Strano. Mai viste tante auto in coda verso la Slovenia come ieri, 30 aprile, ultimo giorno della vecchia frontiera. Una grande corsa prima dello scoccare della mezzanotte, ora d' ingresso di Lubiana nell' Unione Europea. Assalti ai negozi, fino a Postumia, Caporetto, Kranjska Gora. Italiani a comprar di tutto: forni a microonde, mountain bike, pezzi di ricambio, frullatori, sci. Ma non doveva essere oggi il Grande Inizio, il tempo del libero scambio dopo decenni di balzelli, controlli e vessazioni? Invece no. Per qualcuno il 30 aprile è solo la fine della pacchia. Trenta aprile, ultimo giorno dell' esenzione dall' Iva in terra slovena. A Roma mica lo sanno. Qui l' avviso acchiappa-clienti era esposto dappertutto, nella pioggia, oltre la sbarra. Venghino venghino signori, ultime ore per comprare. Certo, a mezzanotte la bandiera stellata è salita sui pennoni, salutata da orchestre, cori, tappi di champagne, discorsi, frittate e falò. Ma son saliti anche i prezzi, maledetti e subito. E la gente si è adeguata in anticipo. Che manicomio la frontiera. Narrano che quando nel giugno del '91 i carri armati jugoslavi occuparono questi stessi confini perché la Slovenia si era proclamata indipendente, un triestino in scooter sfidò le cannonate e si presentò alla pompa deserta per fare un pieno. Lo filmò, incredula, anche la Bbc. Crollava nel sangue l' ultimo pezzo di Europa comunista, ma il vespista pretese la sua jugo-miscela dal benzinaio terrorizzato. Per tremila lire in meno. Non era solo business. Il vespista semplicemente rifiutava che la "Jugo" finisse. La "Jugo" era la sua certezza. Le frontiere stanno sempre nella testa prima che sul terreno. Specialmente questa; l' unica d' Europa dove l' allargamento a Est coincide sia col vecchio muro tra i Blocchi sia col fronte della Grande Guerra. Sembra impossibile che cambi. Quando, anni fa, annunciarono che l' Austria sarebbe entrata nell' Unione, a Tarvisio rimossero l' evento. Sapevano che era inevitabile, ma fino all' ultimo autotrasportatori e commercianti fecero finta di nulla. E alla fine dovettero chiudere malamente bottega. Trenta aprile, l' Europa vola alto, per fortuna. Ma a livello del terreno, sui 232 chilometri di confine da Tarvisio all' Istria, scatena negli individui tempeste di sentimenti. Indifferenza, gioia, nevrosi, rifiuto, orgoglio, liti, opportunismo, allegria, paura, speranze, mugugni. In pratica, cambia poco: restano i cippi, i controlli di Schengen, le pattuglie anti-clandestini. Ma simbolicamente cambia tutto, nulla è più come prima. Cade un muro storico, oltre non c' è più "il nemico". E poiché sulle frontiere le identità si costruiscono "contro", ora manca la stampella. Muri invisibili sorgono dappertutto. All' osteria di Zolla, provincia di Trieste, sotto una chiesa medievale fortificata a trecento metri dalla sbarra, gli anziani della comunità slovena giocano a briscola. Tipi duri, da bandiere rosse. Dovrebbero essere felici di riagganciarsi ai fratelli di lingua. Invece no. Brontolano. "Ci hanno rubato il corteo del primo maggio". "I sindacati hanno trasferito tutto a Gorizia, e chi se ne frega di Gorizia". Questa storia dell' ingresso di Lubiana in Europa li spiazza. Non possono dirlo e non sanno con chi prendersela. Ma, sotto sotto, leggi il mal di pancia di gente cui la vecchia frontiera ha dato tutto: lucrose intermediazioni con l' Est, attenzioni da Lubiana, soldi da Roma. Ora, anche lì, festa finita. Verso Gorizia, la piccola Berlino, le cose cambiano. Qui il confine è stato più maledizione che rendita, e ora, pur tra mille "se" e mille "ma", si spera che le cose migliorino. Anche gli sloveni d' Italia cambiano. Riattivano naturalmente con i cugini di Lubiana la vecchia fratellanza asburgica. La festa d' Europa sembra quasi una riunificazione tra soli sloveni. Quelli di lingua friulana, invece, festeggiano