Un lavoro superbo, "a superb job", tutto va bene, complimenti e continui così, mister Rumsfeld. Il Pentagono di Bush e Rumsfled diventa il mondo alla rovescia di Alice nel Paese delle Meraviglie. Quattordici mesi di guerra spacciata per missione compiuta, 877 soldati della coalizione uccisi, pretesti per l'invasione dissolti nel nulla, 9mila civili iracheni morti, 150 miliardi di dollari del tesoro pubblico già bruciati, ora la catastrofe morale e propagandistica delle torture, e la risposta del capo è una carezza al volto pubblico e più simbolico della guerra, la affermazione che tutto va secondo i piani. Bush appare sempre meno padrone e sempre più ostaggio della tragica fantasyland irachena. Il voto di fiducia non deve tuttavia sorprendere troppo. Come osservammo nelle ore della sua balbettante e contrita apparizione in Senato, scaricare colui che più di ogni altro ha pianificato e gestito il progetto Iraq, significherebbe per Bush rinnegare un anno di preparazione, un anno di morti. Soprattutto vorrebbe dire sconfessare quella scelta sventurata della "guerra preventiva" che aveva nei garruli trotzkisti passati alla nuova destra con il loro bagaglio culturale di prepotenza ideologica, gli ispiratori teorici, ma aveva in "Rummy" il braccio esecutivo. La difesa del volto della guerra era un atto dovuto di Bush, Dovuto non a lui, ma a se stesso. Le frecce che volano verso la carovana assediata di questa Casa Bianca di fronte alla "catastrofe" , della quale le foto di Abu Ghraib sono soltanto la manifestazione più mediaticamente efficace, cominciavano a pungere. I trotzkisti della destra neocon, quando hanno cominciato a sentire odore di bruciato, hanno indicato in Rumsfeld il colpevole del disastro, perché il vantaggio dell'ideologo è sempre quello di scaricare il fallimento delle proprie dottrine sull'esecutore materiale. Alcuni importanti senatori repubblicani, come Lindsey Graham, davano segni di volere "uscire dalla riserva" e schierarsi col partito delle dimissioni. E ieri il giornale ‟Army Times”, sorta di organo indipendente ma ufficioso dei militari Usa, aveva scritto ieri in un editoriale quello che appare evidente a tutti, che "questo scandalo arriva fino al vertice". L'‟Army Times”, nella realtà dei 200mila uomini e donne in guerra, conta e pesa più del ‟New York Times”. Puntellare la superbia di Rumsfeld, dunque, significa per Bush tentare di salvare insieme la faccia e la politica nel momento in cui faccia e politica si stanno scollando, come una maschera che cade dal volto. Vuol dire, per un presidente che è "ormai ossessionato dall'Iraq come Johnson era consumato ogni ora del giorno dal Vietnam", nota ansioso David Gergen, direttore del conservatore ‟US News and World Report” e consigliere di vari presidenti, proteggere le proprie ambizioni elettorali rafforzando l'impressione di essere uno che non si piega e non tentenna. Ma le sperticate e surreali lodi pronunciate ieri in diretta tv a fianco di "Rummy", possono essere viste, nella logica della politica, come il contrario, come il bacio della morte. Ora, infatti, se davvero ci attendono rivelazioni ancora più ripugnanti, se la cancrena salirà dai soldati semplici su verso "il top" come sta inesorabilmente accadendo e quelle immagini inedite che Bush ha visto in privato ieri e che hanno "turbato profondamente" anche la First Lady, continueranno a cadere come la tortura della goccia, Rumsfeld potrà essere "dimissionato" per placare l'indignazione del mondo, rassicurare Blair e gli alleati europei più seri (i piccoli governi satellite si autoconvincono e si autorassicurano da soli) e rispondere al bisogno di capri espiatori. Ma senza sentirsi tradito dal clan per non scrivere anche lui, un libro di memorie devastanti. "Rummy", il grande amico di Saddam negli anni ‘80, ripreso mentre gli stringeva cordialmente la mano del "barbaro" a Bagdad, è un uomo che sa troppo. Deve credere di essere stato lui a buttarsi, non a essere spinto fuori, per non alienare un elettorato di destra al quale Rumsfled è stato venduto come il genio infallibile della guerra per proteggere l'America. Le voci di dimissioni, infatti, sono cresciute, dopo il certificato di fiducia offerto dal suo capo, e non diminuite, e Wall Street regista il senso di sbandamento di questo governo, crollando. Cacciare "Rummy" non cambierebbe affatto la natura e la insensatezza di questa guerra sbagliata ma coloro che tengono ostaggio Bush sanno che giustiziare uno può assolvere temporaneamente il gruppo. L'altra faccia della omertà di branco che domina questa amministrazione è sempre il mors tua vita mea.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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