Parlare del Festivaletterature di Massenzio equivale per me a parlare de "Il tè nel deserto" di Bertolucci. Lo so, sembrerà strano, ma poi vi spiego. Intanto bisogna che dica che è alla seconda edizione, che quest’anno ha avuto un pubblico complessivo di circa quarantamila persone, che ogni volta per entrare si era costretti a partecipare (e a contribuire a comporre, è bene non dimenticarlo mai, perché tutti quelli che si mettono in fila pensano sempre che la fila è composta solo dagli altri) a file di svariate centinaia di metri che se uno passeggiava ai Fori Imperiali e chiedeva cos’era successo non ci avrebbe mai creduto che la gente faceva così solo per andare ad ascoltare uno scrittore. Che in fondo, lo devo ammettere, a me questo festival piace. E non vi sembri scontato che lo ammetta. Anzi, faccio fatica. Perché il fatto che piaccia a tanta gente non significa nulla, anzi. A noi che facciamo parte della categoria "addetti ai lavori", il fatto che un festival, un libro o un film piaccia a molta gente costituisce soltanto un deterrente. Quindi devo confessare che il festival di Massenzio mi piace nonostante il fatto che piaccia a così tanta gente. E ripeto, faccio fatica a dirlo. Ecco perché per me equivale a "Il tè nel deserto".
La questione finisce per riguardare allora anche le differenze tra gli addetti ai lavori e i lettori. Il fatto che quasi sempre i loro gusti non coincidano, potrebbe essere una spia non proprio trascurabile del perché la letteratura fatichi ad avere una diffusione più capillare. Chiariamo subito: il fatto che gli addetti ai lavori abbiano spesso dei gusti più sofisticati dei lettori è uno dei motivi necessari alla ricerca della qualità. Se riguarda un libro o un autore, insomma, la cosa non è affatto condannabile. Lo diventa quando riguarda un festival. Organizzare un festival e lottare contro i gusti di chi vorrebbe partecipare come spettatore è leggermente controproducente. Dico tutto questo dopo aver partecipato a un bel po’ di queste serate, aver fatto più volte file chilometriche (pensando appunto: che ci vengono a fare tutti gli altri dove vado io) e aver ascoltato e prestato attenzione a una larga fetta del pubblico presente: lettori forti, lettori deboli, lettori potenziali; oppure lettori affezionati dell’autore presente sul palco o neolettori di lì a poco del libro appena letto. Persone con un approccio semplice al festival di Massenzio, facilmente riconoscibili perché occupavano i posti migliori, stavano lì ad ascoltare, applaudivano se erano contenti e anche se non lo erano, e come promettevano, futuri lettori quando gli piaceva, e futuri non lettori quando non gli piaceva. Li potevate riconoscere come la maggioranza, che si differenziava dal resto perché non scuotevano la testa. Quelli che scuotevano la testa eravamo invece noi, gli addetti ai lavori.