poco. Si sentono lontani dall' evento, come se fossero veneti o lombardi, come se la cosa non li riguardasse. "L' evento non è pienamente recepito" lamenta il settimanale della diocesi. E ricorda agli smemorati i tempi in cui dietro ogni cespuglio c' era un mitra sulla frontiera. Sulle colline orientali i fuochi della festa si sono accesi a decine, fino a notte fonda. Fuochi del primo maggio, ma anche per San Floriano, il santo di primavera che caccia i diavoli e saluta l' età adulta degli adolescenti. Fisarmoniche, cori. Un fervore di feste, concerti, cerimonie. Una quantità tale di iniziative sparse nelle valli, che nemmeno la Digos sa esattamente cosa accade, in questo weekend di fuoco, sulla frontiera più sensibile d' Italia. "Potrebbero passare clandestini a migliaia, non ce ne accorgeremmo nemmeno", ti dice la gente. Il Comune di Gorizia, teatro delle manifestazioni-clou, è alla disperazione, preso in mezzo tra l' euforia degli sloveni di qua e l' orgoglio degli sloveni di là, che vorrebbero organizzare tutto. E poi, le incomprensioni con gli italiani. Sarà anche caduto il Muro, ma intanto non si è riusciti a dare un unico nome alla piazza dell' evento. "Chiamiamola Europa" aveva chiesto il sindaco di Nova Gorica. "Magnifico!" aveva esultato quello di Gorizia. Poi il consiglio comunale della parte italiana ha votato contro. Motivo: non c' era ragione di cambiare il nome vecchio. E di fare quello che vogliono gli sloveni. Mica comandano loro. Giorni prima si era sparsa la voce che il coro di Trieste si rifiutasse di cantare l' inno nazionale sloveno la notte dell' Europa, cosa ovviamente falsa. Intanto, sul monte Sabotino, bene in vista dalla piazza della cerimonia, ricompariva la scritta "Nas Tito", ripulita da nazionalisti di Lubiana. Anche qui, il muro psicologico tentava di ricrescere. Ad accentuare caos e incomprensioni, la mancanza di una regia governativa, di un segnale alto che desse senso all' evento. Assente Berlusconi. Assente persino Fini, che pure dieci anni fa a Gorizia aveva picconato il muro prima di chiunque. Ma una cosa è "sfondare" sulla Slovenia post-comunista. Altra cosa è darle, oggi, il benvenuto alla pari. Si rischiano troppi voti a destra. Così l' Italia, con un solo confine da "allargare", si è vista surclassata persino dalla piccola Austria, che pure ne ha quattro - Slovenia, Cechia, Slovacchia e Ungheria - ed è stata ufficialmente presente su tutti. Persino Haider ha fatto meglio di noi. "Il rischio - ti dicono a Gorizia - è che, dopo la grande sbronza d' Europa, su questa frontiera torni il silenzio. La ciucca di una sera, col vino del Collio gratis, e poi fine". Da anni Moreno Miorelli organizza incontri di frontiera a Topolò, un villaggio sperduto sui monti. E' felice, vede spalancarsi una dimensione che ridicolizza i nazionalismi e le fobie. Ma osserva: "Il linguaggio della politica è pieno di fanfare. Chi lavora sul concreto della convivenza, invece, vede pochi cambiamenti. E' deluso quasi di dover mostrare ancora la carta d' identità". Da queste parti, scrive Maurizio Bait nel suo libro appena uscito "La frontiera leggera", solo "i morti e i pazzi" mostrano di ignorare "la frontiera nella sua ossessiva consistenza". La linea maledetta è passata su tutto, come l' acido, anche sui cimiteri. Quello ebraico di Valdirose, rimasto per 500 metri in Slovenia, versa in stato pietoso. Cipressi secolari tagliati di netto, la cappella adibita a bar casinò. Eppure contiene la tomba dello scrittore Carlo Michaelstaedter - rievocato da Claudio Magris - e dei caduti yiddish che combatterono per l' Austria Ungheria. Lamenta Massimo De Bortoli: "E' incredibile come nell' euforia di queste ore tutti si siano scordati di questa grande memoria europea".
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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