Un vento carico di pioggia spazza i campi di Waterloo, la madre di tutte le battaglie. Muove onde lunghe nel grano dove, nel cuore del Belgio, naufragò l' avventura di Napoleone. Il 18 giugno del 1815, quando scese la notte e tacquero i cannoni, quel vento diffuse nei villaggi una polifonia lugubre di gemiti e nitriti, odore dolciastro di sangue, vomito, zolfo, merda, carne bruciata. Quel vento diceva che lì, in dieci ore, si era consumato uno dei più grandi macelli della storia, 50 mila uomini e 10 mila cavalli abbattuti nel fango. Duecento anni dopo Napoleone torna a Waterloo, da vincitore. Un mega-progetto di ricupero dell' area, appena messo in cantiere dai belgi, ne cavalcherà la leggenda e il fattore di marketing. Ti avvertono: "Nessuno viene qui per la vittoria della coalizione. Tutti vengono a vedere l' ultima battaglia di Napoleone". Ma già ora arrivi a Waterloo, e sembra che abbia vinto lui. "Waterloo c' est Napoléon", ti dicono. In paese locande, negozi, boutique portano il suo nome. Il padrone del ristorante "Il bivacco dell' imperatore" andò fino a Mosca vestito da granatiere francese. In Belgio sanno quanto rende il turismo della memoria. Per capire la forza del luogo non puoi limitarti al circo-rama che in un gigantesco affresco riproduce la battaglia, e nemmeno al tumulo col leone di bronzo in cima e la lunga scalinata dove si arrampicano ansando scolaresche e turisti giapponesi. Devi andartene sul terreno, sotto un cielo bigio e piatto come sa essere il cielo solo in questa terra di battaglie e miniere. Devi traversare a piedi quella che Victor Hugo definì "la morne plaine", la piana desolata. La quale, scopri subito, non è affatto piana e nemmeno desolata, ma una grande scenografia a saliscendi, aperta, battuta dal vento, favolosamente intatta. "Qui c' è un potenziale immenso" spiega Yves Vander Cruisen, iperattivo assessore alla cultura di Waterloo, indicando convessità e fattorie nella bruma. I suoi antenati hanno combattuto sia con Napoleone sia contro di lui; francofoni i primi, fiamminghi i secondi. è figlio di una terra di frontiera, perché Waterloo è proprio lì, segna il confine etnico tra il Nord e il Sud del Belgio. L' uomo indica come saranno abbattute le catapecchie, dove - entro il 2008 - sarà costruito sottoterra il mega-centro visitatori, il parcheggio, il muro con i nomi dei reggimenti in campo. "Non sarà affatto un' ode alla guerra. Esalteremo, al contrario, il suo aspetto crudo con ogni effetto speciale" Alla fattoria Hougoumont, dove francesi e inglesi si massacrarono per ore, il tempo si è fermato. Ci sono ancora i contadini, le vacche, i cavalli, il letame. In una cappella in mattoni rossi, un Cristo con le gambe bruciate dal fuoco della battaglia. Fuori, una campagna immensa, ippocastani in fiore, gazze ferme controvento come aquiloni. Ondulazioni lunghe, verde smeraldo, la topografia del massacro che si dispiega con evidenza perfetta. Ti par di risentire i tamburi. Una volta per i massacri si sceglievano sempre bei posti. Tutto doveva essere visibile, come in un film. L' idea di nascondersi, della trincea, era inconcepibile. Waterloo: non esiste in Europa un campo di battaglia così ben conservato. Su quello di Marengo, presso Alessandria, ci hanno costruito un campo di calcio. Austerlitz è piena di fabbriche. Di Solferino, poi, nessuna traccia. Waterloo, invece, si è salvata. Nel 1914 fu classificata monumento storico e vincolata in vista del primo centenario. Ma non fu buon auspicio, perché subito scoppiò la Grande Guerra, e altri soldati finirono, attraverso quel grano, in un macello ancora più orrendo. Lì a due passi, nelle trincee del fronte occidentale. Ancora colline ondulate, uno stradone, poi il quartier generale, la fattoria "Au Caillou", dove Lui passò la notte della vigilia con quattro marescialli, quattordici generali, quattro colonnelli e una corte di scudieri, segretari, prevosti, chirurghi, paggi, valletti, persino un mammelucco di nome Alì. In giardino - ricorda una targa - bivaccò la Guardia Imperiale, reduce di Marengo, Ulm, Austerlitz, Jena, Friedland, Essling, Wagram, Smolensk, Moscova, Hainau, Montmirail. Dentro, il