Il peggio in Iraq, ci avevano avvertito, doveva ancora venire e il peggio arriva. L'abominio delle torture americane scatena il rilancio bestiale del sacrificio umano. L'ingranaggio infernale della vendetta trascina davanti a una telecamera un antennista di Philadelphia di 26 anni che era andato a cercar fortuna nel torbido iracheno. Lo fa parlare già pallido come il morto che sa di essere, rivolgendosi a sua madre, alla sorella, alla famiglia che da ieri mattina lo potrà vedere per sempre, nell'eternità d'un video terribile, come vedremo per sempre il mattino dell'11 settembre. Lo sentiamo mormorare le ultime parole prima d'essere sgozzato, come fu sgozzato il giornalista Daniel Pearl in Pakistan, come sono sgozzati i capretti, perché quella è la tecnica del sacrificio simbolico, in trenta, interminabili secondi di taglio della gola con un coltello da caccia. Per dimostrare che per i macellai lui è solo una bestia. "è la nostra vendetta per il disonore di Abu Ghraib", dicono compiaciuti e urlanti macellai alle sue spalle. "è la prova che stiamo combattendo contro esseri disumani che non meritano nessuna pietà, e che devono essere trattati come tali se li prendiamo", risponde sollevata, dietro la finta pietà e lo scandalo, la tv di riferimento della Casa Bianca, la Fox di Murdoch. La nebbia della pazzia si fa più fitta. Stiamo risalendo lungo il fiume verso il "cuore di tenebra", verso quel luogo dello spirito nel quale, come Coppola fa dire al colonnello impazzito di Apocalypse Now, "si deve combattere l'orrore con l'orrore" e alla fine trionfa solo l'orrore, con la decapitazione d'un povero animale. La sequenza del sacrificio umano di Nick Berg, colpevole solo d'essere americano come colpevoli solo d'essere arabi sono il 90% dei sequestrati di Guantanamo e di Abu Ghraib, cade davanti agli occhi di un'America che aveva cominciato, grazie alle foto delle torture, a capire il prezzo alla propria dignità che esportare la democrazia a cannonate, nel segno biblico del Bene contro il Male, esige all'onore d'una nazione. Ma la fine dell'antennista di Philadelphia, morto da americano, con dignità, come Fabrizio Quattrocchi morì da italiano, ma in maniera incomparabilmente e deliberatamente più atroce, sarà un altro passo verso la perdita della ragione umana. Letta e venduta dai crociati dello "scontro di civilità" come una assoluzione da ogni peccato e come l'autorizzazione a procedere senza freni. Questo è quello che vogliono i carnefici di Nick, di Fabrizio, di chi li ha preceduti e li seguirà e lo otterranno. La rincorsa delle immagini, che ormai si scavalcano nel ciclo delle news 24 su 24 ore per inseguire le nostre emozioni più elementari, propone un orrore nuovo al giorno, per essere rigurgitato dalla politica che si rimbalza addosso le opposte strumentalizzazioni per rinfacciare agli avversari il proprio "ve l'avevo detto". Il video della esecuzione è apparso sui teleschermi Usa alla fine della mattinata di ieri, dopo che la famiglia Berg era stata avvertita della morte di Nick e del modo in cui era avvenuta. Come sempre più spesso accade, ha diviso le tv nella tecnica dello split screen, dello schermo tagliato a metà, fra la deposizione in Senato del generale Taguba, l'autore del rapporto sulle torture negli stalag americani in Iraq, e il video dello sgozzamento di Nick l'antennista innocente e ancora una volta l'effetto speciale tv è stato la perfetta metafora della realtà. Chi ha diffuso quelle sequenze insopportabili eppure da guardare a occhi aperti e senza pudori ipocriti, esattamente come le immagini della tortura, è qualcuno che guarda attentamente le tv via satelliti. Qualcuno che voleva stabilire un rapporto di causa ed effetto, o almeno di contiguità, fra l'umiliazione dell'onore degli arabi nel carcere e l'umiliazione della superpotenza egemone che non sa proteggere la vita di un proprio cittadino ridotto a un povero agnello tra mani del macellaio. Vogliono ancora più guerra, ancora più odio e l'otterranno. Tutto, in guerra, si tiene e si paga e Nick ha pagato per colpe che non aveva commesso, mentre c'è, più in alto di lui, chi non pagherà per quelle che ha commesso. Nella risalita del fiume della guerra verso il "cuore di tenebra" che ieri ha raggiunto una stazione d'orrore indicibile, nessuno riesce più a controllare le immagini. Dalle carceri americane filtrano cose che non avremmo mai dovuto vedere. Dai covi di al Zarqawi, se lui è davvero il nuovo Bin Laden che manovra il coltello, arriva l'urlo spaventoso e presto soffocato dal coltello, di Berg, e la sua testa tenuta per i capelli e mostrata all'obbiettivo, come nell'iconografia pittorica barocca della Gorgone, anche se questo sconcio finale non è stato mostrato nelle tv. Non è difficile immaginare lo stato d'animo dei marines e dei fanti e dei bombardieri, e soprattutto dei carcerieri della military police questa notte, dopo avere visto, via l'Internet che tutti hanno, i 30 secondi del martirio dello sventurato antennista. Chi in America avrà il coraggio di dire "basta" dopo lo sgozzamento pubblico di Nick, senza prendersi l'accusa d'esser complice degli assassini? Il fiume della guerra si gonfia di orrori commessi dagli altri, di martiri da vendicare, di rabbie da sfogare. Così, nella certezza della propria indiscussa superiorità morale, il buio avanza, squarciato ormai solo da lampi di verità elettronica che attestano ogni giorno la sconfitta d'ogni civiltà. Nick Berg era andato in Iraq per fare vedere agli iracheni quelle tv che ora lo mostrano nell'ora della sua morte. Non ce l'ha fatta. La tenebra della guerra insensata ha inghiottito anche lui.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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