Con la scomparsa di Umberto Agnelli si chiude il Novecento della Fiat, architrave dell'Italia industriale, e si apre un periodo di incertezza che ruota attorno a una domanda: il Paese ha bisogno di una Fiat, ma i suoi storici azionisti possono dire altrettanto? Il Novecento è stato il secolo dell'auto e l'auto ha dato per tanti anni ricchezza e potere al grande gruppo di Torino e uno status ineguagliato a chi ne deteneva il controllo. Giovanni Agnelli ne era così consapevole da rifiutare le offerte della DaimlerChrysler, disposta a pagare una somma assai cospicua per avere la Fiat Auto. E da accettare invece l'accordo con la General Motors, che lasciava a lui e ai suoi successori la scelta di conservare o di cedere la storica attività grazie all'ormai celebre put option. Dopo di lui, la nuova generazione dovrà rileggere il proprio sistema di interessi, ma non è detto che questi si leghino alle stesse ambizioni dell'Avvocato. Umberto aveva l’età, la formazione professionale, l'esperienza e le relazioni per poter esercitare la leadership. Nei 488 giorni della sua presidenza, ne ha dato più di una prova: quando ha sbloccato la vendita di alcune partecipazioni assai preziose come Toro e Fiat Avio e, soprattutto, quando ha convinto i familiari a sottoscrivere l'aumento di capitale della società in accomandita per azioni ‟Giovanni Agnelli & C.”, propedeutico alla ricapitalizzazione della Fiat. Senza queste azioni la Fiat non avrebbe avuto l'ossigeno per tentare la risalita. Averle decise ha il significato di un'assunzione di responsabilità, anzi di un'inversione di rotta dopo il declino degli investimenti favorito dall'accordo con la Gm, che era stato presentato come un paracadute da non aprire mai e in realtà gestito come una vendita a termine. A questo ripensamento hanno contribuito gli avvertimenti degli americani poco propensi ad accollarsi la Fiat Auto senza un'adeguata dote. Ma quel che conta, alla fine, è che la Fiat Auto è rimasta alla Fiat e che la Fiat sta provando a risanarla. La strada è in salita. Il Centro ricerche, che non ha mai smesso di funzionare, lavora a pieno ritmo e l'amministratore delegato Giuseppe Morchio non intende ripetere gli errori del passato quando due brevetti dell'importanza del common rail e del multi-jet vennero ceduti alla Bosch e alla Fiat-Gm Powertrain anziché essere sfruttati in proprio come arma competitiva. Ma la Fiat Auto, se il piano verrà rispettato, andrà a posto nel 2006. È una traversata nel deserto con i trattori e i veicoli industriali che, a un certo punto, dovranno pompare denaro per turare le ultime falle della grande malata. A dicembre, la trattativa con Gm per cancellare il put in cambio di soldi potrebbe procurare quell'ulteriore riserva di cassa necessaria a fronteggiare eventuali sorprese del mercato. La battaglia per la sopravvivenza è dunque in pieno svolgimento. Grazie all'impulso che Umberto ha dato. Rimane invece aperta, se Morchio ce la farà, la questione della prospettiva che coinvolge gli assetti societari e le strategie industriali. Giovanni e Umberto coltivavano idee diverse sul rapporto della famiglia con l'azienda e le banche. Giovanni ha accettato di condividere il potere con Mediobanca, che ha più volte bloccato l'ascesa al vertice di suo fratello sostenendo, invece, la posizione di Cesare Romiti, per anni amministratore delegato e infine presidente della Fiat. Per l'Avvocato, Mediobanca era la banca di casa, destinataria di una relazione privilegiata. Umberto, invece, credeva fosse più conveniente avere piena autonomia, anche al punto di ripensare l'investimento nell'auto. Soltanto nel 1998, rassicurati dai bilanci sostenuti dalle vendite della Punto e dalla rottamazione, gli Agnelli ruppero quel rapporto di ferro. Ma non avendo né venduto l'auto né investito abbastanza, si sono ben presto ritrovati con i conti in rosso e le banche sulla porta di casa: non più Mediobanca che in verità aveva segnalato il pericolo fin dal 2000, ma le otto banche, che nel 2002 hanno erogato il prestito convertendo di 3 miliardi, un'obbligazione speciale che, nel caso di mancato rimborso nella seconda metà del 2005, si trasformerà in capitale. La differenza, rispetto al 1998, è che questa volta agli Agnelli l'intervento delle banche non dispiacerebbe, anche se comporterebbe una certa diluizione della loro partecipazione in Fiat: scendere dal 30 al 22% con le banche al 27% - questo sarebbe l'effetto teorico calcolato ai valori correnti - non sarebbe certo una tragedia, visto che le clausole del convertendo di fatto impongono un robusto sovrapprezzo ai nuovi soci. Ma le banche recalcitrano. Solo Unicredito e Sanpaolo Imi hanno cominciato ad accantonare fondi per far fronte alla minusvalenza che dovranno registrare al momento della conversione. Le altre attendono. A differenza di Mediobanca, che aveva la cultura per acquisire partecipazioni e potere nei grandi gruppi, le banche italiane recalcitrano. Nonostante la riforma del 1993 le abbia avviate sulla strada della banca universale, la loro anima rimane ancora prevalentemente commerciale. Non si sentono pronte a recitare una parte analoga a quella delle consorelle tedesche. E la Fiat è una responsabilità da far tremare i polsi. Anche se Morchio dovesse farcela. La famiglia Agnelli è oggi, in realtà, un agglomerato di famiglie. Jaki Elkann, ventottenne erede di Giovanni Agnelli, esprime il 31% dei voti dell'accomandita e può aspirare alla leadership. L'accomandita, l'Ifi e l'Ifil hanno cassa e partecipazioni liquidabili per circa 4 miliardi di euro, ma chi ragionasse in termini di mero ritorno dell'investimento difficilmente oserebbe reinvestirne nell'auto. Esistono, è vero, case di grande successo a maggioranza familiare come Peugeot-Citroen e Bmw, ma queste non hanno perso il treno degli anni Novanta. Alle banche tocca ora decidere se giocare in modo nuovo il ruolo che fu di Mediobanca accanto agli Agnelli o se invece trovare la strada per liberarsi del problema. In un recente passato, quando Umberto aveva cercato di portare Enrico Bondi alla guida della Fiat, le banche fecero valere il loro diritto di veto: volevano evitare che, dietro Bondi, rientrasse di nuovo nella stanza dei bottoni di Torino la Mediobanca allora guidata da Vincenzo Maranghi. Oggi il delfino di Cuccia è in pensione. Ma la Fiat resta un patrimonio del Paese, prima ancora che dei suoi azionisti.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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