Se per strada, o tra la folla in un autobus, seduto su una panchina, o immobile davanti a una vetrina con gli occhi persi nel vuoto, vedete un essere umano con i pensieri lontani e gli occhi lucidi per la commozione - se vedete un individuo solo nella sua emozione, il suo pensiero più probabile non è dedicato all’amore perduto o all’infelicità del genere umano, e nemmeno all’impossibilità di comprare il vestito in vetrina; non ha nulla a che fare con i rapporti umani o con il mondo, ma di solito ha a che fare con se stesso. La cosa più probabile è che stia immaginando il suo funerale. Sta proprio immaginando la scena, e gli vengono certi lacrimoni a guardare dall'alto, perché gli sembra di stare lì in alto, e di poter vedere tutto, questo fiume di gente dietro l'auto che avanza lenta, altra gente che applaude ai lati della strada, e poi gli amici con i quali ha litigato e non vedeva più, che accorrono e si gettano in ginocchio chiedendogli perdono, perdono, e piangono perché non hanno fatto in tempo a chiedergli perdono quando era ancora vivo, e l’essere umano dall'alto con le lacrime agli occhi vorrebbe accarezzarli tutti e dire "va bene, vi perdono, ma ora smettetela di piangere"; e così vorrebbe dire anche alle persone che ha amato e che lo hanno amato, che ora vengono lì a prostrarsi distrutte, tutte vestite di nero e pallide pallide - e così resteranno sempre per tutta la vita, improvvisamente invecchiate e tristi, non avranno mai più un altro amore e resteranno tutta la vita a ricordare lui, e nemmeno litigheranno davanti al suo corpo esangue, ma si abbracceranno commosse, saranno come un'unica famiglia in nome del ricordo. Nel mondo in pratica non accadrà più nulla di nuovo, perché tutte le persone che ha conosciuto e alle quali ha voluto bene, tutte, si fermeranno, non andranno avanti, rimarranno legate per sempre al dolore per la sua scomparsa e negli anni piangeranno sempre, non potranno farci nulla, e continueranno a raccontare di quella volta quando lui ha detto così o quell'altra quando lui ha fatto così.
Quando vedete questo individuo per strada, con le lacrime agli occhi, non pensate che sia infelice: sta pensando a quanto le persone che gli stanno intorno gli vogliono veramente bene, se la loro vita sarà distrutta nel giorno del suo funerale. Tutto ruota intorno a se stesso. Come dice Billy Corgan, il leader degli Smashing Pumpkins: ‟Non credo in Dio, non credo nell’America, non credo nel rock’n’roll. Credo solo in me stesso”. Dicono che la sua si chiami ‟me generation”.

Sandro è un giornalista-scrittore e il suo compito è quello di lavorare a un’inchiesta sull’egoismo umano: è il personaggio interpretato da Walter Chiari in ‟Io, io, io... e gli altri” di Alessandro Blasetti (1965): alla fine della storia, Sandro concludeva il suo percorso con frasi di buon senso, e poteva apparire banale, ma probabilmente non lo era affatto; forse aveva in qualche modo intuito che molti anni dopo Chanel, con una pubblicità aggressiva e famosa, avrebbe lanciato sul mercato un nuovo profumo, e il suo nome avrebbe dovuto avere (per ragioni di marketing) una valenza del tutto positiva - ricordate?, si vedeva un albergo della Costa Azzurra, e all’improvviso decine di donne apparivano sui balconi e urlavano a un sol uomo la parola magica: ‟Egoiste!”
Umberto Galimberti ha cercato di spiegare questa dilagante ipertrofia dell’Io degli ultimi anni, con un annullamento dell’identità a causa della tecnica; poiché dal punto di vista sociale siamo diventati ‟prestatori di funzioni”, le nostre identità sono compresse, e così, alla prima occasione, prima di ascoltare, abbiamo bisogno di dire ‟Io”.
