Vi racconto subito gli ultimi minuti della mia esperienza alla manifestazione ricreativo-riflessiva con gli iscritti al partito di Alleanza Nazionale. Lo speaker, che è tra i responsabili del Dipartimento Immagine e Comunicazione, nell’aprire l’ultimo convegno dal titolo "Lo stile di governo di An" con la (presunta) presenza di tutti i maggiori esponenti del partito che hanno incarichi di governo, ha esordito ringraziando tutti e dicendo che non si aspettavano un successo di questa portata. Poco dopo questa frase, io ho preso la macchina e me ne sono scappato. Lo speaker ha anche aggiunto che "sciANdo", questo il il titolo della manifestazione, e "governANdo", il titolo dato ai convegni serali, tutti e due con AN maiuscolo, "è una scelta grafica che ai giornalisti è tanto piaciuta". Dovevo restare tre giorni, me ne sono fatti due. Cercherò di spiegare il perché. Con una sensazione strana che mi dura da giorni e che ancora non se ne va.
Per cercare di spiegarmi la sensazione, mi son detto che forse è come quando in una sera d’estate – a tredici anni – andai a vedere Suspiria di Dario Argento. Ci andai una sera d’estate con un mio amico. Ero a casa sua per qualche giorno e quella sera i suoi genitori andavano a una festa e sarebbero tornati tardissimo. Era già capitato altre volte. Ci diedero le chiavi e andammo al cinema. Fu un misto di paura e di divertimento. Ci terrorizzavamo per alcune scene e subito dopo ridevamo uno dell’altro. Era un gioco. All’uscita del cinema dicemmo quel che si dice sempre insensatamente di questi film: è una cazzata, e poi: è solo un film, è tutto finto. Poi tornammo a casa e non c’era nessuno. E non ci sarebbe stato nessuno per ore. Ci mettemmo a letto. Poi con calma decidemmo che era meglio accendere tutte le luci della casa. Poi decidemmo che era meglio dormire nello stesso letto. E poi per le ore successive, che durarono anni, provammo un terrore spaventoso e ci sembrò di sentire rumori strani ogni secondo, tremavamo e avevamo gli occhi sbarrati. E quando i suoi genitori tornarono e aprirono la porta, noi ormai eravamo sicuri che fossero quelli di Suspiria e cominciammo a urlare terrorizzati. Non ho mai più visto un film di Dario Argento e di Suspiria non ricordo assolutamente nulla, neanche una scena, però mi è rimasta addosso quella sensazione precisa di terrore. Credo che accadrà un po’ così anche qui, dimenticherò tutto quel che ho fatto e mi resterà solo questa sensazione, nel tempo; quindi, prima di perdere la memoria, delle cose cerco di raccontarvele.

SciANdo-governANdo si tiene dal 9 al 15 marzo a Ovindoli, in provincia di L’Aquila. È la settimana bianca di Alleanza Nazionale, la prima, e viene intitolata come "Campionati Nazionali di Sci di Alleanza Nazionale", perché al venerdì ci sarà una gara e il sabato sera ci saranno le premiazioni. Io arrivo a Ovindoli, appunto, il giovedì. Ho telefonato al Dipartimento Immagine e Comunicazione di Alleanza Nazionale e mi sono prenotato alla manifestazione. Mi hanno chiesto se facevo parte di qualche circolo o federazione e io ho detto di no, che ero un simpatizzante, e temevo che mi escludessero e invece mi hanno incluso con un certo entusiasmo perché forse hanno immaginato che fosse il passo giusto per passare dal simpatizzare a far parte di un circolo o di una federazione. Ho richiamato due volte per avere conferma della prenotazione, mi hanno detto che ero stato fortunato, che era tutto pieno ma mi avevano assegnato un posto. Ho chiesto scusa perché ero insistente e la signora, davvero sempre molto gentile, mi ha risposto: "stiamo qui apposta, stiamo lavorando per voi".
