Molti temono nuove esplosioni di violenza, nelle province thailandesi che si protendono verso la penisola malese dove mercoledì scorso una serie di scontri ha lasciato sul terreno ben 107 vittime secondo l'ultimo bilancio: 102 giovani e giovanissimi "banditi" (secondo il governo) o separatisti islamici e 5 soldati. Nelle tre province coinvolte (Pattani, Songkhla e Yala) vige lo stato d'emergenza. E ieri, venerdì, tra i fedeli che sono andati nelle moschee in quelle province a maggioranza musulmana, la rabbia era palpabile. "Tutti sono sconvolti", dice a un cronista della reuter Yosof Samail, capo della preghiera nella moschea centrale di Pattani, capoluogo dell'omonima provincia. E' là che l'altro giorno è avvenuto l'episodio più sconcertante: polizia e militari hanno assaltato la moschea stessa, con granate e mitragliatori, per snidare i giovanissimi armati che vi si erano rifugiati: 34 morti. "Perché l'esercito ha ucciso quelli nella moschea, perché hanno usato armi pesanti?", continua il capo religioso al termine della preghiera del venerdì. E' la stessa domanda che si fa un brigadiere (musulmano) della polizia locale, uscendo dalla preghiera: "L'esercito poteva chiedere ai religiosi di convincere quella gente a uscire e consegnare le armi. Invece li hanno uccisi tutti".
Nelle moschee del confinante stato di Kelantan, Malaysia, sono risuonate parole ancora più dure: "Questa è oppressione, è stato un massacro contro i musulmani", ha tuonato Sallehuddin Ayob, capo del braccio giovanile del Parti Islam se-Malaysia, il Partito islamico di Malaysia che governa quello stato (anche se è ridimensionato a una piccola minoranza politica su scala nazionale). Gli eventi di Pattani e delle vicine province ora preoccupano il governo della Malaysia. Le autorità di tutti gli stati malaysiani confinanti con la Thailandia hanno deciso di rafforzare i controlli di frontiera - ma è un confine più che permeabile. temono che sarà varcato da ondate di rpofughi o da guerriglieri in fuga se altre violenze seguiranno, come molti si aspettano.
Ieri il primo ministro malaysiano Abdullah Ahmad Badawi ha annunciato che il suo paese potrà accogliere temporaneamente i thailandesi che dovessero fuggire dalle violenze - un'offerta che suscita sospetti a Bangkok. Il vicepremier malaysiano Najib Razak viaggerà la settimana prossima nella capitale thailandese "per avere un quadro chiaro dell'accaduto".
In effetti la dinamica degli eventi di mercoledì non è chiara: all'alba diversi gruppi di quei "crinimali" - che le foto mnostrano con bande verdi sulla fronte come usano i combattenti islamici votati al martirio - avrebbero attaccato posti di polizia dove agenti e militari li aspettavano: tanto che sono questi giovanissimi, alcuni armati di fucile ma la gran parte solo di sciabole e machete, a restare morti sul terreno. Mercoledì il premier thailandese Thaksin Shinawatra ha detto che gli assalitori sono semplici criminali, giovani arruolati da bande di trafficanti. Ma ora i militari dicono di dare la caccia ad altre "migliaia di insorti". E ieri il ministro dell'interno Bhokin Balakula ha precisato: "E' stata una combinazione di separatisti, criminali e trafficanti di droga, ma i separatisti sono la principale forza in gioco".
Il ministro ha detto così quello che tutti sanno: negli ultimi mesi è ripreso l'attivismo di movimenti separatisti in queste province di popolazione musulmana (in una Thailandia buddhista) e etnicamente malesi. E certo l'eccidio di mercoledì convincerà i musulmani thailandesi di essere oggetto di una persecuzione. Del resto la moschea Krue Se, assaltata mercoledì, è un luogo significativo: ha quattro secoli e rappresenta l'antica indipendenza del Sultanato di Pattani, uno dei primi regni musulmani in Asia di sud-est, annesso al regno del Siam solo un secolo fa. Insomma: in Thailandia torna lo spettro del separatismo islamico, che negli anni `90 sembrava pacificato. E torna, questa volta, con tutti i dubbi di una possibile saldatura con movimenti regionali come la Jemaah Islamiyah indonesiana (che ha diramazioni in Malaysia e nelle Filippine), o con lo spettro di al Qaeda. Intanto resta una repressione inaudita. Ieri a Ginevra il vicecommissario dell'Onu per i diritti umani, Bertrand Ramcharan, ha chiesto al governo thailandese una "pronta e trasparente inchiesta" sulla strage.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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