Potrebbero prenderla in poche ore. Prima il bombardamento dell' aria. Poi l' attacco frontale delle brigate corazzate. E Falluja cadrebbe subito. Cosa possono fare 2.000 guerriglieri con Rpg e kalashnikov contro il meglio dei marines? "Ma Falluja è molto più che un problema militare", ha spiegato ieri il generale Mark Kimmitt, portavoce delle truppe Usa in Iraq. In effetti il problema è di immagine, un dilemma politico. Gli americani con i loro alleati della coalizione si presentano come truppe di liberazione. Ma come potrebbero giustificare i morti civili, le fotografie delle case sventrate, le moschee colpite, una città devastata? Un dilemma a cui non sembrano aver dato ancora risposta. Non a Falluja, cuore delle zone sunnite più fedeli all' ex regime e comunque decise a combattere le truppe della coalizione. Ma neppure nelle città sante sciite di Najaf e di Kut, dove le milizie armate fedeli al leader fondamentalista Moqtada Al Sadr oppongono una forte resistenza e ieri sono tornate a minacciare "attacchi kamikaze di massa". Dopo i combattimenti violentissimi, che martedì prima dell' alba avevano causato quasi 70 morti a Najaf e in serata avevano fatto credere che i marines stessero lanciando l' attacco finale contro Falluja, ieri la situazione è tornata a essere di stallo. A Najaf ha prevalso una calma carica di tensione. A Falluja, invece, di sera si è tornato a sparare. E nel nord, a Mosul, migliaia di persone sono scese in piazza, per festeggiare il 67° compleanno di Saddam Hussein, bloccando i quartieri del centro. Per spiegare la situazione si è mosso lo stesso George Bush. "Credo che alcuni quartieri di Falluja siano tornati alla normalità. In altri restano gruppi di terroristi isolati. Comunque non ci saranno ritardi nella data del 30 giugno. "I nostri comandanti militari intraprenderanno tutte le azioni necessarie per mettere in sicurezza Falluja", ha spiegato il presidente Usa, indicando che le operazioni militari delle ultime settimane e il tentativo di smantellare le milizie armate hanno l' obiettivo di garantire che il passaggio dei poteri al nuovo governo iracheno si svolga nei tempi e modi previsti. Gli ha fatto eco, da Berlino, il segretario di Stato, Colin Powell: "Stiamo molto attenti a non colpire i civili. Purtroppo le milizie si nascondono nelle moschee e negli ospedali, e usano i luoghi santi a Najaf e Karbala per occultare le armi". Ma il tempo non sta con la coalizione. I comandi americani sanno che il protrarsi dello stallo alimenta le fila degli scontenti. A Falluja nelle ultime 48 ore si usa la tattica del bastone e della carota. Dopo una notte di combattimenti, ieri mattina i marines sono tornati a offrire il cessate il fuoco. "Siamo ancora determinati a cercare le trattative", ha spiegato Kimmitt. Ma si è anche mostrato molto scettico. "Il fatto è che i notabili locali con cui trattiamo poi non sono in grado di far rispettare gli accordi dalla loro gente. Ci avevano promesso la consegna delle armi pesanti, e non lo hanno fatto; la resa dei guerriglieri stranieri, e non si è visto nessuno; l' avvio di pattuglie miste tra i nostri soldati e la polizia irachena, ma non hanno funzionato". Quindi Kimmitt è tornato a spiegare ciò che aveva detto all' inizio dell' assedio: "I terroristi di Falluja e Najaf non si facciano illusioni. Un anno fa abbiamo sconfitto l' esercito iracheno in tre settimane. Potremmo batterli in poche ore, l' opzione militare è semplice, veloce, diretta. Ma, se possibile, preferiremmo una risoluzione pacifica della crisi". Ieri sera sembrava però che anche i tempi supplementari fossero al termine. Alcuni elicotteri avevano ripreso a bombardare le zone della periferia e numerosi civili stavano cercando di evacuare le aree più pericolose.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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