Lascio Roma in una giornata di primavera meravigliosa, arrivo a Ovindoli dove fa un freddo cane e il paesino è vuoto. Ho telefonato in albergo alla mattina per farmi indicare la strada e poi arrivo in piazza dove c’è il chiosco della Pro Loco con la bandiera di Alleanza Nazionale e il logo (se così si può chiamare la scritta con AN maiuscola) di sciANdo – in dettaglio posso dire che la giunta di Ovindoli è monocolore di AN. Si potrebbe chiamare: monocolorANdo. Sia la mattina sia ora ho questa strana sensazione: mi stanno aspettando. Ricordano benissimo il mio nome. Tanto che m’inquieto, perché è da molti giorni che ho questa preoccupazione: cosa dico? Se mi chiedono che lavoro faccio, perché sono qui, cosa penso di AN, cosa dico? Ho pensato di inventarmi un lavoro, ma poi non l’ho fatto, e nessuno mi ha mai chiesto cosa faccio. Però tutti mi chiedono di quale federazione faccio parte e io di nuovo dico che non sono iscritto, che sono venuto a curiosare, sono un simpatizzante. L’atteggiamento che temevo, anche qui, in diretta, non si verifica. Anzi: sono simpatici e avvolgenti, chiedono un sacco di volte un mio parere su come vanno le cose. All’inizio ho partecipato molto, ho fatto amicizia con un sindaco della provincia di Chieti, con altri dirigenti e alcuni della federazione di Foggia, o di Roma. Con un po’ tutti. Poi pian piano mi sono vergognato e ritirato, sono diventato più silenzioso, mi sembrava di essere troppo ipocrita e di esagerare e ha cominciato a dispiacermi. Questo per due motivi: per tristezza (depressione) e per simpatia. Due motivi che poi devo spiegare. Però quel che ho immediatamente capito è che per i parametri di quelli di Alleanza Nazionale non esiste nessun curioso solitario e scettico che non sia di altra tipologia che di destra diciamo più estrema. Ho capito pian piano che per loro non solo non ero sospettabile di essere di sinistra come temevo, ma l’idea che tutti si sono fatti di me era addirittura opposta, un’idea con cui hanno a che fare evidentemente con una certa continuità: un fascistone che pian piano vuole ritornare nel grande partito di governo, che capisce che bisogna casomai essere più moderati ma non per questo si perdono le radici. Un’altra pecora che pian piano si accoderà al gregge.
Voi capite. Dopo un po’, arriva la tristezza. E per forza! Stare lì e non solo non essere d’accordo con nessuno di loro su nessuna questione politica e sul resto della vita, ma essere anche preso per uno di estrema destra che cerca di disciplinarsi, non va bene. Per questo mi sono ritirato e azzittito e loro forse hanno pensato che il mio rimuginare significava che non avrei abbandonato le posizioni estreme. Se ci mettete pure che stavo in un albergo a otto chilometri dal centro dove ci spettava la mezza pensione e sul tavolo c’era la tua bottiglia di vino e la tua bottiglia di acqua della sera prima, chiuse con un tappo di plastica; che ti davano proprio la minestra e proprio il roast beef; che intorno c’era un’altra quindicina di persone, la maggior parte delle quali con il pass di AN attaccato al petto esattamente come il mio in cui c’era scritto a chiare lettere il mio nome e cognome; se mettete che faceva un freddo cane e in più tutto il resto che sto per raccontarvi, non vi sembrerà strano che mi sia chiesto più volte cosa ci facevo qui.

