvano gli anni Settanta e quella non era una battuta, ma l' enunciazione di una linea politica che, quando venne poi fatta propria dalla Fiat a Mirafiori, avrebbe cambiato la storia d' Italia ponendo fine allo strapotere sindacale. Adesso quella linea sembra riaffiorare alla Fiat di Melfi: muro contro muro tra azienda e Fiom, cariche della polizia, spaccatura tra i sindacati. Parlando ai manifestanti, il leader dei metalmeccanici della Cgil, Gianni Rinaldini, evoca con le lacrime agli occhi il suo maestro scomparso, Claudio Sabattini, che aveva guidato gli operai di Torino alla sconfitta dopo 35 giorni di blocco dei cancelli e che ora avrebbe avuto la rivincita assistendo alla ribellione dei lavoratori lucani. Negli stessi giorni, il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi, uno dei principali sostenitori della Confindustria damatiana nell' inutile battaglia sull' articolo 18, invoca l' intervento della forza pubblica. Che scatta senza alcuna richiesta specifica da parte della Fiat. La palla di neve comincia a rotolare e a farsi valanga con le dichiarazioni dei politici. Tanto che Umberto Agnelli comincia a temere l' influenza negativa dell' imminente campagna elettorale. In effetti, il contrasto che si è aperto nello stabilimento più moderno e importante del gruppo Fiat non ha molto a che vedere con il braccio di ferro del 1980. Allora la Fiat doveva tagliare 22 mila posti di lavoro per evitare il tracollo. A Melfi nessuno vuol ridurre l' occupazione. Sono in gioco tre questioni di carattere squisitamente sindacale: la gestione del lavoro notturno; la revisione delle retribuzioni; l' intensità del lavoro. Il malessere dei dipendenti ha le sue giustificazioni. Nel 1994, quando Melfi aprì, l' età media era di 26 anni. In 10 anni ci sono stati matrimoni, figli, logorio, malattie professionali. Quello che bastava non basta più. Agli esordi i neoassunti andavano e tornavano da casa al lavoro indossando l' abito da lavoro granata. Era la manifestazione di un consenso diffuso, premessa indispensabile al buon funzionamento della fabbrica contemporanea senza scorte di magazzino, assai efficiente ma anche assai fragile di fronte al conflitto. La vertenza di Melfi andava prevenuta e comunque affrontata in loco avendo il coraggio di dire una parola di verità su un punto cruciale: le condizioni di minor favore per i dipendenti pattuite per il Mezzogiorno non hanno scadenza o possono, con il tempo, venir riconsiderate? Questo non è finora accaduto. Si potrà cercarne le ragioni in una certa disattenzione dell' azienda per il fuoco che covava sotto la cenere, oppure nel convergente radicalismo della sinistra sindacale e di una parte della maggioranza di governo che, sia pure da opposte sponde, vedono come il fumo negli occhi le prove di intesa tra la nuova Confindustria di Montezemolo e il sindacato, Cgil compresa. Ma a questo punto è una ricerca che conta poco. Meglio guardare avanti per cacciare i fantasmi del 1980. Il ministro del Welfare, Roberto Maroni, rifiuta di intervenire in una vertenza che è solo sindacale. Nega così alla Fiom la legittimazione che deriverebbe da una convocazione delle parti al ministero. E la lascia sola con la responsabilità, insistendo, di mettere in difficoltà il gruppo Fiat nel momento in cui sta recuperando qualche quota del mercato nazionale dell' auto. Che questa sia la manifestazione di una sempre auspicabile neutralità o un' astuzia tattica per poi attribuire la crisi della Fiat ai "comunisti", è ormai una questione secondaria: anche perché sarebbe una sconfitta per tutti scoprire che basta un Rinaldini per mettere al tappeto il primo gruppo industriale italiano. L' amministratore delegato, Giuseppe Morchio, ne è così consapevole che ieri ha scritto ai dipendenti scendendo personalmente in campo. Morchio è un uomo nuovo. Non ha responsabilità sul passato. Ha chiesto di rimuovere i blocchi stradali e ha invitato la Fiom al tavolo. Cgil, Cisl e Uil, con diversi accenti, cercano anch' esse una via d' uscita. Sarebbe auspicabile che tutti abbiano poi qualcosa di serio da dirsi e da dire alla gente di Melfi. Tornare a investire in scioperi sarebbe la peggiore delle soluzioni.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>