Il blocco della produzione di petrolio significa la fine della normalizzazione. Dunque sabotare gli oleodotti per boicottare il nuovo governo, mettere in ginocchio l'economia e nel lungo periodo distruggere il piano Usa per il "nuovo Iraq". Non è nuova la strategia delle guerriglia. Ma ormai mancano 13 giorni al 30 giugno, quando l'amministrazione guidata dagli americani - che un nuovo sondaggio commissionato dalla stessa Autorità civile provvisoria Usa svela essere vissuto da 9 iracheni su 10 come "occupazione" - passerà le redini del Paese al nuovo governo "made in Iraq". Ieri gli attentati hanno praticamente azzerato l'offerta petrolifera irachena. È stato assassinato Ghazi Talabani, responsabile della sicurezza ai giacimenti di Kirkuk. Morti anche 4 occidentali in un attentato sulla via dell'aeroporto di Bagdad. Altre 9 vittime nella zona di Ramadi. Parte azzoppata l'economia del nuovo corso. Bruciano gli oleodotti del Sud, come quelli del Nord, che portano il greggio dai giacimenti di Kirkuk e Mosul ai terminali sul Mediterraneo in Siria e Turchia. L'export è caduto a quasi zero dai circa 1,7 milioni di barili venduti quotidianamente due settimane fa. Danno stimato, quasi un miliardo di dollari, compresi i 450 milioni per le riparazioni, che necessiteranno almeno 10 giorni. Già a metà dell'estate scorsa c'erano state azioni di boicottaggio contro la traballante industria petrolifera. Gli americani, assieme al Consiglio provvisorio di governo, avevano cercato alleati e pagato profumatamente le tribù sui cui territori passano gli oleodotti perché mandassero i loro giovani a pattugliarli giorno e notte. Sforzi in gran parte vani. L'economia del secondo Paese produttore di petrolio al mondo resta in ginocchio. Ai tempi dell'embargo la risoluzione Onu "Oil for food" dal 1996 aveva permesso la ripresa graduale della vendita del greggio. Tanto che nel febbraio 2003, un mese prima della guerra, Saddam vendeva 2,5 milioni di barili al giorno. Un anno fa cominciava la lenta ripresa. Il 30 giugno 2003 chiudeva con 500 milioni di barili al giorno. Ma gli attentati agli oleodotti ben presto raffreddavano le speranze. Il governatore Usa, Paul Bremer, auspicava di arrivare entro novembre 2003 a 3 milioni di barili. Quattro mesi fa non riusciva a superare i 2. Grave, se si pensa che il 90% delle entrate dello Stato ormai dagli anni Cinquanta dipende dal petrolio. Non stupisce che ora il nuovo gabinetto iracheno punti tutto sulla ripresa. "Ogni giorno di paralisi nell’export ci costa almeno 60 milioni di dollari", ha ammesso di recente il neoministro del Petrolio, Thamir Ghadbhan. Ora si mira ad aggiungere nuovi agenti agli oltre 14.000 già incaricati di proteggere le infrastrutture. Nelle regioni meridionali tra l'altro a danno si aggiunge danno. Le infiltrazioni del greggio che fuoriesce dagli oleodotti vanno a inquinare le falde freatiche e le risorse idriche nella zona di Bassora. Una nota positiva giunge invece da Najaf, dove il leader estremista sciita Moqtada al Sadr ha ordinato ai suoi miliziani venuti da altre parti del Paese di "tornare a casa". Il primo segno concreto che potrebbero venire smantellate le Brigate al Mahdi, contro le quali le truppe Usa hanno impegnato un sanguinoso conflitto da aprile. Una settimana fa al Sadr aveva espresso l'intenzione di trasformare i suoi gruppi armati in partito politico. Al Sadr resta una delle figure più popolari in Iraq: in un sondaggio commissionato dall'Autorità civile provvisoria Usa e condotto il mese scorso (ma emerso solo ieri) il 64% degli iracheni intervistati crede che il Paese sia più unito da quando al-Sadr guida l'insurrezione delle milizie sciite. Più significativo, e imbarazzante per la Cpa, è il dato secondo il quale ben il 92% degli iracheni considera gli americani come degli occupanti e oltre la metà (il 55%) si sentirebbe più sicura se le truppe della Coalizione se ne andassero. In vista del passaggio di poteri del 30 giugno, il 63% degli intervistati ritiene inoltre che le condizioni dell'Iraq saranno migliori anche perché polizia ed esercito iracheni saranno capaci di garantire la sicurezza senza l'ausilio delle truppe della coalizione.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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