Con il suo primo discorso da presidente, Luca Cordero di Montezemolo ha riposizionato la Confindustria nel gioco politico e nel confronto sociale dopo i quattro anni di Antonio D'Amato, contrassegnati dall'appoggio al governo e dal tentativo di dividere Cisl e Uil dalla Cgil. Il nuovo leader non ha mai indugiato nel pianto greco contro l'euro, la pubblica amministrazione, il credito inefficiente, i sindacati conservatori, la concorrenza dei Paesi emergenti. Non ha indicato avversari, meno che mai nemici che al momento buono diventano alibi, ma ha preso la parola sulla base di una dichiarazione di generosità: restituire all'Italia parte di quello che la classe imprenditoriale ha avuto, e che è molto. È questo un modo di porsi radicalmente diverso da quello prevalente nel mercato della politica. Il giorno prima Montezemolo aveva esortato Silvio Berlusconi a prendere impegni e a sottoporli alla verifica degli interlocutori. Come il giorno dopo avrebbe fatto lui. Chi si fermasse al colore potrebbe osservare che il signor Ferrari parla al capo del governo da pari a pari, forse perché sa di non poter essere zittito con i successi del Milan. In realtà, da interlocutore dell'esecutivo, Montezemolo critica i miti della Seconda Repubblica - il federalismo e lo spoil system di uomini e leggi - ragionando sui costi delle burocrazie dilaganti e sui guasti delle riforme che durano lo spazio di una maggioranza. E, in contrasto con lo scetticismo del centrodestra, esalta l'Europa. Da protagonista dell'economia, espone la sua priorità: ricostruire i margini di competitività delle aziende più che rilanciare i consumi. L'avvio di nuovi rapporti con le banche, al di là delle alleanze possibili tra le associazioni di categoria, offre una carta in più. Ma è bene non farsi illusioni. È dal 1993 che le banche possono acquisire partecipazioni nelle imprese le quali, peraltro, ricevono in Italia più credito che all'estero. D'altra parte, nonostante la modestia dei tassi d'interesse, non c'è una richiesta di prestiti inevasa: come dicono gli economisti, il cavallo non beve. Ma proprio questa sarà la cartina di tornasole della partita di Montezemolo quale rappresentante di una parte decisiva della classe dirigente: come ridare velocità a una macchina, quella della produzione, che sta segnando il passo. La scelta del metodo è chiara: ritorno allo spirito del 1993, alla concertazione. Nel merito, spiccano l'appello al capitalismo delle famiglie a ripensare se stesso, il silenzio sul taglio dell'Irpef (che, invece, Berlusconi ha rilanciato poche ore dopo al congresso di Forza Italia) e l'invito a orientare diversamente la spesa pubblica destinando più risorse a ricerca, istruzione e Mezzogiorno: quasi una traccia per la Finanziaria del 2005. Le reazioni dei leader politici e sindacali promuovono questa svolta, peraltro annunciata. Certo, non mancano riserve, manifestate con chiarezza dal ministro del Welfare, Roberto Maroni, o lasciate intendere dalla fredda concisione del premier all'Eur. Montezemolo non è Garibaldi, lo si può criticare. E, tuttavia, chi ha responsabilità di governo farebbe bene a considerare non solo il plebiscito raccolto dal neopresidente tra i suoi associati e tra i banchieri, ma anche gli inviti alla collaborazione venuti da artigiani, agricoltori, piccola industria, tutte aree di insediamento sociale di Forza Italia e della Lega. Avanzate le proprie perplessità, chi ha responsabilità di governo dovrebbe sempre saper ascoltare. Anche perché, ieri, Montezemolo ha parlato al Paese, e ne ha chiesto la fiducia, prima che ai suoi grandi elettori.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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