Li abbiamo visti partire ieri mattina alle 8 dall'hotel Palestine. Si erano messi in auto pochi minuti prima di noi. Tre giornalisti stranieri con l'autista-interprete iracheno. Sorridevano, carichi di telecamere e cavalletti. Direzione per tutti: Najaf, Kufa e Karbala, il centro delle tensioni tra sciiti e americani. Un'ora dopo due erano morti, il terzo, ferito, veniva portato via dalla polizia irachena. Di quel brevissimo incontro resta un solo pensiero, quasi una premonizione, un'inquietudine veloce come un flash, prima che la loro utilitaria scura, anonima, si mettesse in moto. "Perché non tolgono quella scritta di "Press" dal parabrezza? Si vede che sono appena arrivati. Di questi tempi, meno ti fai notare come straniero meglio è...". Quaranta chilometri più a Sud, superata la cittadina di Mahmudia e sfiorato il villaggio di Latifiya, è ancora la scritta nera "Press" (stampa) sull'adesivo arancione ad attirare l'attenzione. "Guarda ci sono i giornalisti di prima. Hanno avuto un incidente", dice il nostro autista. Rallentiamo. E la scena dell'attentato si offre in tutta la sua crudezza. L'auto appare letteralmente coperta di ghirigori disegnati dai proiettili, specie sulla fiancata sinistra e sul retro. Il lunotto posteriore è infranto. Un corpo giace vicino alla portiera posteriore spalancata. Più tardi sapremo che è quello di Mounir Bouamrane, un algerino-polacco. Ha il cranio crivellato di colpi, il sangue sta ancora impregnando la sabbia. "È un algerino, in genere lavora con i francesi", farfuglia terrorizzato il loro autista che si tampona la spalla colpita. È un miracolato a essere ancora vivo. I terroristi dopo aver sparato dal retro si sono affiancati e hanno tirato al posto di guida. Il cameraman, Jezry Ernst, è trasportato a braccia verso l'auto che lo conduce al vicino ospedale americano. Si lamenta, trema. Sul sedile posteriore giace immobile Waldemar Milewicz, 47 anni, il giornalista che poche ore dopo da Varsavia verrà definito "il miglior reporter di guerra polacco". I colpi di kalashnikov sono entrati dalla nuca e usciti dal collo, dal viso. Ha una gamba lacerata in più punti. La morte deve essere stata praticamente immediata. Era un professionista di grande esperienza. Uomo di punta della Tvp, la rete nazionale, da oltre vent'anni. Veterano dei conflitti nei Balcani, Cambogia, Ruanda. Soprattutto un coraggioso tra i ranghi dei reporter in Cecenia, terra di nessuno, terra dimenticata. Si dice che dopo aver lavorato a Grozny persino la tensione di Bagdad sembra un gioco da ragazzi. Ma il problema in Iraq è che le regole del gioco cambiano di continuo. E adesso torna a essere chiaro che ogni occidentale è un obbiettivo. Ieri gli assassini non hanno chiesto nulla prima di aprire il fuoco. Non un controllo, nessun tentativo di fermare la vettura, non si sono neppure presi la briga di derubare le loro vittime. Hanno sparato per uccidere. I giornalisti potevano essere russi o francesi, gente i cui governi sono considerati amici dalla guerriglia locale. Ma a loro importava soprattutto di uccidere occidentali, rendere l'Iraq sempre più terra di nessuno, trasmettere e ingigantire l'immagine di un Paese nel caos, impossibile da governare. Lo prova il fatto che quando anche noi ci fermiamo a lato della strada, una decina di metri dal luogo dell'agguato, un paio di locali accorrono gridando. "Siete pazzi? Giornalisti italiani, andate via. Qui cercano di uccidere ancora, magari sono nascosti tra la folla di curiosi per attendere nuove vittime, magari sono quei tre tipi vestiti con la jallabiah lunga che vanno in giro dicendo che a sparare sono stati gli elicotteri americani". Non ci pensiamo sopra due volte. Almeno 27 giornalisti hanno perso la vita in Iraq dall'inizio della guerra il 20 marzo dell'anno scorso. Ma occorre calmare il panico del momento. Basta un rapido consulto con gli archivi per ricordare che proprio questa zona a Sud di Bagdad è stata al centro di sanguinosi attentati sin dal luglio scorso. Allora in rapida successione vennero uccisi un dipendente della Croce Rossa e un funzionario dell'Onu. In novembre fu la volta di sette agenti delle squadre speciali spagnole. E tre mesi fa proprio di fronte al benzinaio di Latifiya venne attaccato un convoglio di due gipponi della Cnn americana, morirono due dipendenti iracheni. Altrettanti reporter si salvarono perché a bordo con loro si trovava una guardia armata che aprì il fuoco mettendo in fuga gli aggressori. Ma la situazione sta cambiando sul terreno nelle zone sciite a Sud di Bagdad anche perché da tre giorni le truppe Usa sono tornate a cingere l'assedio contro l'estremista sciita Moqtada al Sadr. Giovedì una quarantina dei suoi uomini inquadrati nelle Brigate al Mahdi sono stati uccisi negli scontri a Najaf, Karbala e Kufa. Ieri la tensione è rimasta altissima. A Bagdad sciiti e sunniti hanno pregato assieme nella moschea sunnita di Abu Hanifah (un fatto molto raro) per lanciare un appello all'unità contro gli "eserciti invasori". Intanto Moqtada al Sadr scortato da 600 miliziani armati, c'era anche una batteria contraerea mobile, ha percorso la decina di chilometri che separano Najaf dal suo quartier generale a Kufa. E qui ha pronunciato il sermone del venerdì denunciando ancora una volta le torture e le umiliazioni subite dai prigionieri iracheni per mano americana. "Come osate venire a predicare la democrazia? Quale libertà possiamo attenderci quando siete voi i primi a torturare i prigionieri?", ha tuonato. Nello stesso momento un suo rappresentante a Bassora, lo sceicco Abdul Sattar al-Bahadli arringava la folla invitandola a catturare le soldatesse inglesi e "trattarle come schiave". Non sono mancate le violenze. A Kufa una bomba americana ha massacrato sei persone della stessa famiglia, inclusi tre bambini tra i 2 e 5 anni. A Najaf i morti delle ultime ore sarebbero una dozzina. A Karbala almeno 4. E a Mosul, nel Nord, 4 poliziotti iracheni sono deceduti per lo scoppio di una mina.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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