Ho raggiunto la "Tenda Aenne" dove si svolgono i convegni e l’intrattenimento serale e c’erano una decina di persone e faceva un freddo cane e per fortuna che uno si è ricordato di azionare il riscaldamento. Il convegno è previsto per le 17,30. Alle 18,30 non è ancora accaduto niente, la sala si va lentamente riempendo di persone che poi pian piano scoprirò essere di Ovindoli oppure di qualche paese vicino ed è questo il momento in cui faccio amicizia con i miei abbastanza facilmente identificabili amici di AN che sono iscritti a sciANdo come me e che vengo scambiato per un estremista sulla via della moderazione. C’è un tavolo dove si vendono gadget di Alleanza Nazionale e delle Frecce Tricolori – per le quali qui c’è una fissazione e io sono molto contento del fatto di aver trovato sempre una cazzata che alcuni aerei facessero acrobazie cacciando fumo bianco rosso e verde però non ho mai saputo perché non mi piacesse tutto questo, e adesso lo capisco: perché sono geneticamente non fascista. Questa è l’idea con cui sono venuto a curiosare: vediamo cosa fanno persone che sono tutto quel che io non sono. Sono venuto addirittura con dei bei versi di Gianni D’Elia nella testa, che mi rimbombano spesso come tutti i versi che hai imparato e di cui non ti liberi più: "O questa mostra gente / che tutto sa di niente/ questa grandeur abbiente / abominevolmente…" E il primo segnale che il mio concetto è labile e troppo schematico, sta proprio nel fatto che non solo non sono stato riconosciuto come possibile infiltrato, tanto che m’immaginavo un commando di polizia di AN che in piena notte penetrava nella mia stanza per torturarmi e urlarmi: bastardo, parla, dicci chi ti ha mandato – ma sono stato individuato come missino recalcitrante e perdonatemi se lo ripeto spesso ma questa cosa proprio non mi va giù.
I gadget sono carte da gioco, spille, penne, un cd-rom su Giorgio Almirante, il cd degli inni del partito, foulard e varie altre cose anche costose come delle specie di statuine che riproducono in bronzo (tipo) il simbolo MSI con la fiamma tricolore e che un signore ha acquistato per suo figlio di circa dieci anni e poi si sono messi tutti e due in un angolo e il figlio mostra la fiamma tricolore tenendola a due mani con le braccia tese davanti al petto e il padre lo fotografa urlando sorridi; e il figlio sorride. Io ho acquistato con un euro la penna di AN e mentre ero indeciso il signore dei gadget ha detto "dai, prendila, così almeno vendo qualcosa". È stata una scelta di estrema furbizia, la mia, perché ho potuto prendere un sacco di appunti senza essere sospettato di nulla perché la penna di An era un imbattibile salvacondotto.
Alla fine si riempie mezza sala. L’inno di Alleanza Nazionale viene mandato otto volte consecutive per un motivo semplice: o si interrompe oppure continua nel gracchiare insopportabile delle casse acustiche inadeguate. Intanto i partecipanti al dibattito sono seduti sul palco da un quarto d’ora senza che accada assolutamente nulla. Noi di qua seduti che li guardiamo e loro lassù che si guardano intorno. C’è il sindaco di Ovindoli che in tutt’e due le sere si è seduto sul palco solo per riempire le poltrone vuote a causa delle improvvise assenze. C’è Adolfo Urso, molto ben vestito. C’è Learco Saporito, Nania, Legitimo. C’è Pasquale Viespoli. Il dibattito ha inizio quando lo speaker annuncia l’apertura introducendo l’inno nazionale. Ci alziamo tutti in piedi e lo cantiamo, tutti, anche quelli sul palco. Il sindaco di Ovindoli, in special modo, lo urla a squarciagola innalzando la sua voce oltre quella di tutti noi. Ci sono molti militari con delle medaglie al petto. Urso parla al telefonino intanto che lo speaker presenta i partecipanti e quindi anche lui. Il sindaco di Foggia chiama il moderatore "dottore". Tutti dicono che la domanda che è stata loro rivolta è molto bella e meriterebbe una risposta più lunga di quella che daranno. Il moderatore a un certo punto dice contrito che "questa ormai è la società dell’apparire" e sono tutti d’accordo. Legitimo è il responsabile della neonata Scuola di Formazione Politica di Alleanza Nazionale che da novembre ha aperto in tutta Italia un primo corso base con 3500 giovani di