Questo per quanto riguarda l’individuo. Ma non basta. In un altro film, ‟Nata ieri” (1950) di George Cukor, William Holden ci regalava un’altra piccola profezia buona per i nostri tempi: ‟Tutte le migliori cose del mondo sono nate dalla strenua lotta vinta dagli altruisti sugli egoisti... Tutto il male che ci circonda nasce dall’egoismo: a volte l’egoismo può anche dar luogo a cause, a forze organizzate, perfino a un governo”. Cioè, per dirla con Leopardi, ‟l’egoismo comune necessita e cagiona l’egoismo di ciascuno”. Il discorso di Galimberti è estendibile, quindi: quanto più ci dicono che non stiamo più vivendo nel nostro condominio, nella nostra strada, nel nostro quartiere, visto che siamo - siete pronti a sentirvelo dire ancora una volta? - tutti nel villaggio globale; tanto più siamo circondati da comitati e associazioni di condominio, di strada e di quartiere, e soprattutto di categoria. L’egoismo sta ampliando il suo potere anche attraverso l’io collettivo: ogni piccolo comitato nasce a difesa di una ‟buona piccola cosa”, cioè a beneficio dei suoi componenti e a scapito di tutti gli altri; ogni concentrazione di forze mira ad annullare i benefici dell’intera collettività per difendere strenuamente i diritti delle categorie e dei piccoli gruppi. Tutto questo si può riferire facilmente anche ai motivi di frammentazione dei partiti; e poi, l’unico fenomeno nuovo degli ultimi vent’anni politici italiani, la Lega, cos’è se non una trincea issata per difendere la propria ‟roba”? Su cos’altro si fonda, se non sul concetto: non vogliamo dare più niente a nessuno? Per non parlare dei motivi che hanno spinto qualcuno a entrare in politica per difendere i propri interessi, e ai milioni di italiani che lo votano perché in questa necessità si identificano completamente.

Ma così è facile; così sembra che la questione non ci riguardi. Così molti di noi possono dire: io non c’entro. E invece anche Walter Chiari, nel film di Blasetti, mentre studia gli altri, si accorge di non essere diverso. Che anche lui c’entra.
E del resto, con un ragionamento congruo all’egoismo, quel che più ci importa non sono gli altri, ma siamo noi. Soltanto che, come ci ha spiegato con una canzone Raf, ‟gli altri siamo noi”. E’ semplice, è mostruoso, ed è probabilmente vero: vuol dire che siamo sempre noi quelli che si commuovono per strada immaginando il proprio funerale, anche se pensiamo di essere diversi dagli altri, migliori, ‟superiori” - come diceva Totò - ‟per cultura, per nascita e per censo, superiori al censo per censo”. E noi non siamo solo quelli tristi seduti sulle panchine, ma siamo anche quelli che compiono una infinità di piccole buone azioni quotidiane dedite al nostro esclusivo beneficio.
Siamo noi che in autobus ci precipitiamo sul sedile vuoto anticipando il 97% delle persone in piedi alle quali potremmo per molti motivi lasciare il posto; e per tutto il tragitto siamo capaci di guardare sempre fuori, con gli occhi fissi sul finestrino come rapiti da una città intasata che conosciamo metro per metro, pur di non incrociare sguardi che potrebbero pretendere un atto di cortesia. Perché siamo sempre noi che siamo capaci di restarcene in piedi accanto al ragazzo seduto e lo guardiamo fisso, indignati, aspettando di incrociare il suo sguardo per fulminarlo perché pretendiamo un atto di cortesia.
Se non troviamo posto, ci piazziamo marmorei davanti alla porta d’uscita, e facciamo finta di non aver sentito ogni volta che ci chiedono ‟scende?”. E siamo sempre noi che con malizia chiediamo ‟scende?” a uno che non ha per niente l’atteggiamento di chi sta scendendo. Non sappiamo dire ‟si può spostare?”; no; diciamo: ‟scende?” In metropolitana facciamo lo stesso, e in più, se stiamo fuori e dobbiamo entrare, cerchiamo sempre di farlo appena si aprono le porte, prima che gli altri escano.
