La voce era fragile, difficile da capire, a causa del tremore, ma le parole sono state assai ruvide. Papa Giovanni Paolo II non ha usato mezzi termini ieri, quando ha ricevuto nel suo studio il presidente degli Stati Uniti George W. Bush e sua moglie Laura, un incontro privato di 15 minuti seguito da un breve indirizzo reciproco: il momento forse più importante della giornata romana del presidente americano, almeno dal punto di vista diplomatico. Papa Wojtyla era stato uno dei grandi oppositori della guerra in Iraq, ed è di questo che ha parlato ai suoi ospiti: si è augurato che "la situazione [irachena] sia normalizzata al più presto possibile, con la partecipazione della comunità internazionale e in particolare delle Nazioni unite, per assicurare un rapido ritorno alla sovranità irachena". Non solo. "Nelle ultime settimane altri deplorabili eventi sono venuti alla luce", e anche se non le ha nominate il riferimento era alle violenze verso detenuti iracheni nel carcere di Abu Ghraib (così ha confermato poi il portavoce vaticano Joaquin Navarro-Valls): fatti "che hanno turbato la coscienza religiosa e civile di tutti e rendono più difficile un impegno sereno e risoluto su valori umani condivisi". Ma senza questo impegno "né la guerra né il terrorismo saranno mai superati".
Infine, il Medio Oriente: il papa aveva accolto al suo interlocutore ricordandogli che la sia visita a Roma "avviene in un momento di grave preoccupazione per la continua turbolenza in Medio oriente, sia in Iraq che nella Terra Santa". Poi si è augurato che anche là sia ripresa la strada di "nuovi negoziati, dettati da un sincero e determinato impegno al dialogo, tra il governo di Israele e l'Autorità palestinese".
Insomma, assomigliava molto a una predica quella impartita dal pontefice al presidente degli Stati uniti. Del resto, i mesi che avevano portato alla guerra in Iraq erano stati di grande gelo da il Vaticano e Washington. Il papa aveva mandato un suo inviato sia da Bush sia da Saddam Hussein, nei mesi che precedettero l'invasione, e il nunzio apostolico (equivalente di un ambasciatore vaticano) era rimasto a Baghdad durante i bombardamenti, per segnare quanto il Vaticano fosse dissociato dalla guerra americana: tutte iniziative verso cui la Casa Bianca aveva tenuto un tono assai sprezzante. In qualche modo, quella di ieri voleva essere una ricucitura diplomatica. Bush si è presentato in Vaticano regalando al papa la Medaglia presidenziale della libertà, massima onoreficenza di cui lo stato americano possa insignire un civile. Apprezziamo, gli ha detto, "il forte simbolo di libertà che lei rappresenta". Ha aggiunto che il suo governo lavorerà "per la libertà umana e la dignità umana" - senza nominare né l'Iraq né le torture in prigione. Poi ha sorbito con pazienza quel discorso così poco compiacente.
Bush del resto aveva buoni motivi per inserire il Vaticano nella sua visita in Europa e sorbire la prevedibile ramanzina: negli Stati Uniti è ormai aperta la campagna per le elezioni presidenziali di novembre, e il voto dei cattoliti potrebbe rivelarsi importante negli stati "incerti". Dunque, mostrare di aver ristabilito buone relazioni con il papa era un po' una necessità elettorale. Il paradosso è che il concorrente di Bush è un candidato democratico, John Kerry, il quale è di fede cattolica ma non ha il favore della conferenza episcopale americana - che anzi ha lanciato una campagna feroce per le sue posizioni a favore della libertà d'aborto, arrivando a minacciare la scomunica. Al contrario il Vaticano e i vescovi Usa hanno sempre apprezzato l'amministrazione Bush per le sue posizioni antiabortiste e sui valori familiari.
In questo senso la visita allo studio privato di papa Wojtyla è stato il momento saliente della giornata diplomatica di George W. Bush, ieri a Roma. La visita era per il resto pensata per coincidere con il sessantesimo anniversario dell'ingresso delle truppe americane a Roma, e proseguirà a Parigi e in Normandia per coincidere con l'anniversario dello sbarco che segnò l'inizio della fine della Germania nazista. Così era in qualche modo d'obbligo la breve visita alle Fosse Ardeatine, luogo di uno dei peggiori crimini di guerra commessi dall'esercito d'occupazione nazista in Italia. Mwentre l'incontro con il presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi è stato un atto formale, e l'incontro con Silvio Berlusconi è stato relegato alla serata, una cena con menù tricolore (così dicono i comunicati di Palazzo Chigi). Lo scambio più formale con l'alleato italiano è rinviata a oggi, quando i due terranno una conferenza stampa congiunta prima che il presidente americano voli a Parigi - dove lo aspetta un round ben più impegnativo, l'incontro con il presidente francese Jacques Chirac.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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