Un'ispezione insolita è cominciata ieri a Brazzaville, la capitale della Repubblica del Congo, Africa centrale. E' la prima "missione di revisione" inviata dal segretariato del Kimberley Process, ovvero la conferenza dei 55 paesi che aderiscono al sistema internazionale di certificazione dei diamanti grezzi. Il nome "processo di Kimberley" viene dalla omonima città diamantifera del Sudafrica dove nel 2002 si riunì una sessantina di paesi produttori o acquirenti di diamanti grezzi, con i rappresentanti delle maggiori industrie e società commerciali del settore e alcune organizzazioni per i diritti umani. Il problema era stabilire un meccanismo di controllo sul mercato delle pietre grezze per garantire che i diamanti estratti in zone di guerra non arrivino sul mercato mondiale, e dunque smettano di finanziare le parti in conflitto. Così dal 1 gennaio del 2003 vige il sistema della certificazione: i paesi contraenti mettono in vendita pietre grezze con un "certificato di origine", attestante che sono state estratte in modo legale e non hanno finanziato movimenti armati, e i compratori si impegnano ad acquistare solo gemme fornite di tale certificato. Al momento 43 paesi (inclusa la Comunità europea) partecipano formalmente al Kimberley Process, cioè hanno dimostrato di avere leggi e norme coerenti con il sistema di certificazione. Il punto debole del sistema di certificazione di Kimberley è che i certificati di garanzia emessi dai governi vanno presi sulla fiducia: non esistono meccanismi di controllo obbligatorio a cui i partecipanti debbano sottostare, ma solo controlli volontari. Proprio per questo però la missione cominciata ieri a Brazzaville è importante. La Repubblica del Congo è sospettata di essere uno dei maggiori crocevia di contrabbando in Africa. È un fatto: il paese esporta ogni anni diamanti grezzi per un valore superiore a 200 milioni di dollari, ma ha una produzione minima e non ha importazioni documentate Bisogna dire che molte organizzazioni per i diritti umani, quelle che avevano fatto campagna contro i "diamanti insanguinati", avevano considerato un errore ammettere la Repubblica del Congo nella lista dei paesi aderenti (che possono dunque emettere certificati di garanzia): con tasse sull'export estremamente basse e normalive molto flessibili (e poco applicate), era abbastanza prevedibile che avrebbe attirato diamanti di contrabbando dalla vicina Repubblica Democratica del Congo (l'ex Zaire) o altri paesi (pare ne arrivino anche dall'Angola): le gemme arrivano in modo illegale, poi sono "ripulite" con un certificato di garanzia come se fossero state estratte nel Congo Brazzaville e riesportate, con grande profitto per i trafficanti - e con grave perdita per l'ex Zaire, che ha tra le maggiori riserve mondiali di diamanti di qualità industriale. Secondo stime dello scorso autunno, la Repubblica democratica del Congo esporta legalmente pietre per circa 450 milioni di dollari all'anno ma il suo ministero delle miniere stima che un valore equivalente esca dal paese illegalmente. La Rdc accusa esplicitamente Brazzaville di riciclare i suoi diamanti di contrabbando.
E' stato proprio il governo di Brazzaville del resto a quantificare la produzione interna, nel suo rapporto annuale al segretariato del Kimberley Process: produce circa 55mila carati all'anno, ma esporta 5,2 milioni di carati. Ed è stata la stessa Brazzaville a sottoporsi volontariamente all'ispezione, che durerà quattro giorni: della delegazione fanno parte esperti mandati da Canada (presidente di turno del processo di Kimberley), Israele, il Consiglio Mondiale dei Diamanti (l'associazione degli industriali) e dell'organizzazione indipendente Partnership Africa Canada, una ong. "Abbiamo una missione molto chiara", ha dichiarato qualche giorno fa al ‟Financial Times” Abbey Chicane, ex presidente sudafricano del Kimberley process e capo della delegazione giunta a Brazzaville: "Non c'è una ragionevole giustificazione per la discrepanza [tra produzione e export]. Ora sta al governo di Brazzaville rendere conto".
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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