tutta Italia e oltre 800 docenti. A gennaio e febbraio ci sono stati gli esami scritti e orali, a giorni si terranno gli esami regionali e a seguire, per i migliori, ci sarà l’esame nazionale a Roma, tutti ospiti del partito. Il cinquanta per cento dei partecipanti a questi corsi non era iscritto al partito e dopo il corso non si è iscritto. Questa, dice Legitimo, può apparire una cosa negativa perché non siamo riusciti a coinvolgerli, però è anche un aspetto positivo: "abbiamo intercettato un’esigenza che va al di là di AN". Mentre Legitimo parla, anche Nania parla al telefonino e da come lo studia alla fine della telefonata temo che stia per mandare anche un sms, ma non lo fa. Viespoli è il primo a fare quel che uno alla volta faranno tutti. Scende dal palco mentre gli altri parlano e si dirige in fondo al tendone dove la Rai regionale vuole intervistarlo. Sta un sacco di tempo, poi risale e scende un altro. Urso sostiene che il giudizio che si ha all’estero dell’Italia in questi mesi di governo "di destra" sia molto migliorato. La sensazione è che non menta; ci crede davvero. Dice che oggi l’Italia è considerata dagli Stati Uniti l’interlocutore privilegiato e che "noi dobbiamo essere orgogliosi del ruolo che i nostri militari svolgono in zone di guerra". Sollecita un sacco di volte "un rinnovato orgoglio". Viespoli descrive il paese come diviso in arie depresse e in arie non depresse, ma intende dire aree. A un certo punto, del tutto insensatamente, appaiono ai due lati del palco, dietro i relatori, due vigili urbani in altissima uniforme, con una spada luccicante tra le mani che però tengono puntata verso terra. Staranno così fino alla fine. Il sindaco a un certo punto prende il microfono e interviene per dire che dietro si lamentano che non si sente perché c’è brusio, la gente chiacchiera (tra la gente che chiacchiera, dietro, ci sono anche gli intervistati dalla Rai regionale). Dice: se per favore, per rispetto di chi sta parlando qui sopra, potete andare a parlare fuori. Non chiede di ascoltare, ma di andare a fare il brusio fuori – cosa impossibile, perché fuori fa un freddo cane. Qui dentro finalmente invece il riscaldamento comincia a fare effetto. Domenico Nania comincia a parlare a lungo di quella che chiama "devoluzione" grazie al codice fascista sulla lingua italiana. Finora c’è stata una difesa strenua, da parte di tutti gli intervenuti, del governo e di Berlusconi. Nania comincia col dire che "questa alleanza sta procurando tanti cambiamenti nella vita quotidiana italiana" e su questo mi sento d’accordo con lui, non per forza per gli stessi motivi. Poi parte con un capolavoro retorico riuscendo a convincere tutti che la legge sulla devoluzione che si sta facendo è assolutamente nazionalista nello spirito del partito (e intanto rassicura il pubblico che non si farà prima di un anno e mezzo) perché la sinistra ci accusa di voler spaccare in due il paese ma la verità è che le loro leggi lo hanno già spaccato e noi stiamo tentando di riunirlo. E qui parte un siparietto non male: facendo l’occhiolino a Learco Saporito, ex Dc e ora An convinto, Nania dice che pur venendo dall’Msi come molti in sala (applausi) e alla fine della guerra avendo scelto di stare non dalla parte dei vincitori ma dalla parte dei perdenti (applausoni) si trova costretto paradossalmente a difendere la costituzione antifascista perché rispetto alle leggi proposte dal governo dell’Ulivo quella conservava uno spirito (fascista?) molto più vicino alle nostre idee rispetto a queste vigenti e da cui verremo tratti in salvo grazie alla legge Bossi. Riesce a prendere un altro applauso usando un paradosso del genere anche per la polizia locale. Learco Saporito si alza in piedi, a questo punto, esordendo così: "due battute per depesare l’incontro di stasera perché li stiamo ammazzando", dice rivolto al pubblico (applausi). E dice che per continuare il paradosso, lui che viene da una tradizione cattolica di formazione antifascista deve ammettere che la costituzione antifascista aveva delle basi solide che partivano proprio dalla questione cattolica per passare all’Italia una e indivisibile, tutte regole che erano il fondamento del governo fascista. (applausoni).
