Già a dieci chilometri dalle postazioni dei marines attorno alla città assediata ieri pomeriggio alle cinque lo scenario era di battaglia. Non un veicolo civile. Cani randagi in fuga tra le macerie di capannoni industriali bombardati. E in lontananza i colpi sordi delle bombe, raffiche di mitra, aerei a bassa quota. Siamo al seguito di un convoglio di leader religiosi sunniti legati ai Consiglio della Shura, che da gennaio sta cercando di costruire una rappresentanza politica in grado di contrapporsi ai "cugini" sciiti. "Andiamo a Falluja per contribuire a negoziare la tregua", spiega lo sceicco Abdul Kadir al-Ani, il leader votato a grande maggioranza da tremila notabili la fine dello scorso dicembre a Bagdad. Falluja è la loro prova del nove. Se riusciranno ad avere voce in capitolo vorrà dire che le loro speranze di imporsi sulla scena politica nazionale sono fondate. Ecco perché all' ultimo posto di blocco Usa prima della città assediata insistono tanto per entrare. I marines li guardano incuriositi: "Oggi siete il quinto o sesto gruppo che si offre di mediare. A chi dovremmo credere?", chiede scettico un sergente. Nell' attesa, si intavola una trattativa via radio con il comandante americano. "Siamo venuti per convincere gli uomini della guerriglia a deporre le armi. Vogliamo la pace. Se voi terminate l' assedio noi consegneremo le armi pesanti e garantiremo la costituzione di pattuglie miste tra marines e polizia locale", dice al-Ani. Un suo fedele, si fa chiamare ingegner Hamid, srotola una grande cartina della città mostrando le aree degli ultimi combattimenti: la zona della stazione ferroviaria, il quartiere degli ufficiali del vecchio esercito di Saddam, un paio di moschee nei sobborghi meridionali. E' riuscito a uscire clandestinamente dall' assedio per farci da guida. Con lui un guerrigliero mostra il video amatoriale di alcune fasi dei combattimenti la settimana scorsa. Si vedono gruppi di uomini con gli Rpg anticarro in spalla che pattugliano un incrocio. Si affiancano giovani armati di Kalashnikov che sparano disordinatamente per attirare i veicoli americani. Quando questi si affacciano a 300 metri di distanza, i ragazzini sui tetti lanciano lunghi fischi. Entrano in azione gli Rpg che provocano la risposta dai cannoncini delle autoblindo. I portavoce americani accusano la guerriglia di usare moschee, ospedali e persino cortei funebri per trasportare armi e munizioni: "Hanno nascosto mitra e bombe nelle bare". Ma i religiosi negano: "Non c' è alcuna prova, sono accuse infondate". Dopo circa un' ora di attesa, riceviamo finalmente luce verde per entrare. "Questa notte resterete dentro. Ma domani potrete muovervi liberamente perché è stata negoziata una tregua seria", spiegano i marines. Giunge voce che l' accordo sia fondato sul principio per cui un gruppo di circa 1.100 uomini delle vecchie forze di sicurezza,, comandate da un ex generale, abbia accettato di creare un corpo di spedizione ad hoc che nelle prossime ore dovrebbe riprendere a pattugliare Falluja. Potrebbe rivelarsi il primo risultato concreto della politica di riabilitazione dei baathisti annunciata pochi giorni fa dal governatore Usa, Paul Bremer. Per la prima volta dalla fine della guerra, gli elementi sunniti del vecchio esercito tornerebbero a lavorare. Ma proprio mentre ci mettiamo in moto, sono circa le sette, riprendono i combattimenti. Almeno sei forti esplosioni. Il Pentagono smentisce ogni accordo. "Stiamo ancora lavorando per raggiungere un' intesa. Per ora i nostri soldati non si ritirano", dice il vicesegretario alla Difesa, Paul Wolfowitz. "Non possiamo garantire la vostra incolumità", dicono i leader sunniti tornando indietro. E' la riprova delle difficoltà incontrate dai negoziatori Usa: "Ci sono troppi gruppi che si dicono rappresentanti della guerriglia. Ci parlano, raggiungiamo un' intesa, ma poi da Falluja non la rispettano". Nella città assediata è in corso un braccio di ferro parallelo a quello con gli americani. E' la sfida tra le tribù (specie quelle degli Abu Aissa e dei Duleima) e le componenti della guerriglia per imporre la loro egemonia. E nel caos la battaglia continua.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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