Siamo noi che entriamo nei cinema strapieni, ci sediamo, prendiamo il nostro cappotto e lo depositiamo con cura sulla poltroncina accanto, facendo finta, se qualcuno ci guarda, che stiamo occupando il posto per un amico, e se continuano a guardarci con insistenza ci voltiamo ripetutamente e sbuffiamo, come per dire ‟ma quando arriva, mi fa fare certe figure...”, e tutto questo solo per non tenere il cappotto sulle gambe; così la metà degli spettatori alla fine occupano l’intera quantità di posti disponibili, e l’altra metà se ne sta in piedi, al buio (con i cappotti in mano) aspettando che si rimaterializzi l’antica ‟maschera” che deve con cortesia chiedere se possiamo gentilmente riprenderci i nostri soprabiti per fare posto a uno spettatore; noi, costretti, tiriamo via il cappotto, sbuffando vistosamente per far capire al vicino che ci crea molti problemi farlo sedere e vedere tutto il film con il cappotto sulle ginocchia, e per intimargli allo stesso tempo una gratitudine che ci farà ottenere il predominio assoluto del bracciolo tra le due poltrone che in teoria dovremmo dividere. Ma noi non abbiamo intenzione di dividere niente con nessuno.
Anzi. Vogliamo la nostra porzione abbondante, durante le cene, e mangiamo in gran fretta fino a strangolarci se accade che portano un vassoio con gli antipasti da dividere, e soprattutto se rimangono delle porzioni per il bis: mangiamo con avidità tenendo gli occhi fissi sul bis che vorremmo arpionare, e prima di farlo, faremo tanti complimenti e sapremo far finta di essere disposti a dividere la porzione anche in dodici parti, se gli altri desiderano il bis. Al peggio, mangiamo guardando fisso il piatto della persona più inappetente, perché sappiamo che da un momento all’altro lascerà andare la forchetta nel piatto rialzando la schiena. ‟Davvero non ti va? Ma no, dai, mangiala, è tua, hai mangiato così poco. Sei sicura sicura sicura che non ti va? Ma mi dispiace. Certo, se proprio si deve buttare...”, e poi avidamente ci avventiamo sul suo piatto.
Se stiamo al ristorante, ed è strapieno e ci sono persone in piedi sbavanti per la fame, finiamo di bere il caffè con calma e poi restiamo a chiacchierare un’altra mezz’ora, perché è nostro diritto.
Le peggiori nefandezze le facciamo proprio perché ne abbiamo diritto.
Non avremmo diritto però di lasciare la macchina in doppia fila per andare a prendere un caffè al bar, ma lo facciamo, e lo facciamo con tutta calma perché abbiamo lasciato accese le quattro frecce lampeggianti, e questo chissà perché ci mette la coscienza a posto. Tanto che quando sentiamo un clacson che suona da un po’ di tempo, alla fine intuiamo che probabilmente ce l’hanno con noi, allora finiamo di sorseggiare il caffè, ci puliamo le labbra con il tovagliolino di carta, paghiamo alla cassa, poi usciamo e a due passi dalla nostra macchina accenniamo una fintissima corsetta, intanto che, senza guardare negli occhi il signore che sta suonando il clacson, ormai impazzito, alziamo un braccio in alto in segno di ‟scusa”; poi mettiamo in moto e andiamo via con la certezza di rifarlo.
