"Sono tornata per trattare. Perché so che la crisi è risolvibile. Specie qui a Nassiriya le milizie armate sono divise tra estremisti e moderati". Barbara Contini, la governatrice della provincia di Dhi Qam, ci parla per telefono dalla base militare di Tallil, presso il comando del contingente italiano, prima di raggiungere la sede della Cpa (due dei suoi carabinieri di scorta resteranno feriti durante un attacco al convoglio). È di ritorno da Bagdad, ha fretta di rientrare. Parla al ‟Corriere” prima che la battaglia in città si aggravi. Contini mediò con successo la fine degli scontri militari lo scorso 6 aprile, quando tra i civili iracheni ci furono oltre 15 morti e la tensione era alle stelle. Lo fece parlando con Aws al Kafaji, il rappresentante locale dell'estremista sciita Moqtada al Sadr. Lo stesso che oggi viene indicato come l'uomo con la mimetica e la keffiah rossa che guida le milizie armate. Lo stesso che un mese fa prometteva di lasciare Nassiriya alle pattuglie italiane, ma ora sembra mirare alla riconquista dei tre ponti sul Tigri per assicurarsi il controllo sulla città. Ma la Contini non ci sta. "Non credo proprio si tratti di Kafaji - dice -. Le mie fonti raccontano che a fomentare la guerriglia sono stati inviati alcuni rappresentanti di Moqtada da Najaf e Karbala". Come mai era assente tra venerdì e sabato, quando la palazzina dell'autorità provvisoria è stata assediata? "Giovedì sera sono dovuta andare a Bassora e da qui volare a Bagdad. Era in programma per venerdì una riunione importante tra il capo dell'Autorità provvisoria, l'americano Paul Bremer, e tutti i 18 governatori del Paese. Non potevo mancare, si trattava di pianificare la nostra strategia politica sino alla nascita del nuovo governo di transizione iracheno entro il 30 giugno. Un viaggio lungo perché ormai ho l'ordine di raggiungere la capitale solo via aerea da Bassora". È vero che l'intelligence vi aveva segnalato possibili gravi disordini per venerdì e per il weekend? "Sì, ma venivano segnalati attentati mirati. Non il tipo di guerriglia diffusa a cui stiamo assistendo. Dunque pensavamo a incidenti di normale amministrazione". Quando ha capito che non era così? "Venerdì pomeriggio, mentre ero da Bremer a Bagdad. Mi hanno detto che gruppi armati avevano assediato il governatore iracheno di Nassiriya, lo avevano minacciato e persino ferito leggermente. Lui è scappato dal capo della polizia locale. Che però è rimasto passivo, ha avuto paura. Un fatto gravissimo. A quel punto bastava ancora poco per fermare la folla. Ora penso che prenderò provvedimenti seri, magari una rivoluzione ai vertici della polizia". Chi guida le rivolte? "Un manipolo di facinorosi che non sono di Nassiriya. Alle cinque del pomeriggio di venerdì avevano mobilitato circa 180 uomini armati. Poi però alle nove di sera erano già 500. Li aveva inviati Moqtada per infiammare tutto il Sud, abbiamo visto lo stesso ad Amarah, Bassora e nel resto del sud". E Khafaji? "Lui rappresenta il fronte che è pronto alla trattativa. Mi sembra di capire che sono divisi tra ala militarista e ala politica. Dobbiamo giocare su quelle divisioni, farò del mio meglio per cercare di vedere Kafaji". Il contingente italiano è stato accusato di inefficienza e incapacità nel far fronte all'assedio dell'autorità provvisoria di Nassiriya. Sappiamo che è in corso il cambio dei contingenti: stanno partendo gli uomini della Brigata Ariete e si attendono quelli della Pozzuolo del Friuli. Ma è una ragione sufficiente? "Durante tutto il tempo dell'assedio sono stata in stretto contatto con il generale Chiarini. E abbiamo deciso che era meglio attendere ad intervenire manu militari. È vero c'erano pochi mezzi, si è dovuto anche ricorrere a quelli del contingente romeno proprio perché siamo nel mezzo del ricambio dei contingenti. Ma in ogni momento sapevamo che gli assediati non correvano pericolo. E mi spiace per lo spavento di qualche giornalista. Però c'erano armi e uomini sufficienti. Era inutile esporre altri soldati al pericolo dello spostamento dalle basi di Tallil e White Horse sino al centro della città. Quando la situazione è stata più calma si è deciso di tentare e con successo, per fortuna". È stata lei a decidere chi dovesse venire evacuato? "Ne ho parlato a lungo con il mio vice, Rory Stewart. Lui è rimasto assieme ai soldati del San Marco, le 32 guardie filippine e le 6 statunitensi della società privata americana Triple Canopy, oltre a due paramedici della Croce rossa". Cosa prevede? "La situazione resta difficile".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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