In ogni addetto ai lavori c’è un pregresso di lettore o spettatore semplice. Per me la differenza è segnata dal film di Bernardo Bertolucci, "Il tè nel deserto". Lo vidi una sola volta, a suo tempo, con tutte quelle dune, i sentimenti e i tradimenti, le malattie e le forme abbondanti di quella donna scura nella tenda… mi piacque. Potrei dire addirittura che mi piacque tantissimo – ma lo dico solo per spiegarmi, e voglio che domani lo abbiate già dimenticato. Un errore che il giorno in cui sono entrato nella schiera degli addetti ai lavori avrebbe potuto essere imperdonabile se non fossi in possesso di un talento speciale: quello di percepire immediatamente l’aria brutta che tira. Di percepire immediatamente che quel film di Bertolucci è considerato bruttissimo. Non so nemmeno bene perché, e non lo so per il fatto che nessuno ne vuole nemmeno parlare: per loro è così evidente. Casomai adorano Bertolucci, però del "Tè nel deserto" non ne vogliono sentire parlare. È un dato di fatto. E un altro dato di fatto è che io l’ho intuito immediatamente, anche se mi era piaciuto. Ho intuito subito che avevo sbagliato e quindi, poiché sono un vigliacco e ho sempre paura di non essere abbastanza intelligente (e forse non lo sono davvero, visto che quel film mi è piaciuto), ho sempre glissato sul mio giudizio intorno al "Tè nel deserto" di Bertolucci e quando sono stato costretto a darlo ne ho parlato con sarcasmo proprio come facevano gli altri; quel che è peggio è che non sono mai riuscito a rivederlo dopo la prima volta perché ho il terrore che mi possa piacere di nuovo e quindi non avere più giustificazioni nei confronti di me stesso. Sia chiaro: chiedo scusa a Bertolucci per averlo rinnegato anche più di tre volte, ma come lui sa, nonostante Pietro avesse rinnegato Gesù, è rimasto nella cerchia degli addetti ai lavori e gli hanno pure assegnato incarichi istituzionali. Quindi quel che ho fatto è assolutamente comprensibile.
Con Massenzio è lo stesso. La parte ingenua di me, fin dall’anno scorso, ha pensato: vengono un sacco di scrittori importanti a leggere brani dei loro libri in un posto incantevole come la basilica di Massenzio. Benissimo. Poi incontravo gli addetti ai lavori che dicevano: hai visto che cosa orribile fanno a Massenzio? Le ragioni erano tante, soprattutto una. Con gli stessi soldi si potevano fare cose più belle. Una ragione che posso condividere, però poi vedo quella enorme quantità di gente che è andata l’anno scorso e poi ancora di più quest’anno e penso: più belle per chi? Ora da una parte ci sono gli scrittori sul palco insieme ad attori che leggono (non sempre centrando la voce dell’autore, questo è vero) e a musicisti che suonano (e spesso quando cominciano a suonare la gente se ne va, anche questo è vero) – ma insomma ci sono scrittori sul palco e lì sotto migliaia di lettori affezionati o potenziali ad ascoltare; in un luogo magnifico e "illuminato bene". Certo, ci sono scrittori straconosciuti come Pennac, Camilleri, Auster e Yehoshua. E certo è vero che uno come McEwan è venuto a Roma così tante volte negli ultimi anni che ho visto più lui che mia madre (ma io rimprovero a mia madre di venire troppo poco, se può servire a giustificare McEwan). Però in queste serate il grande pubblico ha anche fatto la conoscenza di scrittori come j.t.leroy o Eugenides o Lethem e ha visto Don De Lillo che invece non è cos facile vederlo e ha ascoltato dalla sua voce pagine del suo nuovo romanzo.
Succede sempre così: il primo anno del festival della letteratura di Mantova fu macchiato da nasi arricciati e scetticismo. Solo pochi scrittori ed editori ci credettero per davvero e subito, tutti gli altri si accodarono quando le cose si misero bene – e quello di Mantova è il momento più bello che ci sia in Italia riguardo alla letteratura, eppure fin dal secondo anno alcuni già dicevano che non era più come il primo anno; e ci sono persone (addetti ai lavori) che sono stati capaci di affermare tutt’e due le cose: il primo anno hanno detto che era una stupidaggine e l’anno successivo hanno detto che ormai non era bello come il primo anno. Ci sono addetti ai lavori che vanno al Salone di Torino e odiano andarci e dicono beato te che non ci vai (e tu non ci vai perché non ti hanno invitato). Alcuni di loro pensano che è una cosa brutta e inutile che però se viene spostata a Milano diventa bella e utile, chissà perché. Il problema è che il mondo degli addetti ai lavori, in tutti i campi, è un mondo in cui scetticismo e snobismo vivono felici. Se volete sapere se il festivaletterature di Roma può essere migliore, penso proprio di sì. Se ho dei suggerimenti, no, perché il mondo dove vivo è un coacervo di idee alternative a quella che viene realizzata. Tutti dicono che bisognava fare in altro modo, che bisognava invitare non quegli scrittori ma altri che piacciono a loro; dove ognuno ha l’idea giusta per un altro festival o un altro programma culturale televisivo o altre pagine culturali; ciascuno è portatore dell’idea decisiva per trasformare in lettori tutti gli italiani che ancora non lo sono (che poi sono quasi tutti), e (giustamente, dal loro punto di vista) si meravigliano di non essere stati interpellati. Il mondo degli addetti ai lavori, specialmente in letteratura (ma ho l’impressione che si possa dir così di ogni campo), è il mondo dove si dice sempre che ogni cosa andava fatta in altro modo.