Passiamo tutta la vita a fare i simpatici con salumieri, macellai e negozianti vari per farceli amici e fare in modo che alla fine ci diano il filetto migliore, il prosciutto migliore, la roba migliore. E non pensiamo mai che tutti gli altri che stanno accanto a noi a fare la spesa per il resto della loro vita lì dentro non avranno mai più il pezzo migliore perché ce lo mangiamo sempre noi. E il salumiere e il macellaio sono lieti di dare a noi il pezzo migliore visto che siamo diventati così amici, e anzi visto che siamo diventati così amici non c’è più bisogno di scontrini, ricevute fiscali e stupidaggini varie (Il mio barbiere, qualsiasi cosa facessi, segnava sulla ricevuta sempre il servizio minore: ‟numero una barba”; anche quando la barba ho cominciato a farla crescere, e così uscivo per strada con i capelli cortissimi e ripuliti dagli shampoo extraevidenti dei barbieri, con la barba incolta e con una ricevuta fiscale con su scritto: ‟numero una barba”). Il salumiere e il macellaio, però, amici o non amici, ti intimano sempre dopo ogni richiesta che fai: ‟altro?”, per comunicarti che i soldi che vuoi spendere oggi sono ancora troppo pochi.
Alla stazione ci infiliamo nella fila chilometrica alla biglietteria, chiedendo al primo della fila se possiamo chiedere un’informazione, un secondo solo, e cominciamo a parlare fitto fitto con l’impiegato discutendo su prenotazioni, coincidenze, e possibili percorrenze che in qualche modo miracoloso ci facciano arrivare a destinazione un paio d’ore prima del solito, su partenze che dovremo effettuare tra quindici giorni, e forse, perché non siamo ancora sicurissimi di partire, dipende da tante cose, però in ogni caso abbiamo deciso di cominciare a chiedere, per farci un’idea; intanto il 97% di quelli che stanno in fila perderà il treno; se protestano, ce ne andiamo offesi dicendo ‟e va bene, per un minuto, ma che modi sono...”
In qualsiasi fila, ci sono persone che per tutto il tempo che fanno la fila studiano le altre file per vedere quale si muove con maggiore velocità, e di continuo sono tentati di buttarsi verso una e poi verso l’altra, e alla fine si decidono, e con qualsiasi stratagemma cercano di passare a quella che ritengono ormai la più veloce; ce ne sono altre che più semplicemente fanno finta di non accorgersi che c’è una fila, e quando glielo fai notare sono stupitissime, si scusano ma proprio non l’avevano vista. Erano distratte.
Ce ne sono un bel po’ di stupiti e di distratti: per esempio quelli che si presentano con la propria auto luccicante davanti a un vigile, al limite di entrata nell’isola pedonale. Sono molto stupiti; si meravigliano che le auto non possano entrare nel centro storico: guardano con aria umile e dicono ‟ma non si può proprio passare?”, e poi chiedono come mai, con aria ebete e stupita, come di un marziano che appena calato sulla Terra non può conoscerne le regole, e hanno una espressione contrita, tristissima, in verità viscida, e alla fine chiedono in un ultimo disperato tentativo ‟ma non è proprio possibile passare?”.
Cioè: le regole vanno bene e sono giuste, il centro storico deve essere salvaguardato dallo smog e dal traffico, la gente deve poter passeggiare per le strade con felicità e serenità. Però se solo una volta, e solo per me...
E non si capisce quale sia il criterio che usano i vigili, ma qualche volta, solo a loro, li fanno passare per davvero: spostano la transenna e sorridono. Senza motivo.
