Per due giorni consecutivi, in aprile, i giornali liberiani hanno pubblicato una proposta di riforma del settore forestale del paese, chiedendo commenti del pubblico. La proposta era stata elaborata da un "gruppo di lavoro" formato dalla Coalizione di Organizzazioni non governative della Liberia e da un locale Istituto per lo Sviluppo sostenibile. E' stata pubblicata infine nella sua forma definitiva il 21 aprile: un caso raro di riforma "dal basso". La proposta di riforma di iniziativa popolare in Liberia è significativa per almeno due motivi. Il primo è che le foreste liberiane hanno subìto negli ultimi dieci anni un assalto senza paragoni a cui hanno concorso aziende forestali senza scrupoli, armate ribelli, trafficanti illegali e da ultimo un governo corrotto - quello del presidente Charles Taylor (deposto nell'agosto scorso, quando i ribelli armati che da tre anni combattevano il governo centrale sono arrivati alla capitale Monrovia). Mai la parola "saccheggio" è stata più appropriata. Si pensi: nei primi anni `90, quando era lui il ribelle in guerra contro il governo centrale, Charles Taylor aveva cominciato a distribuire "concessioni" forestali nei territori sotto suo controllo (e così si garantiva forniture di armi, perché aveva i soldi con cui pagarle e perché i trafficanti di legname erano spesso anche trafficanti di armi). Divenuto presidente della repubblica nel 1997 (confermato, bisogna dire, da una schiacciante vittoria elettorale), l'ex ribelle ha distribuito ad alleati e clientes generose concessioni per "sfruttare" le grandi foreste vergini del sud-est del paese. Molte di queste erano non solo gigantesche ma di dubbia costituzionalità: così nel 2000 Taylor ha varato una legge che attribuiva al solo presidente della repubblica la sovranità su concessioni forestali e minerarie - le foreste erano diventata una sua fonte di reddito privata. L'organizzazione internazionale ‟Global Witness”, che indaga sul nesso tra risorse naturali e conflitti, stima che la Liberia abbia esportato nel 2000 legname pregiato per 100 milioni di dollari di cui appena 7 milioni sono andati nelle casse dello stato. La stessa ‟Global Witness”, e fior di rapporti al Consiglio di sicurezza dell'Onu, documentano poi il legame tra industria del legname e importazione di armi in Liberia aggirando gli embarghi. L'anno scorso il Consiglio di sicurezza ha proclamato l'embargo sul legname tropicale liberiano: ma solo il 7 luglio, quando i ribelli erano ormai alle porte di Monrovia e Taylor prossimo alla fuga. Lo scorso novembre l'Onu ha deciso di mantenere l'embargo finché il Governo di Transizione insediato allora avrà proceduto a una riforma dell'industria del legname. Ed è qui che entra la Coalizione delle Ong liberiane (Environmental Lawyers Association, Save My Future Foundation, Grand Gedeh Community Servants Association, Sustainable Development Institute, e altri). La loro proposta, presentata al Governo di Transizione, raccomanda un'indagine (auditing) di tutto il settore. Chiede di varare subito meccanismi per prevenire distorsioni di fondi, e di rivedere tutte le concessioni attuali, in particolare quelle date durante il conflitto. Chiedono di stabilire un monitoraggio indipendente sulle operazioni di taglio e commercio del legname da parte di Ong locali e delle comunità che dipendono dalla foresta. Raccomandano di rafforzare le istituzioni di controllo sulla gestione forestale, e di garantire il pubblico accesso all'informazione su tutta la filiera dell'industria forestale - concessioni, mappature, quote annuali di taglio e così via. Raccomandano infine l'obbligo per le aziende forestali di rendere pubblico ciò che pagano al governo, tra cui tasse, tariffe, royalties, multe e altro - per diminuire la corruzione dilagante. Ecco una "società civile organizzata" che cerca di riprendere in mano sia la gestione delle risorse naturali del paese. Di più: cerca di ristabilire trasparenza e legalità. Con quella proposta di riforma cerca di riaffermare processi di consultazione pubblica: in definitiva, ricostruire un po' di democrazia - è questo il secondo motivo per cui ci sembra così significativa.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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