L'Italia vista dal Giro è un Paese che si stenta a riconoscere. Completamente diverso da quello isterico dei "reality show", il cui aggettivo è palesemente una presa in giro. È un Paese che si conosce soltanto salendo su una macchina, percorrendo le strade nazionali e rinunciando alle autostrade, scendendo in piazza a parlare con le persone, a osservare e ad ascoltare la cosiddetta gente. Pensavamo che la gente non esistesse più se non in tv e invece al Giro è davvero tantissima. In Puglia, la folla occupava finestre, balconi e terrazze dei paesi, persino i tetti delle case. Bisognerebbe contarle una ad una, le persone che aspettano il Giro, per rendersi conto della quantità impensabile di italiani presenti. Forse ci si accorgerebbe che superano qualunque possibile share. ‟A guera è guera”, si dice a Roma. Ma il Giro è il Giro: una festa popolare nazionale colorata di manifesti, striscioni, slogan, palloncini e stendardi. È un'Italia che non ha dimenticato gli idiomi particolari. Sembra ancora l'Italia dei comuni rinascimentali descritta da Carlo Dionisotti. Si sono viste molte bandiere del Milan e dell'Inter, ma anche bandiere italiane (Ascoli ieri ne era piena). Le bandiere della pace, che l'anno scorso abbondavano, sono state ammainate (segno che quando la guerra è presente tra noi, i proclami ideali si ritengono superati o inutili?). È un Paese strano, l'Italia.
Come diceva Giulio Bollati, che ha studiato il nostro carattere nazionale, esiste uno squilibrio evidente tra il vecchio e il nuovo. Il nuovo sono i consumi, il vecchio è il vecchio. Tra i due estremi non si trova una sintesi utile, specie al Sud. A Eboli non sembra esserci più traccia del Cristo che vi si era fermato durante la guerra. Lo hanno sostituito un Soft Land Supermarket, un Minimarket Food, una Videobank, un Planet Calzature, un Metalmec, e tantissimi scheletri di case che hanno tutta l'aria di essere in costruzione perenne. Per ricordare il Pirata, non si trova di meglio che esibire un enorme "Pantani forever". A Eboli.
Eppure, gli uomini in canottiera seduti sui muretti sembrano gli stessi contadini raccontati da Carlo Levi, così come le donne alle finestre con i fazzoletti in testa. E i bambini, anche se non stanno sui carretti ma dentro i cofani aperti di station wagon mezzo scassate con targhe del Nord, non sembrano cambiati poi molto.
Mentre negli anni Sessanta si pensava che l'Italia linguistica e culturale fosse stata unita per sempre dalla televisione, oggi si constata che ciò che copre come un velo uniforme ogni angolo del nostro Paese è lo slang anglo-americano-pubblicitario che veicola i consumi. Basta gettare uno sguardo sulle insegne che percorrono le strade del nostro Paese, in evidente antitesi con lo sfascio circostante oppure con l'antropologia e la natura antica dei luoghi. C'è la sensazione che le insegne siano gli unici relitti di una modernità terremotata ancor prima di nascere. A Casarsa (non quella pasoliniana ma quella vicino a Salerno) il Caffè Club Grande Fratello è equidistante da una discarica con poltrone sventrate ed elettrodomestici rovesciati, dagli ulivi perenni e dai campi puliti. A Massafra, provincia di Taranto, dove finiscono le insegne del Caffè Italy, del Videomania Point e delle Speedy Pizza, cominciano i muri a secco, le pale dei fichi d'india, l'odore dei fichi, le gravine e la macchia mediterranea. Arrivando a Martina Franca, si oltrepassano la Boutique del Lavoro e quella della Carne, la Cyborg Abbigliamenti, una Street Wear, una Children Fashion, un Euroshop, un Salotti Time e così via; e solo quando intravedi l'insegna dei "Capocolli, soppressate e pancetta" capisci che non sei in California ma nella Murgia storica.
Carovigno, in Puglia, viene annunciata da un cartello come "La città della Nzegna". Letteralmente: città dell'insegna, a ricordare un antico rito pasquale che prevede il lancio di bandiere accompagnato da una musica orientale e da danze. Quella definizione arcaica ("nzegna") appare oggi come uno scherzo del destino (o degli uomini). A pochi passi dal castello quattrocentesco, un castello conservato come si deve, magari dopo aver mangiato orecchiette con cime di rape o riso patate e cozze, svolti l'angolo e ti accorgi che le insegne ci sono davvero, ma suonano strano: B.L. Bags & Leather, Mary Moda, Sala Giochi Holliday, Ristorante Chez Nous. Poi entri nella Caffetteria Queen's o in un pub qualunque e trovi un gruppo di ragazzi, debitamente tatuati sulle braccia e inanellati, che si giocano una birra a carte (la "passatella") con gli emigranti tornati dalla Germania apposta per il Giro. Parlano più volentieri in dialetto e portano sulle t-shirt scritte del tipo: "I love New York" o "I am the best". Mentre i muri sono affollati dei tradizionali manifesti funerari: "La famiglia Saponaro sentitamente ringrazia". La Liguria e la Toscana non sono molto diverse. Neppure il Lazio. E le Marche? Uguale. Ieri, lungo i 146 chilometri per arrivare ad Ascoli, tra corridori caduti, Quaranta abbandonato dai suoi stessi gregari, isolato in coda con un trauma al torace, su e giù per colline di ulivi e vigneti colorate di papaveri, mentre l'autista di Saronno imprecava a ogni salita ("orca vaca") e avvisava "ul Furnaciari l'ha ciapà un culpu" e il Fornaciari imprecava a suo modo ("Maiala di quella lurida assassina") toccandosi il polpaccio, anche Fermo (che vuole diventare provincia e per questo protesta sventolando bandiere tricolori), esibiva Lady Pizza, Flowers Leonella, Space Arredamenti e così via. Poi, fatta una curva, si incontrano teneri messaggi sui muri (tipo: "Sofia ti amo ricordatelo"), bocciofile, trattorie che promettono meravigliosi "arrosticini" e olive ascolane.
L'Italia omologata dagli shop, dai market, dagli show room accorre con entusiasmo al vecchio Giro d'Italia come a un appuntamento in cui ritrovare qualcosa della propria identità perduta: il gusto di urlare "addo' sta ' o Re Leone", il piacere di una allegra sagra di paese, l'orgoglio di esibire i propri luoghi. Insomma, con il desiderio di unirsi in nome di un antico veicolo inventato da Leonardo che nessuna tecnologia potrà mai del tutto stravolgere. Chissà se accorrerà ugualmente quando la corsa rosa si chiamerà: Italy Tour, Italian Bike Show Room, Cycle Italy Supermarket, o qualcosa di simile.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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