Sempre noi che abbiamo insistito per passare (una sola volta e solo noi) in auto nel centro storico, quando giriamo in bicicletta, guardiamo molto male gli automobilisti che suonano il clacson per passare; ci scandalizziamo che nella nostra città ci sia ancora l’inciviltà di non avere le piste ciclabili, di non avere vere isole pedonali, e di vedere che il vigile all’incrocio ogni tanto lascia passare qualcuno. E sorride pure. Anzi, con spirito civile ci avviciniamo al vigile e lo richiamiamo al suo dovere, indignati, ricordandogli a che punto è lo smog, il buco dell’ozono, quanto stiano crescendo le allergie dei bambini, la civiltà e il rispetto per la vita che c’è in altre nazioni, in altre capitali europee, in alcuni paesini dell’Europa del Nord. Poi, quando ci ritroviamo in macchina, suoniamo il clacson ogni volta che uno stupido con la bicicletta non ci fa passare perché continua a passeggiare per la città a cinque all’ora come se stesse in gita nei campi, o gli tiriamo una bestemmia se sfreccia sulla destra mentre noi siamo imbottigliati nel traffico. Noi, sempre noi, poi andiamo in vacanza nei paesi del Nord e quando vediamo che questi civilmente in fila indiana rispettano con meticolosità dei limiti di velocità talmente bassi da essere impensabili, stiamo per mezz’ora in macchina a seguire la fila e a sottolineare la differenza di civiltà che c’è tra noi e loro, secoli, e noi non ci arriveremo mai, però mentre parliamo questi continuano ad andare per davvero ininterrottamente a sessanta all’ora e pensiamo che noi non arriveremo mai non solo al loro grado di civiltà, ma nemmeno nel paesinoc aratteristico scandinavo al quale siamo diretti, se continuiamo ad andare a questa velocità. E allora, mentre apprezziamo risolutamente il loro livello di civiltà, altrettanto risolutamente scaliamo la marcia, mettiamo la freccia (oppure - meglio - non la mettiamo) e cominciamo un unico, lunghissimo, infinito sorpasso che è talmente fuori dalla capacità di percezione degli scandinavi che dopo un’ora davanti a noi non c’è più nessuno, abbiamo sorpassato tutte le auto che percorrono l’intera Scandinavia quel giorno, e se abbiamo voglia di accelerare ancora un po’ (e ne abbiamo) tra un po’ compariranno all’orizzonte altre auto davanti a noi, in fila indiana, e siamo davanti a un miracolo del tempo, perché quelle sono le macchine scandinave del giorno precedente, e così comincia una rincorsa tipo ‟Ritorno al futuro” che può portare a risultati fantascientifici.
Parliamo della civiltà dei paesi europei, perché negli altri non c’è la civiltà, tutt’altro, nel Terzo Mondo diciamo che la civiltà non è ancora arrivata, e allora la vogliamo portare noi: ci precipitiamo ogni tanto negli uffici postali a compilare conti correnti per spedire soldi scacciasensidicolpa a bambini che soffrono di fame e di freddo e che hanno bisogno di scuole. Tutti soldi che possiamo dedurre dalle tasse, e ciò vuol dire che se non facessimo questi conti correnti questi soldi li perderemmo in ogni modo, e allora tanto vale fare del bene, visto che il bene è deducibile.
Per fare del bene bisogna che sia deducibile. Ma il bene è deducibile solo dalle tasse?
Negli uffici postali, dopo aver compilato il modulo della solidarietà deducibile dalle tasse, ci mettiamo in fila e stiamo tutto il tempo a guardare fisso il signore della fila accanto per vedere se avanza più velocemente di noi; se è così, con un balzo felino passiamo nell’altra fila, per guadagnare un minuto e mezzo del nostro tempo.
Diciamo: la macchina non mi si accende, il gatto mi fa pipì in casa, la bambina non mi mangia. Tutto è in relazione alla nostra persona.
Se concediamo di accompagnarti da qualche parte è perché devi andare sulla nostra strada, e in ogni caso ti accompagnamo solo a patto che accetti di essere lasciato a un angolo di qualche strada, in modo che tu possa continuare a piedi per un tratto, e noi proseguire senza fare una sola piccola deviazione.
La nostra auto ha antifurti che suonano al solo sfiorarla, e suonano tutte le notti, ma la paura che la rubino è più importante dei mille falsi allarmi che distruggono il sonno alla gente; intanto non andiamo nemmeno più a controllare se ce la stanno rubando, la macchina, perché siamo sicuri che è stato un gatto o qualcuno che l’ha sfiorata.
