Già è una fortuna che io possa chiamarti Pietro, dopo che hai lottato per sette-otto ore, appena nato, perduto in un sacchetto di plastica giallo senza avere la coscienza di capire se ce l’avresti fatta o no; e questa è l’unica cosa di cui non dobbiamo lamentarci. Il fatto che non sai nulla e che se mai dovessi intuire qualcosa di quel che ti accade non sai che esiste un’alternativa migliore che capita a molti altri, di tutto questo, caro Pietro, proprio non dobbiamo lamentarci. Dobbiamo essere contenti, adesso, di tutto quello che non sai.
Per esempio, che adesso ti tocca lottare ancora attraverso la respirazione con l’ausilio meccanico nell’ospedale di Verona. Non sai ancora di cosa dovresti lamentarti, né che avresti dovuto passare un tempo più normale verso la coscienza. Non hai ancora i sentimenti a posto, caro Pietro, e questa è un’altra fortuna. Così come non sai che non sei l’unico a cui è capitato tutto questo, che non sarai l’ultimo, con ogni probabilità, per quanto noi tutti non facciamo che ripeterci ogni volta: non accadrà mai più. Non sai che ci siamo occupati di un altro come te, Iacopo, così lo hanno chiamato i medici di Modena, e lui non ce l’ha fatta, ha ceduto proprio pochi giorni fa. E noi adesso è per ricordare anche lui che ci rimettiamo qui davanti alle notizie per sperare che tu invece possa farcela. Noi abbiamo coscienza e sentimenti a posto, o quasi, ma nemmeno questo ci serve poi a molto; non in questo caso, almeno.
Non sai un sacco di cose che avrebbero dovuto essere diverse, almeno è questo che noi adulti pensiamo e speriamo: che se ce la fai, poi non ti ricorderai nulla. Che la scatola della memoria non è stata ancora preparata. Quindi tutto quello che succede adesso bisogna buttarlo nel dimenticatoio. In verità, devo confessarti, noi sospettiamo che le cose non stanno proprio così, che delle tracce rimarranno e peseranno, ma facciamo finta che siano sofisticazioni della mente umana. Preferiamo attenerci ai fatti e all’evidenza. E per noi tu adesso non capisci niente allo stesso modo di come ti è impossibile leggere questa lettera. Così potrai fare quel che noi fatichiamo a fare: perdonare tua madre, una ragazza romena, anzi non saperlo nemmeno quel che ha passato e pensato. Noi adulti, o almeno quelli di noi che in questi tempi orribili riescono a pensare con ostinazione vicino alla stupidità che le cose torneranno a girare in un verso di nuovo più sensato, credono di sapere che tutto quello che succede di male nel mondo, come abbandonare un figlio nella notte e scappare via, nasce da un altro male. E che tutti questi mali concatenati ci riguardano almeno quanto ci riguarda adesso il tuo corpicino affaticato. Quel che stiamo cercando di dirti, forse, è che il nostro modo di stare in apprensione per te come lo siamo stati per Iacopo è il nostro modo di ammettere con onestà che non ci tiriamo fuori dalle responsabilità di tutto questo. Anche quando siamo sicuri che a noi non sarebbe mai accaduto. Anzi, proprio per questo. Il male non è nato per caso, ma ha colpito in un altro tempo una donna romena e l’ha resa incapace di accogliere quel che dovrebbe rendere felici gli uomini. Questa donna è tua madre. Poi, è arrivato qualcun altro e ha trovato te, o Iacopo, si è precipitato nell’ospedale più vicino e quei medici che fino a quel momento sapevano fare il loro lavoro con l’anima occlusa dalla quotidianità - anzi riescono a farlo bene proprio per questo – si sono trovati di fronte a qualcosa di più grande e si sono spogliati del ruolo e si sono fatti umanità tutta intera; si sono fatti madre (che è lo stesso) e così ti hanno dato un nome che permette a noi tutti, a me in questo momento, e a te in futuro, di avere un suono a cui rispondere per un appello, per un amore, per un documento o anche soltanto per un saluto da lontano. Adesso, questo nome serve per trasformarti da ‟un bambino abbandonato nella periferia di Verona” a ‟Pietro”. Soltanto Pietro. E tu adesso, se hai capito quel che voglio dirti (e anche se non l’hai capito), ce la devi fare. Perché questi mesi terribili che si trasformano facilmente in anni e che non sappiamo più quando finiscono, hanno bisogno di non perdere nessuno di noi per strada, nemmeno uno. Lo vedi? Abbiamo bisogno di te, anche di te.
Francesco Piccolo

Francesco Piccolo

Francesco Piccolo, nato a Caserta nel 1964, vive e lavora a Roma. Collabora con quotidiani e riviste e scrive per il cinema. Ha pubblicato Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori (minimum fax, 1994), L’Italia spensierata (Laterza, 2007); con Feltrinelli, Storie di primogeniti e figli unici (1996; premio Giuseppe Berto e premio letterario Piero Chiara), E se c’ero, dormivo (1998), Il tempo imperfetto (2000) e Allegro occidentale (2003, finalista premio Strega). Per Einaudi ha pubblicato La separazione del maschio (2008), Momenti di trascurabile felicità (2010), Il desiderio di essere come tutti (2013; premio Strega 2014) e Momenti di trascurabile felicità (2015). Per il cinema ha scritto film di Paolo Virzì, Renato De Maria, Michele Placido, Silvio Soldini e Nanni Moretti. Per i “Classici” Feltrinelli ha introdotto Tre uomini in barca (1997) di Jerome.

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