Questo è l’unico momento di deviazione verso un’anima fascista che verificherò in questi giorni. L’unica. Urso riporterà ordine con il rinnovato orgoglio per l’operato del governo e la sua moderazione, poi si alza e va a fare l’intervista, Learco Saporito saluta e se ne va, Nania comincia a parlare al telefonino andando avanti e indietro e il sindaco è sceso tra il pubblico ad alimentare il chiacchiericcio che aveva denunciato. L’ultimo arrivato, da Strasburgo, il deputato europeo Franz Turchi, parla da solo insultando Francia e Germania e il suo sguardo cade disperato su uno dei vigili in alta uniforme con la spada, che lo guarda senza espressione. Poi cominciano le domande e il primo spettatote dice: "peccato che sul palco non c’è più nessuno (facendo deprimere ancora di più Franz Turchi che sul palco c’è) io volevo fare una domanda a Urso che se n’è andato" e il moderatore ci tiene a dire che Urso non se n’è andato ma sta facendo l’intervista. Urso dopo un po’ sale sul palco e prende il microfono e dice che lui con un orecchio ascoltava le domande dell’intervistatore e con l’altro ha ascoltato la domanda dello spettatore. (applauso). E comincia una lunga risposta. Ha ragione Learco Saporito: ora ci stanno davvero ammazzando.

Alla sera, cena tristissima in albergo e poi di nuovo ad Aenne tenda dove suona la banda musicale dei Leoncini d’Abruzzo vincitori di un premio di non so cosa a Barcellona; alle loro spalle c’è pure il coro di Fontamara. Dopo ci dovrebbe essere un cabarettista che però non c’è, e c’è la corrida. In sala siamo pochi (quelli della banda e del coro sono molto di più), e di tutti quelli che ho conosciuto non c’è nessuno, tutte facce nuove che pian piano scopro essere i parenti di quelli della banda e di quelli del coro (e nemmeno i parenti sono venuti in tanti). Poi arriva il sindaco del paesino della provincia di Chieti, uno devo dire simpatico e abbronzato, molto goliardico con i suoi amici e infatti dice che si vanno a divertire in cerca di un locale perché qui è una palla mostruosa. Io rimango disciplinatamente a sentire il coro abruzzese che canta una canzone popolare in cui una madre ripete ossessivamente che vuole la banda al seguito del funerale della figlia morta e poi ancora più insensatamente la banda attacca un medley della Carmen di Bizet e questo credo ammazzi più del convegno non solo me ma anche molti dei parenti della banda e quando la musica finisce tutti ce ne scappiamo via nel gelo per raggiungere l’albergo e dentro la tenda non rimane più nessuno e la corrida salta. La signora bionda della pro-loco, gentile e disponibile e sempre a disposizione, ci dà a tutti appuntamento alle nove e mezza domattina, in piazza, per andare su alle piste per la gara nazionale di sci.
