Ma se il Comune di Milano non avesse ereditato l'Aem, la Sea e un cospicuo patrimonio immobiliare come farebbe a tener fede agli impegni? La domanda sorge spontanea nell'ascoltare le allarmate esortazioni di Riccardo De Corato a vendere il prima possibile il 17,6% dell'ex municipalizzata dell'energia, il 34% della società aeroportuale e una porzione non ancora precisata del patrimonio immobiliare. L'appello del vicesindaco si giustifica con il limite all'indebitamento del Comune che l'assessore al Bilancio, Mario Talamona, fissa in 250 milioni di euro: troppo poco per finanziare il programma delle opere pubbliche della giunta. Ma tutta quest'ansia di collocare titoli e mattoni, che in tanti anni erano rimasti al loro posto, avrà riscontro nella realtà? E poi, in fin dei conti, tanta fretta è saggia? L'Aem, per esempio, può intervenire in Edison piuttosto che nel produttore svizzero Atel: una partecipazione del Comune più rotonda potrebbe servire a irrobustire la presa italiana su queste nuove aggregazioni. Sulle modifiche statutarie che il Comune ha fatto votare all'assemblea di Aem è in atto un ricorso al Tar e si minaccia un referendum: si tratta di reazioni ampiamente previste. È la democrazia. Il sindaco Gabriele Albertini, poi, esige un prezzo minimo di 600 milioni di euro per la quota Sea. Lo fa per un'esigenza di serietà e trasparenza. Ma la valutazione degli scali di Malpensa e Linate dipende molto del destino dell'Alitalia: perché vendere proprio adesso che la compagnia di bandiera sta cercando di uscire dai guai? Le case, infine. Il 18 maggio Deutsche Bank, Banca Intesa e Merrill Lynch hanno presentato una loro proposta per trasformare in moneta un certo numero di immobili. L'elenco dei siti non è stato allegato né viene fissata la valutazione di mercato di ogni cespite. Le tre banche consigliano di vendere a una società a responsabilità limitata posseduta da due fondazioni olandesi. La srl si finanzierebbe emettendo obbligazioni da rimborsare con il ricavato della vendita dei palazzi. È un procedimento analogo a quello adottato dal Tesoro per cartolarizzare gli immobili di Stato. Ma che cosa accadrebbe se la vendita degli immobili non andasse a buon fine? E perché non mettere a gara ciò che si vuol vendere? Intendiamoci, non c'è niente di male a voler ricollocare un po' di azioni o di case. Se ne può discutere la convenienza, la scelta dei tempi e dei modi. Ma in astratto potrebbe essere perfino un bene sostituire un pezzo di Aem o di Sea con la quarta linea della Metropolitana: la città continuerebbe ad avere luce e gas e migliorerebbe i trasporti. E tuttavia, per essere perfetti, bisognerebbe aggiungere per ciascuna delle entrate straordinarie il suo preciso reinvestimento. Corredato da una breve relazione su dove sono stati reinvestiti i proventi della prima tranche dell'Aem. Perché, se le entrate straordinarie servono a costruire una metropolitana migliore, può anche andar bene. Se invece servono per la manutenzione delle strade o l'illuminazione pubblica, bene non andrebbe. In questo secondo caso, infatti, ci dovremmo chiedere: senza vendere i gioielli di famiglia, Milano resterebbe al buio?
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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