In treno entriamo in uno scompartimento e, se è vuoto, chiudiamo le tendine così non viene nessuno, e possiamo occupare tutti i posti con le nostre cianfrusaglie. In aereo facciamo di tutto per salire prima degli altri, così possiamo occupare interamente il bagagliaio in alto con i nostri abiti e le nostre valigette; e poi, appena seduti, tiriamo completamente giù la poltroncina e quello dietro se la ritrova nei denti. Non spegniamo completamente le sigarette altrimenti le dita puzzano di fumo, se ci scappa la pipì in mare la facciamo, ma soltanto un attimo prima di uscire dall’acqua così non ci sentiamo contaminati, teniamo i piedi su un’altra sedia e sbuffiamo se ci chiedono se è occupata, ci inseriamo nelle conversazioni telefoniche attraverso l’avviso di chiamata e poi cominciamo a chiacchierare senza nemmeno chiedere con chi stavi parlando. E quando passa l'ambulanza ci infastidiamo del suono della sirena.

‟Tu sei di gran lunga la tua persona preferita”, dice Cary Grant a Katherine Hepburn in ‟Scandalo a Filadelfia”. E Woody Allen, in ‟Stardust Memories”, risponde così a un intervistatore: ‟Io so che la gente mi crede egoista e narcisista, ma non è vero. Sta di fatto che, se dovessi identificarmi con un personaggio della mitologia greca, non sarebbe Narciso” ‟E chi?” ‟Giove”.
Non si può dirlo, ma in fondo al cuore di ogni egoista, di ognuno che compie questi piccoli atti di sopraffazione, ci sono potenziali pensieri più mostruosi. E’ come se portasse in giro un ordigno esplosivo, senza saperlo; egli può potenzialmente arrivare a pensare che se ci sono guerre al mondo saremo di meno, e se ci sono epidemie si libereranno posti. Renard raccontava che il governatore della Martinica, vedendo un giorno la terra tremare, fu preso da grande disperazione; quando gli dissero che c’era stato il terremoto, tirò un sospiro di sollievo: ‟credevo di aver avuto un capogiro”.
Noi, è ovvio, siamo sicuri di non essere così. Anche Sandro, in ‟Io, io, io e... gli altri”, quando si accingeva a fare l’inchiesta, credeva di esaminare un mondo al quale non apparteneva. E invece ci era dentro, e se ne è accorto solo guardando cosa facevano gli altri, gli egoisti.
E ora, come capita al protagonista del film di Blasetti, tocca a me parlare di me. Abito a Roma, a Piazza Vittorio, ho una figlia molto piccola, e ogni volta che posso la mattina la porto a prendere un po’ di sole e aria nel parco della piazza. Ogni città ha un luogo dove è concentrata l’affluenza di immigrati. Piazza Vittorio è il centro dell’immigrazione romana. La si può vedere in due modi: come il corrispettivo del Quartiere Latino parigino, con le sue meravigliose potenzialità multietniche; o come l’occupazione dei barbari, che al più presto la devasteranno. Io, voi capirete, propendo più per la prima ipotesi che per la seconda. Ma è sulla differenza marcata tra le due ipotesi che da un po’ di tempo c’è una grande tensione, e si susseguono manifestazioni di destra e di sinistra, di commercianti e di comitati di quartiere, fiaccolate a favore e contro, fino a far lievitare la tensione in maniera preoccupante.
Una domenica, il giorno dopo una manifestazione arrabbiata e numerosa contro gli immigrati, la polizia ha deciso di restare a presidiare le entrate nel parco. Un po’ perché era domenica, un po’ perché alcuni immigrati (o barbari) avevano qualche perplessità ad avere a che fare con la manifestazione prima e con i poliziotti poi, una selezione naturale ha portato me con mia figlia, e altri quattro o cinque genitori con figli a occupare da soli l’intero suolo. Fino ad allora, le mie mattinate a Piazza Vittorio erano accompagnate da una gran quantità di persone di ogni nazionalità che chiacchieravano, dormivano, aspettavano che qualcuno li chiamasse per un lavoro, ridevano, piangevano, urlavano; e anche che bevevano, vomitavano, e alcuni mostravano chiari segni di follia. Pochi giorni prima di quella domenica, quello che noi designamo come ‟polacco” (potrebbe essere di almeno altre quindici nazioni) ha vomitato a tre metri da me e mia figlia. Insomma, c’era la possibilità di godere della multietnicità e allo stesso tempo di avere un po’ di timore per l’euforia da ubriachezza. C’erano molte possibilità diverse.