Devastato dalla Carmen bandistica, sono tornato in albergo andando a fari spenti nella notte per guardare il bianco della neve e soprattutto chiudere gli occhi per vedere se poi è così difficile morire e la serata di questa giornata davvero devastante per la mia pur potente psiche è finita così: che ho scavalcato il bancone della reception per andare a prendermi la chiave perché il portiere di notte non c’era, appena dopo aver vissuto la seguente scena: io al bar dell’albergo che bevevo Bailey’s e intanto spiegavo al barista - che mi chiedeva che sapore ha il Bailey’s - che è come sorseggiare delle caramelle mou, in special modo quelle polacche, con l’aggiunta di alcol; e dietro di me c’era una coppia anziana che ballava tra i tavoli una specie di mazurka su un ritmo che forse era davvero di mazurka del pianista di piano bar che cantava "do you really want you make me cry". Il barista incuriosito si è versato del Bailey’s e poi ha fatto una smorfia di contenuto schifo dopo il primo sorso, e io mi sono reso improvvisamente conto che stavo qui dentro, accanto a due anziani sostenitori di Alleanza Nazionale (uno dei due aveva già detto la parola "Gianfranco" riferendosi a Fini, almeno venti volte nel pomeriggio – ma qui tutti si riferiscono a lui come a Gianfranco) che stavano ballando la mazurka su una canzone di Boy George o che almeno tale era all’origine. E, perdonatemi, ma ho pensato davvero che cazzo ci facevo qui a Ovindoli in provincia di L’Aquila a sciANdo/governANdo, in questo albergo assurdo con questa gente assurda in un posto dalla giunta monocolore di AN. E la sera questa tristezza non può non arrivare, perché durante il giorno in fondo stai facendo, sentendo, agendo, insomma tutte le cose stanno accadendo – ma la sera, la sera ti cade addosso tutto quello che hai accumulato. E ho avuto una irresistibile voglia di scappare via, tornarmene a casa e ho dovuto tener duro e dopo ore di insonnia in cui continuavo a dirmi alzati e vattene, alla fine mi sono addormentato riflettendo sul senso di quel che vedevo.

E parto da questa sensazione: non è proprio come Suspiria. Qui, se devo continuare con la metafora cinematografica, sono un po’ come i morti ne Il sesto senso: sono molto simili a noi vivi e si capisce solo alla lunga che sono diversi e solo da segnali minimi.
Perché questa è la questione: chi sono questi di AN con cui ho passato due interminabili giorni? Se sono "questa mostra gente", non si vede; se sono gli assassini di Suspiria, non si vede. Sono un partito moderato con tutti i meccanismi di partito che si è scoperto adattissimo a stare al governo. Qui non c’è nient’altro che funzione di potere e nemmeno un ideale appena estremizzato. Tutto tranquillo: gadget, discorsi dal palco, telefonini, vestiti. Ecco, tranne alcune camicie con collettoni enormi e nodi di cravatta molto ampi, tranne alcuni baffo e pizzo tipici fascisti non c’è nessun elemento di forte distinguo. L’esempio sono io; l’unica cosa che guardavano con schifo di me era la mia Skoda Felicia parcheggiata fuori l’albergo, ma per come è messa la guarderebbero schifati ancche al congresso nazionale di Rifondazione. Niente Mussolini, niente fascio, niente italici virgulti, niente occhio per occhio, o patriottismi feroci. Dalla proprietaria della pizzeria dove vado sempre a Roma ho sentito dire una sera che lei l’Iraq lo raderebbe interamente al suolo con tutti i paesi intorno, ma qui ho sentito dire soltanto che bisogna capire che l’America sta cercando di difendere la democrazia e che comunque non è detto che non si trovi un accordo per la pace. Qui, ho sentito solo del qualunquismo televisivo, un po’ di ignoranza e un po’ di orgoglio nazionale. Nient’altro. Qui, un signore che camminava al mio fianco e con il quale chiacchieravo della riuscita o meno della manifestazione, mi ha indicato un uomo che davanti a noi parlava al telefonino e mi ha detto: lo sai chi è quello? Il cugino di primo grado della segretaria particolare di Fini. E mi ha guardato negli occhi per vedere la mia reazione. E la mia reazione è la seguente: che il concetto "cugino di primo grado della segretaria particolare di Fini" potrebbe raccontare un culto del capo, ma secondo me racconta di più di una cultura democristiana ampiamente e rapidamente diffusa tra le fila dei vecchi fascisti, un virus collettivo che punta alla beatitudine dell’appartenenza ai satelliti il più vicino possibile alla periferia del potere. E sono tutti così.
