Mosche, caldo, neppure una tettoia contro il sole o la pioggia. Non una panca. Solo filo spinato, ordini urlati in una lingua sconosciuta da dietro le casematte irte di mitragliatrici e protette da barriere grigioverde di sacchetti di sabbia. E dietro il muro un figlio che è svanito nel nulla. Tante settimane fa. Alì Hussein Al Eghadi non le conta più. "E'sparito negli ultimi giorni del Ramadan, era novembre", dice. Più o meno come descrive i suoi anni. Non li conta. "Sono nato nel 1937. Mio figlio Jafar è del 1976. Fate voi il calcolo", sussurra con la lingua riarsa. Le sue paure ora sono altre. "Alla televisione fanno vedere quelle immagini vergognose. Sono terrorizzato. Al Jazira ieri annunciava che qualche prigioniero potrebbe essere morto. Ma io non so. Non so nulla. La cosa più terribile è non sapere, questa incertezza assoluta". Così da novembre, almeno cinque volte la settimana, Alì prende un taxi scalcagnato nel centro di Bagdad e percorre la ventina di chilometri per venire al carcere di Abu Ghraib. Attende, fa un segno ai soldati. Qualche volta gli sorridono, ma per lo più lo ignorano. Un paio di mattine sono venuti brandendo i mitra e l'hanno spinto via. "Ma io cosa facevo? Niente, cercavo solo di capire dove sta mio figlio". Anche oggi se ne tornerà a casa con un pugno di mosche. Ecco la porta principale del terribile carcere di Abu Ghraib. Un anno fa era il cuore della macchina repressiva di Saddam Hussein. Dietro queste mura calcinate dal sole, le torrette di guardia, i cortili, che erano campi di fango d'inverno e deserti di polvere sporca d'estate, si consumavano giorno dopo giorno i crimini della dittatura. Sembra che in un trentennio oltre 9.000 prigionieri, per lo più oppositori politici, siano stati fucilati o impiccati dopo torture indicibili. Ed è davvero un paradosso che proprio Abu Ghraib si stia trasformando nel baratro della vergogna americana a un anno dalla "liberazione". Una volta ci venivano timorose e spaventate le famiglie delle vittime della dittatura. Ieri le stesse file di gente, gli stessi occhi imploranti, padri, sorelle, mogli, madri: tutti in attesa, tutti alla mercè di un segnale, una speranza. "E'come prima. Anzi peggio di prima", dice Aliah Mahmud, 60 anni, di Mosul. Il 23 settembre le squadre speciali della celebre Brigata 101 americana (la stessa che ha dato la caccia a Saddam Hussein) irrompevano in casa loro alle 2 di notte e arrestavano suo marito Salah (60 anni), e i tre figli, Mohammad (19), Omar (21) e Shahin (24). Lei non cerca neppure di nascondere che suo marito era un attivista del partito Ba'ath locale. "Si occupava dell'amministrazione ed era stato poliziotto", racconta. Da allora il silenzio. "Nessuno mi ha mai dato una spiegazione, non c'è mai stato un mandato di cattura. Qualche giorno dopo alla base americana, posta nell'hotel Oberoy di Mosul, una segretaria mi disse che erano stati trasferiti all'aeroporto locale. Poi in dicembre la Croce Rossa mi fece sapere che erano finiti a Abu Ghraib". E da allora? "Non li ho mai visti. Ho cercato l'aiuto di un avvocato. Ma mi hanno detto che sono solo soldi buttati via. Se non c'è accusa non c'è processo e se non c'è processo non è possibile intraprendere alcuna azione legale", aggiunge. Una donna sciita vestita completamente di nero piange in silenzio. È accovacciata a terra. Stremata. Viene da Karbala, il viaggio le porta via tre ore, interrotto dai posti di blocco e dalle tensioni di un Paese sconvolto dalla guerriglia. Ogni volta che si mette in taxi è un terno al lotto. Cerca due fratelli, arrestati 9 mesi fa. E come prova della loro esistenza possiede solo un bigliettino stropicciato che tiene nelle mani come fosse la cosa più preziosa al mondo. A malapena, mezzo cancellato dal sudore e la sporcizia, si legge un nome, Leith Madhi Latif, e il numero di matricola carceraria segnalato dalla Croce Rossa: 115939, capannone numero 5. "Oggi sono arrivata alle 10 di mattina. Ma le guardie mi hanno detto, vieni domani alle 7. Mi prendono in giro?". No, non la prendono in giro, secondo Sa'ad Abdallah Sa'ad, un tizio sulla trentina che arriva da Tikrit per cercare di vedere il fratello Hussein, di 40 anni. "Lo sappiamo tutti cosa vogliono. Soldi. Il problema è che gli americani non vogliono trattare con noi direttamente. E ai posti di controllo davanti alla prigione ci mettono i collaborazionisti iracheni. Criminali. Gente senza vergogna. Collaborazionisti che si fanno pagare sino a 300 dollari per aiutarti a incontrare i tuoi cari. E se non paghi, niente da fare", spiega rassegnato. Delle notizie delle torture e delle umiliazioni sessuali quasi non vuole parlare. "Non lo voglio credere. Non ci voglio pensare. Spero non abbiano fatto nulla a mio fratello". E tra un capannello di donne velate si sussurra l'ennesima storia tra quelle che fioriscono ogni giorno su questo piazzale di attesa. "Una ragazza di Beji ha fatto giungere una lettera ai gruppi della guerriglia", raccontano. "Vi prego sparate con i mortai sui padiglioni delle prigioniere. Gli americani le mettono incinte. Meglio morire che la vergogna per le famiglie!".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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