Quella mattina era tutto diverso. Se fossi stato quel personaggio di Flaiano, il primo italiano che insieme alla moglie va sulla Luna, avrei detto anch’io la prima frase che a lui viene in mente: ‟Marisa, senti che pace”. Tutte le panchine erano vuote, tutti i giochi per bambini erano a disposizione, o quasi, e ho pensato che se i poliziotti avessero messo un po’ di paura anche a qualcun altro, prendendosela con i genitori troppo bassi o con i bambini col cappottino verde, o con i figli maschi, se avessero fatto uno sforzo in più, io e mia figlia avremmo avuto per una domenica mattina l’intera piazza - la più grande di Roma, dicono - tutta per noi. Tutta. E con i poliziotti lì fuori a coprirci le spalle. Avremmo usato ogni panchina, ogni gioco, ogni metro di quel parco per fare quel che volevamo senza che nessuno ci rompesse le scatole.
Questo ho pensato quella mattina. Prima e dopo ero indignato per quel che era successo, per quello schieramento di poliziotti, ero molto indignato anzi, prima e dopo. Ma poi lì dentro ho pensato: che bello se fosse ogni giorno così.
Senti che pace.

Allora: è meglio che ci smascheriamo da soli, prima che lo facciano gli altri, come accade al povero Victor Sjostrom nel ‟Posto delle fragole”, quando Ingrid Thulin con occhi in fiamme dice ‟Lei non è altro che un vecchio egoista: non ha riguardo per nessuno, e in vita sua non ha ascoltato che se stesso. Si cela dietro una maschera, un paravento di bonarietà e di modi molto raffinati, ma è solo un perfetto egoista. Anche se tutti la definiscono ‘l’amico dell’umanità’, noi che la conosciamo da vicino sappiamo chi è, e non ci può ingannare”.
Ecco qual è la questione: ad essere generici amici dell’umanità siamo tutti bravi, ma poi siamo sempre noi che facciamo una o alcune o tutte le piccole cose nella vita quotidiana che raccontano chi siamo per davvero.
La verità è che soltanto dopo aver pensato ‟Marisa, senti che pace”, soltanto dopo aver visto davanti agli occhi la possibilità di avere un luogo che amo tutto per me, ho capito con chiarezza che quel che stavo pensando era una cosa stupida. E che non l’avrei mai voluta per davvero.
E del resto, se fossi da solo, chi verrebbe mai a quel mio funerale che mi piace immaginare ogni volta che sto in autobus o seduto sulle panchine o davanti a una vetrina, incantato, e che mi fa venire le lacrime agli occhi?
Francesco Piccolo

Francesco Piccolo

Francesco Piccolo, nato a Caserta nel 1964, vive e lavora a Roma. Collabora con quotidiani e riviste e scrive per il cinema. Ha pubblicato Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori (minimum fax, 1994), L’Italia spensierata (Laterza, 2007); con Feltrinelli, Storie di primogeniti e figli unici (1996; premio Giuseppe Berto e premio letterario Piero Chiara), E se c’ero, dormivo (1998), Il tempo imperfetto (2000) e Allegro occidentale (2003, finalista premio Strega). Per Einaudi ha pubblicato La separazione del maschio (2008), Momenti di trascurabile felicità (2010), Il desiderio di essere come tutti (2013; premio Strega 2014) e Momenti di trascurabile felicità (2015). Per il cinema ha scritto film di Paolo Virzì, Renato De Maria, Michele Placido, Silvio Soldini e Nanni Moretti. Per i “Classici” Feltrinelli ha introdotto Tre uomini in barca (1997) di Jerome.

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