È ovvio, questa è la superficie. Imposta. Ma alla quale si attengono tutti, è come se avessero fatto un corso di formazione per l’acquisizione della moderazione, con esami scritti e orali e sono passati tutti. Poi certo, gli applausi scattano quando Nania dichiara la sua appartenenza al fascismo o quando uno spettatore dichiara di leggere ogni giorno solo il Secolo d’’Italia. Oppure quando, spinti dalla confidenza lamentosa che abbiamo in tre o quattro riguardo alla riuscita della manifestazione, mi sciolgo in un eroico e improvviso azzardo e dico, anzi mi sento dire con mia stessa sorpresa, che secondo me ci stiamo troppo appiattendo sulle posizioni di Berlusconi e Bossi e non è possibile che nessuno dica nulla. E oltretutto ho detto una cosa che penso davvero, anche se non la penso con il "noi" e non partecipo emotivamente a questo pensiero politico. E i due sono stati d’accordissimo con me e hanno tirato finalmente fuori quel malumore che è sempre castrato. E uno dei due indicava la notizia della Annunziata come presidente Rai e urlava che a noi ci hanno tenuto in disparte per cinquant’anni e noi adesso perché li coinvolgiamo in posti di potere? E ce l’avevano con Urso che vende fumo, con Gianfranco che segue Berlusconi, con Nania che difende Bossi.
E ho anche avuta chiara un’altra cosa che non ho voluto ammettere finora come non ha voluto farlo nessun altro, ma adesso bisogna farlo. Siamo pochissimi. Ecco perché tutti conoscevano il mio nome e mi aspettavano. Non c’è praticamente nessuno. In un altro albergo, mi dice uno di Roma, ieri sera a cena eravamo in cinque. Sono saltate serate, incontri, ospiti. Ogni manifestazione comincia con una o due ore di ritardo. L’unica persona che ho conosciuto che non fosse arrivata come me il giovedì era un signore campano che ha detto semplicemente che lui è qui da inizio settimana e che c’era da sbattere la testa contro il muro. Gli è sembrato di impazzire. E quando siamo andati su alla corsa sciistica che era prevista alle undici e che è cominciata all’una e che aveva ben settanta e più partecipanti – presi però anche tra la gente che sciava lì per fatti suoi – al traguardo c’erano a guardare due signore e io. È stato un fallimento e tra noi partecipanti non si parlava d’altro. Però poi obbedienti tutti facevamo finta che tutto andava bene, tranne un paio che dicevano che bisognava capire, che non si possono spendere centinaia di milioni per una manifestazione fallita. Gli altri dicevano di lasciar perdere.
Mi risveglio il mattino dopo e scendo a fare colazione e trovo tutti lì, quei pochi di AN che siamo in quell’albergo, tutti pronti per sciare. Il gruppo simpatico del sindaco della provincia di Chieti accoglie uno di loro, che si presenta con una tuta da sci per gran parte rosa, con un coro della canzoncina della pantera rosa e sembra di essere nel film "Amici miei" e mi sono sentito bene nel ridere insieme a loro. Perché nonostante il desiderio di scappare, nonostante la reale o presunta diversità, la verità è che al secondo giorno in un gruppo, in qualsiasi gruppo, cominci a provare una solidarietà, un senso di partecipazione, un’aria da gita scolastica che nonostante in fondo non solo tu non appartenga a quel gruppo ma hai una pregiudiziale e fondata e ineliminabile estraneità se non avversione, alla fine ti fa sentire un qualche inizio di intimità e allora finisci per scoprirti dentro un’analisi preoccupata del perché nella sostanza questa manifestazione sia stata come dicono alcuni un mezzo fiasco e come dicono altri un fiasco totale. E quasi ti dispiace che sia andata così, perché vedi l’imbarazzo dei dirigenti, il balbettio della signora bionda della pro loco, vedi delle umane genti in difficoltà, avvolte dalla tristezza e io come in trance affianco alla depressione di essere qui anche la depressione della non riuscita del grande evento.e in più la depressione più lenta delle ore vuote e interminabili della noia che proviamo tutti. E al pomeriggio sono davvero a pezzi. Per fortuna i manifesti annunciano che tra un po’, al dibattito sullo stile di governo di An ci sarà Gianfranco e con lui Moffa, Storace, Baldassarri, il ministro Matteoli.

