Globalizzazione? Sì, grazie: a patto, però, di cambiare urgentemente modo di procedere. Si possono riassumere così le conclusioni del primo, sistematico tentativo di analizzare il fenomeno che nell'ultimo decennio ha rivoluzionato l'economia mondiale. Globalizzazione equa: creare opportunità per tutti è il titolo di un rapporto di 168 pagine, preparato da un gruppo di autorevoli esperti (tra cui l'ex-premier italiano Giuliano Amato e il premio Nobel Joseph Stiglitz), rappresentativi di esperienze e linee di pensiero differenti, su incarico dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo). Presentato a Londra dai due co-relatori, Tarja Halonen, presidente della Finlandia, e Benjamin Mkapa, presidente della Tanziania, il documento, frutto di due anni di studi, non piacerà ai "no global" che vedono la globalizzazione come il diavolo; ma neppure ai neo-liberisti che la considerano una panacea. Il rapporto riconosce che la globalizzazione ha un "immenso potenziale" positivo, che ha "aperto la porta a molti benefici, promosso società ed economie più aperte, incoraggiato un più libero scambio di beni, idee e conoscenza, fatto emergere una coscienza globale su temi come ineguaglianza, povertà, discriminazione, inquinamento". Ciononostante, afferma la ricerca, "ci sono persistenti squilibri nell'economia globale, eticamente inaccettabili, politicamente insostenibili. Agli occhi della maggioranza della popolazione mondiale, la globalizzazione non ha risposto alle aspirazioni di un lavoro dignitoso e di un futuro migliore". E davanti a un mancato progresso, ammonisce il documento, i paesi poveri possono diventare terreno fertile per estremismo, terrorismo, conflitti. Bastano poche cifre per illustrare il problema. Nel 1960 il gap poveri-ricchi era 212 contro 11.417 dollari; quarant'anni dopo è salito a 267 contro 32.339. Ancora: dopo un decennio di globalizzazione, oggi ventidue paesi industrializzati, rappresentanti il 14 per cento della popolazione mondiale, dominano oltre metà del commercio e degli investimenti internazionali. Da qualche parte, la globalizzazione funziona: in dieci anni Cina e India hanno pressoché dimezzato il numero di coloro che vivono con meno di un dollaro al giorno. Ma in America Latina e in Africa, nello stesso periodo, quel numero è aumentato; nell'ex-Urss è triplicato. Le conclusioni, tuttavia, non sono pessimistiche. Al contrario, dice Juan Somavia, direttore generale dell'Ilo: "Questo rapporto contiene un messaggio di speranza. Rendere la globalizzazione giusta e più inclusiva è difficile ma fattibile, e deve diventare un'urgente priorità mondiale". La commissione di esperti fa una serie di raccomandazioni, tra cui: 1) ridurre le barriere che impediscono ai paesi in via di sviluppo l'accesso ai mercati; 2) facilitare l'immigrazione; 3) proteggere i diritti dei lavoratori; 4) rafforzare il sostegno delle organizzazioni finanziarie al Terzo Mondo; 5) cercare soluzioni multilaterali. "Una migliore globalizzazione è la chiave del ventunesimo secolo", predice Tarja Halonen, presidente finlandese. Il suo collega Mkapa, presidente della Tanzania, la mette in questi termini: "Tutti vogliono sentirsi parte della globalizzazione. Ma la Enron e la Parmalat devono servire di lezione. Il libero mercato non può avanzare sempre a briglia sciolta, né risolvere tutto da solo".
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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