"Abbiamo sostenuto, sosteniamo e continueremo a sostenere la Fiat nella battaglia per il rilancio. Il resto lo decideremo a suo tempo, assieme alle altre sette banche che hanno erogato il prestito convertendo di 3 miliardi di euro". All'indomani dell'assemblea, Enrico Salza siede nel suo studio di presidente di SanPaolo Imi, tutto specchi e dorature al secondo piano di palazzo Turinetti di Priero, in piazza San Carlo a Torino. La stanza aveva già ospitato Luciano Jona, presidente dal 1959 al 1980. Dovrebbe simboleggiare durata e stabilità, ma quelli erano altri tempi: la banca era un istituto di diritto pubblico a insediamento regionale e non aveva pacchetti azionari di grandi industrie; nel 2004 è privatizzata, si dirama in tutta la penisola, ha il maggior numero di rappresentanze all'estero, e, tra un anno o poco più, potrebbe ottenere una significativa partecipazione in Fiat, principale gruppo industriale di Torino e dell'intero Paese. Il colloquio con il banchiere Salza non può che partire da qui. Presidente, avete un credito di 400 milioni di euro verso la Fiat che la Fiat medesima potrebbe convertire in capitale. Oggi il titolo Fiat quota meno del prevedibile prezzo di conversione. Unicredito comincia ad accantonare fondi. E voi? "Nessuna banca fa un accantonamento specifico, perché il credito verso Fiat è in bonis. Noi comunque ci siamo coperti nel fondo rischi generali già dall'esercizio precedente, e in misura congrua". Perché non l'avete detto? "Non volevamo essere fraintesi. E meno che mai lo vogliamo oggi: SanPaolo Imi ha piena fiducia nel nuovo gruppo dirigente di Fiat. La copertura rientra nella salvaguardia della qualità del portafoglio che ci porta ad avere solo l'1% di crediti in sofferenza rispetto agli impieghi. Parmalat, per dire, l'abbiamo coperta al 90%: gli altri fanno meno". In ogni caso, alla Fiat converrà convertire il suo debito in azioni. E voi vi troverete ad arrotondare il vostro pacchetto attuale dell'1,5%. "Vedremo. Tenendo presente che la missione della banca non è prendere posizioni azionarie nelle imprese". Non farete eccezioni? Dopo la riforma bancaria del 1993, l'intreccio diventa possibile. "Una grande banca commerciale come la nostra può assumere partecipazioni in certe imprese in fase di lancio o in grave crisi. Per queste ultime situazioni abbiamo istituito un centro di intervento che, scherzando, chiamiamo Reparto Croce Rossa. Ma nella normalità le imprese dovrebbero fare da sé. Tanto è vero che siamo fuori da Telecom e Autostrade". Vuol dire che l’attività di merchant banking la potreste delegare a un'istituzione specializzata come Mediobanca? "No. Non credo alle partecipazioni stabili, ma per il resto abbiamo Banca Imi e dobbiamo tutti evitare i conflitti d'interesse. Ho la massima considerazione per Mediobanca, e però la risistemazione del suo azionariato non è una nostra priorità. Si dovrebbe forse pensare a un grande progetto di respiro europeo, che non mi pare all'ordine del giorno". Le altre grandi banche sono entrate nelle Generali. "Con i nostri marchi, siamo già il secondo gruppo assicurativo italiano nel settore vita. Ma la prossima scommessa si chiama previdenza. Su questo fronte pensiamo a intese con compagnie libere da accordi strategici con i nostri concorrenti". Potreste accordarvi con la De Agostini, proprietaria di Toro. "Le ipotesi sono più d'una. Tra i nostri soci c'è la Reale Mutua, e poi esistono competenze estere, per esempio nella Caisse des Dépôts et Consignations che fa pure parte del sindacato di blocco della banca". Si andrà verso aggregazioni tra i massimi gruppi bancari italiani? Di Unicredito-SanPaolo che dice? "Il nostro primo obiettivo è integrare quello che abbiamo, per poi nuovamente aggregare". Mediobanca e Intesa hanno posizioni importanti in Rcs Media Group. Lei è stato per anni un influente consigliere del Sole 24 Ore. Il SanPaolo Imi di Salza entrerà nell'editoria? "Mi sono occupato di editoria, ma non confondo i mestieri. In quella veste pensavo a una Confindustria che volesse fare del ‟Sole 24 Ore” la voce dell'economia italiana, lo quotasse e affidasse parte delle sue quote a una fondazione aperta ad altre istituzioni come, per esempio, il fondo pensioni della Banca d'Italia. La nuova dirigenza della Confindustria mi fa ben sperare. Per parte nostra, siamo pronti ad accompagnare il Sole 24 Ore in Borsa... Non ad altro". Il governo chiama i privati in Alitalia. Che farete? "C'eravamo e ne siamo usciti: non siamo opere pie. Guardiamo prima il piano industriale che proporrà Cimoli". Gli scandali Cirio e Parmalat hanno fatto temere una stretta creditizia da parte delle banche. "Il credito non è stato lesinato a nessuno. Né da noi né da altre banche. Purtroppo non ce n'è una gran richiesta". Caduta del gusto del rischio o sfiducia nella ripresa? "I tassi sono al minimo e l'euro è forte, ma non vedo ancora grandi progetti ex novo o acquisizioni importanti nell'area del dollaro. Secondo gli analisti, i tassi risaliranno l'anno venturo e già la moneta Usa dà segni di risveglio. Fossi pessimista, direi che stiamo sprecando un'occasione. Ma sono ottimista e dico: l'Italia è pronta a ripartire". Come giudica la legge sul risparmio all'esame del Parlamento? "Ho troppo rispetto delle istituzioni per disquisire, essendone oggetto, su come debbano essere fatti i controlli. Resta il fatto che SanPaolo Imi è l'unica banca italiana quotata a New York e che, pertanto, osserva le leggi americane, assai più stringenti di quelle italiane in vigore ora e nel prevedibile futuro". Bankitalia dovrà cedere poteri all'Antitrust. Le banche saranno più contendibili. Teme gli stranieri? "Nessuno sarebbe più felice di me se aumentasse il grado di contendibilità delle imprese e delle banche in particolare. Come presidente del consiglio di amministrazione di una banca, mi devo preoccupare di offrire ai miei azionisti solide ragioni per continuare a tenere investite le loro risorse in SanPaolo Imi. Altrimenti, a gioco lungo, non ci sarà nessun sindacato azionario per quanto forte - e il nostro lo è - capace di evitare un cambio della guardia".
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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