Quando dopo un’ora e mezza di ritardo lo speaker annuncia il dibattito sullo stile di governo di An e dice che non si aspettavano un successo del genere, molti di noi ci guardiamo smarriti. Sul palco, di quelli che dovevano esserci, non ce n’è neanche uno. Altri impegni. Le prime cinque file sono vuote e una delle organizzatrici litiga con un assessore di Ovindoli seduto accanto a me che non vuole andare a occupare i posti vuoti delle autorità. Il sindaco simpatico della provincia di Chieti lo fa invece volentieri. Prima di dire quel che ha detto, lo speaker ha detto quattro volte "per cortesia prendere posto" e una signora mi ha guardato e mi ha detto: "so’ tre ore che avemo preso posto", ed è vero. Sul palco ci sono il responsabile del Dipartimento Comunicazione, Sospiri, Scopelliti sindaco di Reggio Calabria, un assessore della Regione Abruzzo e il sindaco di Ovindoli. Loro dovrebbero parlare dello stile di governo di An. Intorno vedo il tendone oggi pieno di gente perché tutto il paese è venuto, due signore della grandeur abbiente, indossano abominevolmente delle pelliccione e sventolano sorridendo i foulard di An. E io so che stasera l’angoscia finale sta già arrivando, molto prima di ieri sera e non so se potrò combatterla, mentre fuori nevica e qui dentro un assessore qualsiasi mi deve parlare dello stile di governo. Io me ne vado, penso. E mentre parlano, saluto un po’ di amici di questi due giorni e dico che devo scappare, che ho ricevuto una telefonata urgente di lavoro e poi scappo prima che mi chiedano che lavoro fai, corro in albergo e prendo la roba, pago tutte le notti che volete, dico, ma adesso lasciatemi andare vi prego e il portiere dice (giustamente) che posso fare quello che mi pare e poi salto sulla mia Skoda Felicissima e accendo il riscaldamento e la radio e sento Renato Zero che canta "scappa, fuggi, e salva qualche cosa in te…" e sento una felicità immensa quando vedo una scritta enorme sul muro che dice "Benvenuto presidente" al presidente che non è venuto e più avanti un "arrivederci a Ovindoli" che può essere un addio. Incrocio un’auto con lampeggiante a discreta velocità e sbircio dentro e mi sembra di vedere Storace. Mi chiedo se mi perderò qualcosa e mi rispondo di no e alzo il volume della radio e Renato Zero mi urla di non diventare un uomo da bruciareeee…
Francesco Piccolo

Francesco Piccolo

Francesco Piccolo, nato a Caserta nel 1964, vive e lavora a Roma. Collabora con quotidiani e riviste e scrive per il cinema. Ha pubblicato Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori (minimum fax, 1994), L’Italia spensierata (Laterza, 2007); con Feltrinelli, Storie di primogeniti e figli unici (1996; premio Giuseppe Berto e premio letterario Piero Chiara), E se c’ero, dormivo (1998), Il tempo imperfetto (2000) e Allegro occidentale (2003, finalista premio Strega). Per Einaudi ha pubblicato La separazione del maschio (2008), Momenti di trascurabile felicità (2010), Il desiderio di essere come tutti (2013; premio Strega 2014) e Momenti di trascurabile felicità (2015). Per il cinema ha scritto film di Paolo Virzì, Renato De Maria, Michele Placido, Silvio Soldini e Nanni Moretti. Per i “Classici” Feltrinelli ha introdotto Tre uomini in barca (1997) di Jerome.

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