"Credetemi, ci ho provato. Ho tentato più volte di denunciare agli americani che nelle loro prigioni si seviziavano e torturavano i detenuti. Niente da fare. Hanno preso tempo, rinviato gli appuntamenti, negato risposte concrete". Si sfoga così Abdel Bassit Turky, ministro dei Diritti Umani nel governo provvisorio iracheno per soli 9 mesi. Da agosto dell'anno scorso al 9 aprile, quando si è dimesso. Ha lasciato ben prima che scoppiasse lo scandalo delle torture nelle carceri. E oggi non si pente. "Ho avuto ragione a dimettermi. L'ho fatto con dispiacere. Perché credevo nella possibilità di costruire un nuovo Iraq democratico. Ma mi sono accorto che la politica americana stava minando le basi della svolta e andava denunciata", dice nel cortile della sua villetta nel centro della capitale. Quando si è accorto delle violenze nelle carceri? "Già in novembre mi resi conto che qualche cosa non funzionava. Decine e decine di familiari di detenuti mi venivano a fare racconti inquietanti. Per esempio che non riuscivano a vedere i loro cari, che gli americani li avevano presi di notte, spesso con forza brutale, gratuita, ed erano spariti nel nulla. Quando poi riuscivano a contattarli si sentivano dire che erano stati maltrattati, umiliati. I più erano riluttanti a fornire racconti troppo dettagliati. E ciò per due motivi principali: avevano vergogna di ciò che era stato loro fatto, specie riguardo gli abusi di tipi sessuale, ma soprattutto temevano la vendetta americana. Ragionano ancora come se fossero al tempo di Saddam Hussein, quando chiunque denunciava le ingiustizie del regime veniva immediatamente ucciso assieme alla sua famiglia dalle squadracce della polizia segreta. So bene che queste cose gli americani non le fanno, ma certamente hanno fatto ben poco per rassicurarci in merito". E quale fu la risposta americana alle sue denunce? "Rimasero ad ascoltare. Dissero che avrebbero investigato, ma non ebbi mai alcuna risposta concreta. Per ben tre volte provai a parlarne direttamente con Paul Bremer (il governatore americano, ndr.). Ma fu inutile. Chiesi allora di poter aprire un nostro ufficio all'interno del carcere di Abu Ghraib. Mi risposero che era un'eccellente idea. Salvo che rimase sulla carta". Quando ha capito la gravità degli abusi? "Il 29 aprile, per la prima volta vidi le foto dai media americani. La Croce Rossa non mi ha mai detto nulla". E allora perché si è dimesso 20 giorni prima? "Mi sono dimesso per protestare contro il pugno di ferro americano contro la città sunnita di Falluja e contro le milizie sciite di Moqtada al Sadr. Troppi morti civili, troppa durezza, troppa violenza". Sarebbe pronto a riprendere il suo ministero nel nuovo governo dopo il 30 giugno? "Sì, se ci fosse maggior rispetto per i diritti umani e soprattutto se fosse compreso un ruolo per l'Onu".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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