La notizia arriva dopo le 4 del pomeriggio (quando in Italia sono le 14.23) da una fonte del tutto inattesa qui in Iraq: la televisione di Varsavia. Un dirigente polacco rapito il primo giugno, Jerzy Kos, e i tre ostaggi italiani - Salvatore Stefio, Maurizio Agliana e Umberto Cupertino - sono stati liberati con un blitz "delle forze della coalizione". È la fine di 58 giorni di paura, incertezze, false speranze e delusioni dolorose. "Gli italiani sono già sulla via dell'aeroporto". Entro oggi "saranno a casa". Per una volta vengono battute sul tempo le tv arabe al Jazira e al Arabiya. La nuova radio irachena si limita a citare i media di Varsavia. Da quel momento in poi diverse versioni rendono difficile l'esatta ricostruzione dei fatti. Su tutte domina quella del primo ministro italiano per cui la liberazione degli ostaggi sarebbe stata il risultato di un "grande lavoro di intelligence e di cooperazione tra i contingenti della coalizione che operano in Iraq". Arrivando ieri negli Stati Uniti per il summit del G8, Berlusconi ha spiegato che il covo dove erano prigionieri gli ostaggi era stato individuato già lunedì sera. "Questa mattina (ieri per chi legge, ndr) alle 11.30 ho dato la luce verde alle teste di cuoio perché iniziassero il blitz. Mi ero assicurato che i prigionieri non corressero pericoli". Racconta Berlusconi che "all'interno del covo c'erano solo due guardiani", più qualcuno all'esterno. Assicura "che non c'è stato spargimento di sangue". Il premier e il ministro degli Esteri Frattini hanno voluto quindi ringraziare il sottosegretario Gianni Letta e la Croce Rossa italiana, che grazie ai "coraggiosi convogli umanitari a Falluja e nelle zone calde del Paese ha contribuito a creare le premesse al dialogo e all'eventualità del negoziato per il rilascio". Ma dove si trovava il covo e come si è svolta l'operazione? Ieri nel primo pomeriggio le fonti militari americane sostenevano che l'ora del blitz sarebbe stata verso le due di notte. Difficile anche capire l'ubicazione del covo. La versione dell'ambasciata italiana è che si trovasse in un quartiere alla "periferia meridionale di Bagdad". Ma l'ostaggio polacco racconta per telefono ai dirigenti della sua ditta, la Jedynka di Breslavia, di essere stato liberato assieme agli italiani nella cittadina di Ramadi. Una versione non incredibile, visto che fu proprio nella zona di Ramadi che gli italiani vennero rapiti, sulla strada che da Bagdad li portava ad Amman. Zona controllata dalle milizie armate sunnite, mai davvero toccata dalla guerra, dove il vecchio sistema di comando e controllo dei fedelissimi di Saddam Hussein resta estremamente efficace. Sino a due ore prima della diffusione della notizia della liberazione ci trovavamo nello stabile dell'ambasciata italiana e qui veniva ripetuta la tesi che era andata per la maggiore negli ultimi giorni. "I terroristi che tengono prigionieri gli italiani (ancora nessuno diceva che con loro c'era anche l'imprenditore polacco) dal 12 aprile hanno dimostrato di essere molto attenti alla politica interna italiana. E certo non faranno un regalo al governo Berlusconi liberandoli proprio prima delle elezioni", valutavano i circoli diplomatici. Ma c'era un elemento in più: dalla consegna all'ospedale della Croce Rossa a Bagdad dei resti della salma di Fabrizio Quattrocchi due settimane fa i servizi di intelligence italiani si erano dati da fare per cercare di risalire la catena dei mediatori per individuare i responsabili del rapimento. Nel tardo pomeriggio il comandante in capo delle forze americane in Iraq, generale Ricardo Sanchez, tiene una breve conferenza stampa, dove però i suoi silenzi e "no comment" lasciano le domande più aperte di prima. Al suo fianco l'ambasciatore italiano, Gianludovico de Martino, che si limita a un telegrafico messaggio di ringraziamento alle forze della coalizione. Solo su un punto Sanchez non lascia dubbi. "La liberazione degli ostaggi è avvenuta grazie a un blitz militare delle forze della coalizione. Non c'è stata alcuna mediazione". Non nega e non conferma se tra le teste di cuoio si contassero polacchi, sembra invece non ci fossero italiani. Anche se da Roma si ribadisce il ruolo "centrale" dell'intelligence italiana. Sanchez assicura che nessuno degli ostaggi è stato ferito. Ma non precisa se vi siano state vittime tra i rapitori. A Bagdad gira la voce che due di essi siano stati uccisi. Ma non ci sono conferme. Nel corridoio, fuori dall'aula della conferenza stampa, incontriamo il generale dei Bersaglieri Carmine De Pascale, l'ufficiale appena giunto nel Paese che nei prossimi mesi avrà il compito di collaborare per la ricostruzione del futuro esercito iracheno. "Dobbiamo ancora esaminare i rapporti del blitz. Posso però dire che è stato velocissimo, un'azione di pochi minuti", ha detto. Sanchez non specifica chi fossero i rapitori, non dice neppure se sono sciiti o sunniti. Ma le reticenze sue e dei suoi collaboratori appaiono imbarazzate. Uno dei suoi portavoce, il generale Mark Kimmitt, informa alcuni giornalisti americani che "più tardi vi diremo come sono andate le cose, informalmente". Ma poi ci ripensa. E con un gesto annoiato della mano lascia la sala.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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