La diga di Yaciretà, al confine tra Paraguay e Argentina, ha rovinato la vita e l'ambiente e fatto torto a migliaia di sfollati. E' un'indagine promossa dalla Banca Mondiale a confermare ciò che denunciano da anni alcune organizzazioni di sfollati. La Banca Mondiale ha finanziato la diga sul fiume Paranà con un totale di 878 milioni di dollari tra il 1979 e il 2002, facendo da traino a investimenti privati o bilaterali. Così, è alla Banca che sono rivolte da anni le denunce della "Federazione delle persone danneggiate da Yaciretà di Itapua e Misiones" (l'acronimo in spagnolo è Fedaym), coalizione che rappresenta 4.000 famiglie sulle due rive del fiume, ovvero circa 33mila persone finora costrette a sfollare dal lago artificiale. Fedaym accusava la Banca Mondiale di aver violato le sue stesse politiche su impatto ambientale, risistemazione, risarcimenti, monitoraggio... Di fronte alle accuse, la Banca ha incaricato un "Inspection Panel" di verificare i fatti. E dopo 18 mesi di accurata indagine, il 6 maggio il Comitato d'ispezione ha pubblicato le sue conclusioni: è vero, tutta la gestione della diga di Yaciretà ha violato alcune delle linee guida della stessa Banca Mondiale su risistemazione e risarcimenti.
Il primo problema è stato il censimento delle persone (e attività economiche) danneggiate dalla diga, condotto nel 1990: il Panel ha trovato che un certo numero di famiglie non sono state contate, dunque escluse da risistemazione e risarcimenti. Le misure di risarcimento non sono state sufficenti a restituire agli sfollati il tenore di vita che avevano. L'indagine ha trovato poi che i siti di risistemazione sono squallidi, con abitazioni di pessima qualità, strade e sistemi di drenaggio insufficenti, sistemi di fognature fragili. Siti alternativi non sono stati considerati, le procedure per attribuire compensi non sono state trasparenti, non c'è stata una vera consultazione delle comunità danneggiate.
Queste conclusioni sono importanti non solo perché rendono ragione di denunce annose. Il punto è che la "Entidad binacional Yaciretà", l'ente cogestito dai governi di Argentina e Paraguay, conta di mettere finir di riempire il bacino artificiale nei prossimi mesi: cosa che costringerà altre 50mila persone a sfollare. La diga di Yaciretà era stata progettata per "lavorare" con un lago alto 83 metri sul livello del mare e una capacità idroelettrica installata di 3.200 MW. Nel 1994, a diga costruita (ma con le misure di protezione sociale e ambientali ancora da fare), la Banca Mondiale e la Banca Interamericana di Sviluppo avevano autorizzato a riempire il bacino artificiale fino a 76 metri sul livello del mare, per cominciare a produrre elettricità (le due Banche insieme avevano messo 2 miliardi di dollari su un investimento complessivo di 11 miliardi). Dieci anni dopo le cose non sono molto cambiate: le misure per "mitigare" gli effetti sociali e ambientali restano in gran parte da fare, il lago resta a 76 metri, la diga genera il 60% del suo potenziale di energia. Però il Panel d'ispezione ha constatato che il lago artificiale è stato spesso tenuto almeno un metro sopra al suo livello ufficiale, cosa che ha aggravato i disagi per la popolazione (e probabilmente generato energia venduta di sottobanco). Già, perché l'impresa di Yaciretà è anche stata accompagnata da corruzione rampante, di cui si sta occupando la commissione esteri del Senato degli Stati uniti nell'ambito di una indagine sulla corruzione nei progetti finanziati dalla Banca Mondiale. In una lettera dello scorso 20 aprile al presidente della Banca, James Wolfensohn, il presidente della commissione suggerisce un'indagine internazionale sui costi della diga, lievitati in corso d'opera in modo assai sospetto. I governi di Argentina e Paraguay hanno già avviato le rispettive indagini. Ora la rete International Rivers Network chiede un'indagine indipendente sugli aspetti finanziari di Yaciretà. E che il progetto di finir di riempire il lago artificiale sia abbandonato. E che la Banca mondiale tragga una lezione, "e metta un freno a quanti stanno spingendo per una nuova generarazione di grandi dighe".
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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