Attacco ai simboli del potere a Nassiriya. L'offensiva degli estremisti sciiti nella capitale "italiana" dell'Iraq si è concentrata contro le stazioni di polizia, l'ufficio del governatore, sino alla base dell'Autorità Provvisoria della Coalizione (Cpa). In serata la palazzina di quest'ultima era ancora sotto assedio con numerosi italiani, civili e militari, all'interno. Contro le sue barriere di cemento armato erano stati sparati almeno 20 colpi di bazooka e mortaio. Una battaglia iniziata di prima mattina, con l'intensificarsi dei combattimenti in tutte le regioni sciite a sud di Bagdad. E culminata a Najaf, dove alcuni colpi di armi pesanti hanno danneggiato la cupola della moschea dell'Imam Ali, uno dei centri religiosi più importanti per gli sciiti di tutto il mondo. È stato allora che l'appello alla "guerra santa" si è allargato a Karbala, Amarah, Bassora, sino a Nassiriya. Non si registrano vittime tra gli italiani. Nell'assedio della Cpa è rimasto ferito leggermente solo un filippino dipendente di una agenzia civile che fornisce guardie del corpo. Non si hanno invece notizie sul bilancio delle vittime tra gli iracheni. "Ma la tensione è molto preoccupante. La situazione fluida", ha sostenuto prima di mezzanotte il portavoce italiano della Cpa, Andrea Angeli. La governatrice, Barbara Contini, si trova invece per lavoro nella capitale. Una battaglia attesa. Iniziata ai primi di aprile, quando i comandi militari americani a Bagdad decisero che era giunta l'ora di farla finita con l' impunità per le milizie armate di Moqtada Al Sadr, l'estremista sciita che si fa forte del suo essere figlio di un celebre imam locale (assassinato con altri due figli dalle squadracce di Saddam Hussein nel 1999) per costruirsi una statura politica a colpi di appelli alla guerra santa e dell'odio per gli americani e i loro alleati. Anche allora la crescita delle tensioni a Najaf e Karbala ebbe gravi riflessi su Nassiriya. Il 6 aprile esplose con la "battaglia dei ponti", quando il rappresentante locale di Moqtada Al Sadr, lo sceicco Aws al Karfaji, inviò le sue bande di armati legati alle "Brigate Al Mahdi" (la milizia di Moqtada) a prendere il controllo di tutti i punti di passaggio sull'Eufrate nel cuore della città. Allora ci volle una paziente mediazione tra la Contini e Karfaji (anche a costo di sollevare le perplessità degli americani) per riportare la situazione alla calma. Ma una calma solo apparente, perché nel frattempo il confronto tra americani e Moqtada è cresciuto di intensità. I comandi Usa dichiarano di volerlo prendere "vivo o morto", esigono il disarmo delle Brigate al Mahdi. Lui a tratti negozia, poi rilancia lo scontro. Un giorno lascia credere di potersi consegnare agli esponenti moderati degli sciiti che fanno capo allo ayatollah Ali al Sistani. Persino fa credere di poter trasformare le brigate Al Mahdi in partito politico, parla di reclutare una parte di esse nella polizia locale. Con una formula simile a quella raggiunta a Falluja con la guerriglia sunnita. Però poi torna sui suoi passi. E ciò anche se contro di lui cresce l'opposizione moderata. Ieri un fedele di Sistani nel Kuwait, Moqammed Baqer al-Mohri, è tornato a chiedere il ritiro da Najaf "di americani e milizia Al Mahdi". Tutto inutile. Ieri mattina gli scontri si sono riaccesi violentissimi nella zona del cimitero di Najaf. Secondo il portavoce Usa a Bagdad, il generale Mark Kimmitt, i miliziani si sarebbero fatti scudo con le lapidi per sparare colpi di anticarro e mortaio contro una stazione della polizia locale e una base americana. Immediata la riposta. Almeno sette carri armati hanno fatto irruzione nel cimitero, uno dei luoghi santi per eccellenza. Da sempre gli sciiti vi seppelliscono i loro cari nella convinzione che qui il Paradiso sia più vicino. Ne è seguita una fitta sparatoria, che ha causato anche quattro fori profondi 30 centimetri nella cupola della moschea. "Guerra santa contro gli infedeli", ha tuonato allora Moqtada. Un appello non privo di punte polemiche nei confronti delle Brigate al Badr, il braccio armato dello Sciri, che rappresenta il fronte moderato tra gli sciiti. "I luoghi santi vengono profanati, perché nessuno ci aiuta? Le Brigate Al Badr devono stare attente a non farsi assorbire dagli americani", ha aggiunto. Immediata la risposta americana, che da tempo accusa i miliziani Al Mahdi di utilizzare i luoghi santi come depositi di armi. "Siete voi che avete preso in ostaggio le moschee", ha replicato Kimmitt. L'incidente di Najaf è stato il catalizzatore delle tensioni che in 24 ore sembra abbiano causato almeno una ventina di morti tra i rivoltosi. Già prima di mezzogiorno i rappresentanti di Moqtada lanciavano l'appello alla rivoluzione sciita. A Sadr City, il quartiere povero alla periferia di Bagdad, si reclutavano volontari da mandare a combattere per "difendere i luoghi santi". Nella regione di Amarah l'Imam Farqar al Musawi minacciava di assassinare tutti gli agenti della polizia locale "se si fossero alleati agli americani". A Bassora lo sceicco Abdul Sattar al Bahadli si diceva pronto a inviare squadre suicide contro gli "eserciti di occupazione". E a Nassiriya emergeva dalla clandestinità Aws Al Karfaji. I suoi uomini armati tornavano a occupare i ponti, attaccavano i commissariati, facevano irruzione nell'hotel Al Janub, costringevano il governatore a fuggire nel recinto della Cpa. Nella notte la palazzina era ancora totalmente circondata. E la situazione era di stallo. Mentre il segretario di Stato americano, Colin Powell, intervistato dalla tv araba Al Arabiya, tornava ad alzare la posta: "Spero che Moqtada al Sadr comprenda che è tempo si consegni alle autorità legali irachene per rispondere elle accuse avanzate nei suoi confronti (è imputato tra l'altro di aver fatto assassinare almeno un leader moderato, ndr.). E ponga così fine ai problemi del Sud".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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