Tra le motivazioni per cui il festival di Roma non va bene, un mio amico (addetto ai lavori) ha detto che per un mese, durante il festival, non si possono più fare presentazioni di libri perché è inutile – e a me è sembrata una motivazione a favore del festival, non contro, se evita a tutti noi addetti ai lavori di presenziare a decine e decine di presentazioni di nostri libri in cui andiamo solo noi e ci andiamo soprattutto perché così gli altri si sentiranno obbligati a venire alle nostre. Un mese di tregua è proprio quel che ci vuole, mi pare.
Sia chiaro. Io sono un vigliacco doppiogiochista. Perché tutte queste cose le dico anch’io, però adesso mi tiro fuori per farci una bella figura. Le dico anch’io altrimenti non saprei cosa dire quando si va alle presentazioni dei libri se non che le presentazioni dei libri sono noiose, ai cocktail se non che i cocktail sono orribili, alle anteprime se non che alle anteprime bisognerebbe non andarci. Però non so perché le dico. Quel che so è questo: che quest’anno sono stato a vedere un po’ di serate di Massenzio e a chiacchierare e osservare un po’ di gente che stava lì ad ascoltare. Il pubblico. E nella sostanza ho visto persone felici di essere lì ad ascoltare e ho sentito una signora dire "che bella serata, eh?"; ho visto un’altra che appoggiava la testa sulla spalla del compagno, intenerita e commossa. Ho visto anche gente che si guardava intorno stupita perché non sapeva nemmeno dove l’avevano portata, però gli piaceva.
Così, questa entità orribile e migliorabile e fantastica e non si capisce bene cosa che è il Festivaletterature di Massenzio, a causa dell’osservazione incuriosita non tanto di quelli che stavano sul palco ma di quelli che stavano lì sotto ad ascoltare, mi ha spinto a provare un po’ più di rispetto per alcuni scrittori che non mi piacciono e che però erano guardati con aria rapita da tanti altri come me; mi ha spinto ad accorgermi quando stavo scuotendo la testa e quindi a smetterla; ha risparmiato a me e al mio amico un mese di presentazioni di libri, sia che ci faccia piacere sia che ci dispiaccia; mi ha fatto provare il piacere in nome della categoria degli scrittori di vedere della gente costretta ad andare via perché c’era il tutto esaurito come se ci fosse Roma-Lazio. E mi farà trovare il coraggio, un giorno, di dire che "Il tè nel deserto" non è che mi sia piaciuto, però non è nemmeno così male.
Francesco Piccolo

Francesco Piccolo

Francesco Piccolo, nato a Caserta nel 1964, vive e lavora a Roma. Collabora con quotidiani e riviste e scrive per il cinema. Ha pubblicato Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori (minimum fax, 1994), L’Italia spensierata (Laterza, 2007); con Feltrinelli, Storie di primogeniti e figli unici (1996; premio Giuseppe Berto e premio letterario Piero Chiara), E se c’ero, dormivo (1998), Il tempo imperfetto (2000) e Allegro occidentale (2003, finalista premio Strega). Per Einaudi ha pubblicato La separazione del maschio (2008), Momenti di trascurabile felicità (2010), Il desiderio di essere come tutti (2013; premio Strega 2014) e Momenti di trascurabile felicità (2015). Per il cinema ha scritto film di Paolo Virzì, Renato De Maria, Michele Placido, Silvio Soldini e Nanni Moretti. Per i “Classici” Feltrinelli ha introdotto Tre uomini in barca (1997) di Jerome.

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