L'assassinio del neo viceministro degli Esteri iracheno dà il via alla nuova fase della strategia degli attentati. Bassam Qubba è stato ucciso a colpi di pistola mentre nella sua auto si stava recando in ufficio nel quartiere sunnita di Adhamia, noto per la sua fedeltà al regime di Saddam Hussein. "Gli attentatori hanno sparato da una Opel nera. Qubba è morto un'ora dopo in ospedale per le gravi ferite allo stomaco. L'autista è rimasto ferito", specifica la polizia locale. Un omicidio annunciato. "Ci attendiamo la recrudescenza della tensione con l'avvicinarsi del passaggio alla piena sovranità al nuovo governo entro il 30 giugno. Sembra scontato che i gruppi terroristici faranno di tutto per boicottare la normalizzazione", sosteneva sin dall'inizio della primavera lo stesso governatore americano a Bagdad, Paul Bremer. E così sta avvenendo. Mercoledì scorso il viceministro della Sanità, Amman Safar, era sfuggito alla morte in circostanze molto simili. La logica degli aggressori appare evidente: visto che i ministri del nuovo governo nominato il primo giugno sono difesi da uno stuolo di guardie del corpo, sembra più semplice colpire i loro vice. In ogni caso la destabilizzazione è assicurata. Sebbene nel mirino del terrore restino primi tra tutti il presidente, Ghazi Yawar, e il primo ministro, Iyad Allawi. "Giugno sarà un mese decisamente difficile. Manteniamo la massima allerta", confermavano ancora ieri i portavoce militari Usa. Del resto Qubba era un obiettivo facile da colpire. Diplomatico di carriera, 60 anni, aveva servito a lungo per il regime di Saddam Hussein. Molto vicino a Tarek Aziz (il motore primo della diplomazia di Saddam), si era riciclato con gli americani grazie alle sue qualità di "tecnico": era stato ambasciatore in Cina e capo ad interim della missione diplomatica irachena all'Onu nell'era dell'embargo. E proprio rivendicando le sue caratteristiche "non politiche" insisteva per condurre una vita normale. Aveva rifiutato la scorta, girava per la capitale con la moglie senza alcun tipo di protezione. La sua morte è l'ennesimo segnale: nessuno è immune agli occhi della guerriglia. Non lo sono i poliziotti e i soldati del nuovo esercito che progressivamente dovrebbero prendere il posto delle truppe della coalizione guidata dagli americani, non i politici, non i giudici, non i giornalisti che sostengono il nuovo corso. E certo non i membri del gabinetto destinato a traghettare il Paese alle elezioni nazionali previste entro il 31 gennaio 2005. In questa fase complicata l'inviato speciale dell'Onu, Lakhdar Brahimi, conferma la volontà di lasciare il suo posto entro la fine di giugno. Un segnale positivo viene invece da Kufa, dove l'estremista sciita Moqtada Al Sadr sembra disposto a dare un guardingo sostegno al nuovo governo. Al sermone del venerdì Al Sadr ha anche invitato i membri della sua milizia armata a rispettare la tregua firmata con gli americani il 4 giugno. Ma violenza chiama violenza. Ancora ieri alcuni camionisti sulla strada tra Falluja e Ramadi, il cuore del cosiddetto "triangolo sunnita", hanno trovato i cadaveri sgozzati e mutilati di un libanese e due iracheni che lavoravano per una ditta di telecomunicazioni. Ali Alyan, 26 anni, residente nel Libano meridionale, era stato rapito assieme a tre connazionali. Uno è stato liberato e il terzo sembra sia ancora nelle mani dei suoi carcerieri. Sette cittadini turchi ieri sono stati invece liberati indenni. Sei giorni fa erano stati rapiti nella zona di Falluja, subito dopo era giunto un comunicato al governo di Ankara affinché bloccasse tutte le sue attività economiche in Iraq.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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