Le camere delle torture non ci sono più. Come non ci sono più i cani addestrati a uccidere e le ammucchiate di corpi nudi sul cemento grezzo. Per gli interrogatori si entra in una costruzione di legno tipo chalet svizzero, con persino l'odore di resina fresca. Sei stanzette pulite, in ognuna un tavolo e tre sedie di plastica. Unico segnale inquietante il gancio di ferro al pavimento dove si lega il prigioniero. E una scoperta: la "Caci" americana, che un anno fa aveva fornito gli agenti privati incaricati di "ammorbidire" i prigionieri, rimane tra le sette compagnie (2 americane e 5 irachene) di contractors del carcere. Nella zona degli ingressi sta per essere ultimata la nuova area per le visite. "Qualcuno tra i prigionieri anziani in nove mesi non ha mai visto nessuno. Tra poco sarà la regola godere di un minimo di due colloqui al mese", dicono i responsabili. Restano gli appaltatori delle ditte sotto accusa. Il comandante: "Migliorate le condizioni" Vietato parlare ai prigionieri. Il grido di un detenuto: "Aiuto, hanno ucciso uno di noi" Ma quando arriviamo tra le tende di Camp Ganci centinaia di prigionieri estraggono da sotto le magliette striscioni in un inglese infarcito di errori: "C'è molto più da scoprire", "che ci facciamo qui?", "come gestirete questo scandalo?". Ieri le autorità militari americane hanno condotto nel carcere di Abu Ghraib una ventina di giornalisti stranieri e iracheni che per 5 ore hanno potuto fare domande, vedere con i loro occhi "che qui si lavora nel pieno rispetto delle convenzioni di Ginevra". Con un limite fondamentale. "Non potete parlare con i detenuti. È contrario alle leggi internazionali", ha ripetuto il generale Jeffry Miller, che dai primi di marzo guida il campo. "Ma quale altro esercito vi permetterebbe di più? Qui ai tempi di Saddam la Croce Rossa non ha mai messo piede, se non per vedere qualche straniero in un'ala separata. E comunque potete rendervi conto di persona che se errori sono stati fatti nel passato ora vengono tutti corretti", dice Miller. Cominciamo dalla zona prigionieri. Gli americani, da quando hanno riaperto il carcere il 4 agosto scorso, hanno deciso di ammassare la maggior parte in grandi tendoni militari a "Campo Ganci". Circa 3.200 uomini al momento, divisi in 8 settori con capacità di 4.000 posti. Appaiono magri, emaciati, prostrati dal caldo, fanno la fila alle canne dell'acqua. Quando passiamo sventolano gli asciugamani viola e arancioni. Gridano i loro nomi. "A morte gli americani", urla qualcuno tra l'indifferenza delle sentinelle. Separati da un alto muro di cemento e filo spinato sono 500 detenuti definiti "ad alto rischio": guerriglieri baatisti, fondamentalisti islamici, una decina di stranieri, tutti arabi, qualcuno legato a Al Qaeda. Più in là 1.400 prigionieri comuni, controllati dalla polizia irachena. I più pericolosi sono chiusi nelle celle di massima sicurezza, nell'ala dove sino all'anno scorso si trovavano anche le stanze dell'impiccagione e il poligono per le fucilazioni. Le loro finestre sono sigillate da pannelli di legno. Raramente godono dell'ora d'aria. "Qui ci sono le uniche 5 donne rimaste a Abu Ghraib e 19 uomini. Nessuno di loro fa parte dei 55 super-ricercati al tempo della guerra e posso assicurare che non abbiamo Saddam Hussein", spiega il tenente colonnello David Quantock, texano del Sedicesimo reggimento della Military Police. Corridoi stretti, ogni 10 metri porte a inferriata. I muri intonacati di fresco, grigio chiaro. "Celle ideate ai tempi della dittatura per 40 persone, noi non ne teniamo più di 5 in ciascuna". Il colonnello sta ancora parlando che una donna lancia un grido al primo piano. "Aiuto, mi chiamo Huda Azzawi, sono del quartiere di Adamiah a Bagdad. Ho sparato agli americani. Sono una patriota", dice in arabo. Si alza un coro di invocazioni: "Salvateci, qui è stato ucciso un prigioniero". Quando si chiede cosa hanno provato nel vedere le foto degli abusi, i secondini replicano senza mezze parole. "Orrore, vergogna, i responsabili vanno puniti. Tutto questo avveniva sino al dicembre scorso. Va investigato. Ma con noi non ha nulla a che fare", dice precipitoso Miller. Un suo ufficiale racconta però una verità allarmante all'inviata dello ‟Stars and Stripes”, il quotidiano pubblicato con il contributo del Pentagono e diffuso tra le truppe Usa: "Quando il nostro contingente è arrivato a Abu Ghraib, tra gennaio e febbraio, ha trovato caos e indisciplina. I soldati indossavano sulle divise i turbanti e mantelli degli arabi. Vigeva un'atmosfera malsana e decadente da Apocalypse Now". E c'è di più, i contractors (appaltatori privati) continuano a svolgere un ruolo importante negli interrogatori. "Nella mia unità impieghiamo 3 dipendenti civili della ditta della Virgina Caci e altri 6 della Titan. Sono uomini preziosi, veri professionisti. Li ho visti lavorare anche nel campo di Guantanamo con grande successo", spiega il tenente colonnello Foster Payne, comandante della 504esima Brigata dell'Intelligence militare. Ma non pensa che andrebbero licenziati, visto quello di cui sono accusati i colleghi che li hanno preceduti? "Assolutamente no. Se i loro colleghi saranno giudicati colpevoli verranno condannati. Ma questi non c'entrano per nulla". E le convenzioni di Ginevra? "Le hanno studiate, qui ne abbiamo almeno 3 copie". Assicura che comunque qui non ci sono cani, nessun prigioniero è mai stato spogliato: "Il controllo contro gli abusi sessuali o di qualsiasi altro tipo è totale". Miller difende il ricorso alle compagnie private. "Al mio comando in tutto il campo ho circa 1.600 soldati. Al loro fianco lavorano 235 civili, assunti da 7 compagnie private. Si occupano tra l'altro di preparare i pasti, che nell'ultima settimana sono molto migliorati per i prigionieri. A base di riso e carne". Anche l'ospedale del campo si serve dei contractors, 35 interpreti iracheni per facilitare la comunicazione. "Il loro aiuto è stato fondamentale il 21 aprile. Quando una ventina di colpi di mortaio sparati dalla guerriglia ha causato la morte di 21 prigionieri e il ferimento di altri 95", dicono i medici. Ma loro stessi ammettono che sino allo scorso marzo qui c'era solo un piccolo pronto soccorso. Un paio di medici e qualche infermiere per una popolazione carceraria che allora superava le 8.000 unità (ora ne stanno liberando centinaia ogni settimana) e comprendeva persone "di età tra i 12 e i 98 anni". Bambini e vecchi. Tanti vecchi. Molti in crisi depressiva, perché per mesi e mesi, "sino a 9 mesi" ammette il colonnello Quantock, non avevano neppure mai potuto vedere o comunicare con le famiglie.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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