In uno di quei giorni surreali che ormai sono diventati la realtà quotidiana della guerra in Iraq, George Bush riceve la commissione d'inchiesta sull'11 settembre nello Studio ovale per una tazza di caffè e due chiacchiere cordiali, mentre uno dei suoi generali è rimosso da Bagdad perché torturava prigionieri nella stessa prigione degli orrori saddamiti e altri dieci marines saltano in aria. Questi mondi paralleli, di fantapolitica e di guerra reale, di propaganda ottimista e di notiziari terrificanti, continuano a viaggiare senza incrociarsi più da tempo, nell'universo immaginario di Bush.
Ma non c'è nulla di immaginario, purtroppo, nel piccolo mondo di orrore carcerario che uno dei suoi generali, anzi, una generalessa, aveva creato proprio nel ventre più truce dell'Iraq di Saddam, il carcere di Abu Grahib, dove i prigionieri degli americani erano, secondo l'inchiesta dell'avvocatura generale dell'esercito, torturati. Non sevizie psicologiche, o semplici maltrattamenti o detenzioni illegittime come a Guantanamo, ma proprio classiche, inconfondibili torture. Prigionieri ammucchiati come tronchi in fascina, per soffocarsi reciprocamente. Scritte e tatuaggi infamanti sui loro corpi. "Atti indecenti", sodomizzazioni forzate e pubbliche, di fronte agli occhi dei poliziotti militari e gli immancabili classici della tortura, già applicati con passione dai parà francesi nella loro guerra contro gli insorti musulmani algerini, gli elettrodi ai testicoli. Il vortice delle operazioni antiguerriglia, sempre, conduce a My Lai, all'Algeria, alla Somalia, all'odio.
Se oggi, 14 mesi dopo la "liberazione" questo segreto vergognoso è venuto a galla, lo dobbiamo a un sergente sconvolto da quel che vedeva, che ha contrabbandato fuori dal Abu Grahib foto proibite e dalla pronta inchiesta degli uffici legali della Us Army che hanno ottenuto la rimozione della generalessa comandante, Janice e la cacciata di cinque suoi subordinati, nella dimostrazione che i meccanismi dell'informazione e della legalità ancora reggono, nonostante gli sforzi del potere per piegarli alla proprio volontà.
Ma le torture nella vecchia "Villa Triste" di Saddam, proprio quelle azioni che l'invasione avrebbe dovuto cancellare, dimostrano un'altra, ancora più acida verità. Che in ogni guerra senza quartiere come questa, in ogni scontro che assuma il sapore dello"scontro di civiltà" sempre le truppe occupanti sono esposte al rischio della rabbia e della vendetta più feroce. m scatenata dalla frustrazione dall'impotenza. "Non posso credere che i miei soldati abbiano fatto questa cose" ha mormorato il generale Kimmit vedendo le foto che gli mostrava il giornalista Dan Rather. Ora ci crede.
Di questi inevitabili orrori, nulla è arrivato a Washington, in quella Casa Bianca dove la grottesca rappresentazione dell'interrogatorio che non era un interrogatorio si svolgeva ieri mattina, sul palcoscenico del teatro dell'assurdo bushiano. Per rispondere alla blanda fatica della commissione, Bush si era fatto affiancare, come nelle scuole della nostra infanzia, da un padre o da chi ne fa le veci, da Dick Cheney, il suo tutore e maestro, anche se l'incontro non avveniva sotto giuramento, non era una deposizione, non sarà messo a verbale nè registrato su nastri video o audio, tutto per poter negare, smentire, ritrattare domani. "Una cordiale chiacchierata" l'ha definita lui alla fine, "un utile incontro per meglio proteggere l'America dal terrorismo".
Insomma un breakfast tra signore in salotto, ad ascoltare Bush, caffè e ciambelle servite nell'argenteria ufficiale e nelle porcellane di casa, mentre altri dieci marines morivano in Iraq, le cannoniere volanti C130 Spectre tornavano a battere Falluja con cannoni da 105 mm abbandonando ogni finzione "chirurgica" e a Bagdad il carcere delle torture vomitava i suoi segreti.
Mentre il presidente riceveva i dieci commissari seduto davanti al caminetto dello Studio Ovale con Cheney per coprirgli le spalle, il termometro dei sondaggi pubblicati poche ore prima dal New York Times e dalla Cbs tv, avvertiva che il sostegno popolare della nazione a questa guerra di occupazione sta sciogliendosi. Un'opinione pubblica che aveva appoggiato la guerra "al terrorismo" e alle "armi di distruzioni di massa", come l'invasione dell'Iraq era stata presentata, con percentuali fino al 75%, e ancora la approvava con il 63% al momento della cattura di Saddam in dicembre, oggi è ridotta per la prima volta a una minoranza, al 47%.
Se la battaglia di Falluja, che il prudente Henry Kissinger ha definito "il punto di svolta" della guerra dovesse trascinarsi ancora a lungo, questa slavina del consenso potrebbe riversarsi contro lo stesso Bush che ancora non ne paga, grazie alla inconsistente evanescenza dell'avversario John Kerry, il prezzo nei sondaggi elettorali. Qualcosa, nel fronte interno ammirevolmente e ostinatamente compatto finora attorno alla guerra si sta incrinando. Mostrano crepe i grandi media indipendenti, rompendo l'omertà patriottica, abbandonando gli eufemismi e gli ottimismi "politically correct" usati dai propagandisti di Bush, rivelando il caso della generalessa torturatrice, soprattutto restituendo un volto e un nome alle fredde statistiche dei caduti e feriti.
Cnn e Washington Post pubblicano ormai regolarmente il ruolino dei morti, ormai arrivati a 740, gli effettivi di un battaglione intero inghiottito al fronte, il massimo numero di soldati americani uccisi dopo il Vietnam.
"Nightline", una delle trasmissioni giornalistiche più rispettate e serie della seconda serata condotta da Ted Koppel, dedicherà un'intera puntata, lunedì sera, ai "fallen", ai caduti, lasciando scorrere in silenzio quelle facce di giovani uomini e donne sacrificati sull'altare della tronfia "teologia della liberazione" e degli interessi della destra estrema che proprio Cheney, la "governante" che il padre mise accanto al figlio inesperto quando entrò alla Casa Bianca, incarna.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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