Do you remember Downing Street? Qualcuno ricorda quando i "più bei nomi" del riformismo di casa nostra sgomitavano per essere ricevuti alla corte di Mr. Tony Blair, si accapigliavano pur di organizzare un bel seminario con il think tank di Mandelson, si azzuffavano per ottenere dalla grande stampa l'ambito titolo di "Blair italiano"? Come si può biasimarli: il buon Tony era infatti il campione della sinistra moderna, quella che "non deve chiedere, mai!". Si era sbarazzato dell'ingombrante ipoteca delle Unions, le potenti organizzazioni dei lavoratori dell'industria e dei servizi, nella vita interna del Labour Party. Quanto al sistema dei servizi e degli interventi sociali, non aveva affatto invertito la rotta neoliberista, tracciata durante la rivoluzione conservatrice degli anni Ottanta da Margaret Thatcher, ma aveva partorito l'affascinante slogan - prontamente rilanciato dai blairisti di casa nostra - del "welfare delle opportunità". Come dire: dal momento che il mercato sovrano ti offre un'opportunità di svangartela, se non la sai cogliere, sono solo cavoli tuoi. Per non parlare della discutibilissima, e molto discussa, gestione dell'impianto per il trattamento dei rifiuti radioattivi di Sellafield, l'occultamento dei dati relativi all'inquinamento delle acque antistanti la centrale e alle patologie leucemiche e tumorali, che avevano colpito la popolazione della zona: quale miglior esempio di una sinistra responsabile, capace di fare i conti con le dolorose necessità dello sviluppo produttivo ?
Last but not least, come avrebbe detto allora un riformista italiano partecipante ai convegni della "Terza Sinistra", la questioncella della guerra: il terreno dove Blair per primo aveva osato rompere il tabù. Ed eccolo diventare il modello di riferimento di una sinistra finalmente matura e virile...
Il voto inglese, consolidando una robusta tendenza europea che punisce, in modo lucido e tutt'altro che emotivo, quei governi che hanno disfatto l'Europa politica pur di partecipare all'avventura della guerra globale, pone fine all'equivoco della sinistra up to date perché neoliberista, moderna in quanto capace di fare la guerra. Forse, può contribuire, anche dalle nostre parti, a far passare l'ubriacatura di "blairismo", a costruire - senza equivoci - una sinistra innovativa, che dallo spazio politico nazionale si rivolga verso quello europeo, che si separi dalle antiche appartenenze ideologiche senza omologarsi ai valori e alle opzioni dominanti, che sappia difendere i suoi vecchi insediamenti sociali, così come sia attrezzata a rappresentare i nuovi soggetti del lavoro precario e cognitario, che - incrociando creativamente e produttivamente l'esperienza dei nuovi movimenti e dei nuovi municipi - sia capace di fare opposizione o anche di governare, senza snaturarsi o vendersi l'anima. Forse.
Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin è autore di diversi romanzi e saggi. Con Feltrinelli ha pubblicato, tra gli altri, Sarajevo, Maybe (1994), L’erede. Pietro Maso, una storia dal vero (1992; 2007), Nemmeno il destino (1997; 2004, da cui è stato tratto il film omonimo di Daniele Gaglianone), Nebulosa del Boomerang (2004), Gorgo. In fondo alla paura (2009). Insieme a Maurizio Dianese, ha pubblicato per Feltrinelli l’inchiesta La strage. Piazza Fontana. Verità e memoria (1999), Petrolkiller (2002) e La strage degli innocenti. Perché Piazza Fontana è senza colpevoli (2019). Con Marco Paolini ha scritto lo spettacolo teatrale Le avventure di Numero Primo e il romanzo omonimo (2017). Con Andrea Segre ha scritto il docufilm Il pianeta in mare (2019), in selezione ufficiale alla Mostra del Cinema di Venezia 2019. Il suo ultimo romanzo è Cracking (2019).

 

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>