letto da campo di Sua Maestà, lo scheletro di un ussaro, frammenti di pipe, fibbie, pallottole, bombe, soldatini, bandiere. Fuori, nella casetta attigua, c' era fino a ieri una vecchina che offriva ai viaggiatori tartine al formaggio di capra e birra di ciliegie. Diluviò, raccontano, quella notte. Ma Napoleone, anziché attaccare all' alba, lasciò i soldati a battere i denti fin quasi a mezzogiorno. Un errore fatale. Turisti francesi si fermano in muta devozione davanti a una statua dell' Imperatore. Non si rassegnano. "Se avesse attaccato subito, avrebbe fatto in tempo a battere Wellington prima dell' arrivo dei prussiani. E sarebbe arrivato fino al Reno". Napoleone, dunque, battuto solo da se stesso. O dall' imperizia dei suoi generali. Napoleone, quindi, invincibile e invitto. "Gli inglesi sono nervosi" ti dicono mostrandoti il ‟Times” che polemizza con questo mega-restauro affidato a una ditta francese. Ma a Waterloo negano che ci sia polemica. "Abbiamo chiamato esperti da tutto il mondo, Londra compresa. E tutti hanno approvato il progetto". E poi c' è dietro anche una sponsorizzazione politica forte. Il sindaco di Waterloo, Serge Kubla, oggi ministro del governo belga e già in campagna elettorale per le prossime politiche. Anche lui ha investito sul "Fattore N". Ne conosce il valore. Il vento ara il grano basso, punteggiato di vacche bianche e immobili, quasi fosforescenti sotto il cielo piombo. Dall' altura dove Napoleone seguì la battaglia si vede il terreno da cui arrivarono i prussiani in soccorso a Wellington. "Allora il grano era più alto - racconta Ruggero Melan, un italiano a Bruxelles - e i prussiani non ebbero difficoltà a nascondersi. Allora si usava un grano lungo, per la paglia dei cavalli. Sono cose che non stanno nei libri". E narra di un misterioso cavaliere francese scomparso nel nulla mentre galoppava ad avvertire Napoleone del pericolo imminente. "Lo scheletro è stato trovato un secolo e mezzo dopo, durante la costruzione di una villa". Accanto a una fattoria, la colonna in memoria di Victor Hugo, che qui, il 30 giugno 1861, finì di scrivere "I miserabili". Hugo aveva l' ossessione di Waterloo, cominciò a scriverne a sei anni. Odiò sempre quel leone di bronzo sulla collina che mostrava i denti alla Francia, troppo lontano dalle aquile francesi. Ma non c' è solo Hugo. In letteratura non esiste luogo più raccontato di questo. Walter Scott, Lord Byron, Baudelaire, Stendhal passarono di qui, diffusero visioni romanzesche, alimentarono credenze e leggende. Poi magari scopri che il famoso "Merde" di Cambronne non fu mai pronunciato qui, o che il leone in cima al tumulo-memoriale non fu mai fatto con i cannoni dei francesi. Scopri che la vittoria non fu affatto inglese, ma in prevalenza della Germania. Basta guardare le carte della battaglia al museo. Gli inglesi in campo erano 35 mila, i tedeschi e prussiani almeno il quadruplo, con accanto 29 mila olandesi. E chi salvò la situazione soccorrendo Wellington, non fu tanto Bluecher, quanto il generale von Gneisenau, come sostenne fino alla morte la sua ultima discendente Dorothée. "Potrei scrivere un libro: Waterloo demistificata - ride Vander Cruisen - ma lo pubblicherò solo dopo morto. Oggi devo lanciare questo luogo, e le sue leggende ne fanno parte". I musei belgi sono un' industria efficientissima. Negli ultimi vent' anni ne hanno fatti ottocento, e rendono tutti alla grande. Quelli di guerra, sul fronte occidentale e sulle Ardenne, sono i migliori. A Ypres, dove furono usati per la prima volta i gas in trincea, ne hanno fatto uno nuovissimo, dove ti vestono da soldato e ti fanno passare attraverso la paura, i bivacchi, l' infermeria, l' assalto, persino la morte. Alla fine dici: guerre mai più. Così, luoghi d' orrore diventano luoghi d' incontro e riconciliazione per l' Europa. Una strada dove l' Italia è ancora indietro, anche in luoghi-simbolo come il fronte dell' Isonzo. Ora tornano i tamburi di Waterloo, la madre delle battaglie. La più raccontata, la più visitata, la più amata e odiata di tutte.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>