Piazze inaccessibili, piazzette transennate, i marciapiedi del centro sembrano quelli dei giorni di punta prenatalizi. Mentre l'Italia pensa a chiudere per ferie, Milano dichiara aperto per divertimento. Una città che sembrava stanca ha deciso di concedersi una notte di tranquillo delirio. Una notte bianca, una notte in bianco, in giallo, in rosso. La gente non aspettava altro che potersi rovesciare sulle strade, con insolita allegria, direbbe Giorgio Gaber In Piazza Duomo, sui Navigli, in corso Magenta, in corso Buenos Aires. Tutto aperto per divertimento. In 500 mila, dicono. Forse di più. Per strada fino alle quattro, alle cinque: rock, jazz, tango, classica, mostre, reading di poesia, proiezioni, tornei di scacchi e dama. Piazza Duomo inaccessibile. I marciapiedi di via Torino affollati come nei giorni che precedono il Natale. Strade intasate. Quasi impossibile muoversi. Onde di gente sulle vie. Coppiette, famiglie, gruppi di amici. Gli aloni giallo cupo che di solito si riflettono sul Naviglio basso, accesi di un'altra luce. Locali stracolmi. Milano città aperta. Per l'occasione, i negozi sono rimasti aperti. La gente, in Corso di Porta Ticinese, ne usciva con le borse piene. Qualcuno è andato a farci la spesa per la domenica. Aperto eccezionalmente persino il portico di Sant'Ambrogio, dove dieci filosofi hanno esposto le loro riflessioni notturne sui comandamenti. Trecentocinquanta persone sedute ad ascoltare religiosamente il filosofo Giovanni Reale che parlava di Platone e di Dio. Anche questo è divertimento, perché no? Gli organizzatori del Teatro Parenti hanno dovuto aggiungere un centinaio di sedie, perché non prevedevano un tale afflusso. Anche i comandamenti possono essere un divertimento. "L'importante è la vita, il movimento, la partecipazione", dice il sessantenne Bruno, in coda da una buona mezz'ora davanti a Santa Maria delle Grazie per raggiungere il Cenacolo. Anche Leonardo ha deciso di fare uno strappo alla regola e di rimanere sveglio fino alle quattro del mattino, per la gioia dei suoi visitatori. Una coda interminabile. Ma la gente è lì, tranquillamente, allegramente, ad aspettare. E dopo? Dopo il Cenacolo, una passeggiata a Porta Ticinese. Oppure, come dicono Alessia, Vanessa e Manuele, più o meno 25 anni a testa, al Duomo per i cortometraggi sullo stesso megaschermo che nella serata ha trasmesso le partite dell'Europeo. E dopo? Dopo, a San Lorenzo per il concerto "Nostalgia de Milan". E dopo? "Dopo vedremo, la notte è lunga". Eppure, fino alle otto di sera si è temuto il peggio. L'effetto Murphy, citato da un tassista-filosofo di pessimo umore, secondo cui "se qualcosa può andar storto, lo farà, e nel momento più inopportuno", non l'ha avuta vinta, stavolta. E se l'anno scorso la notte bianca romana fu rovinata dal black out, ieri la pioggia non ce l'ha fatta. Nonostante qualcuno parlasse già di una maledizione. La paura è passata in un paio d'ore, quando tutti pensavano già di tornare a casa e i teloni di plastica cominciavano a coprire i tavolini di Piazza del Duomo e gli strumenti elettronici di Piazza Santo Stefano, dove era previsto un concerto della canzone d'autore tenuto dal Centro Mogol. Giove Pluvio è stato clemente e si è limitato a sfogarsi durante le prove. Poi è andato a dormire. Da solo. Perché la piazza era piena. Come il resto. Nonostante il gerente di un negozio di abbigliamento della Galleria gufasse non poco: "Stiamo aperti fino a mezzanotte, ma commercialmente speriamo nella pioggia, perché poi vengono a ripararsi tutti qui sotto". Risultato: A tarda notte in Piazza Santo Stefano la folla cantava in coro De André. Le mille luci di Milano. Il Duomo impacchettato ha scoraggiato solo i giapponesi, che guardavano le poche guglie visibili con rammarico. Il concerto rock sul grande palco allestito da RTL ha richiamato intere famiglie da Saronno, Bassano, Parma e persino Palermo ("abbiamo messo insieme una visita agli amici e la notte bianca..."). Con i padri ad applaudire persino Paolo Meneguzzi, mentre le loro figliolette davano fuori di matto con strilli e braccia alzate: "Vero, che ti amo ancora vero. Falso, che ti ho tradita falso...". E i ragazzini a scattare improbabili fotografie con i cellulari. Così come i trentenni venuti da Pavia e Lodi per i Pooh e per Paola e Chiara. Piazza Affari da pista del tango verso l'una è invasa dal pueblo dei dj. Non solo atmosfere da stadio, però. Non è roba da tutti i giorni vedere il Manzoni di Piazza San Fedele con due o tre piccioni sulla testa e una folla seduta ai suoi piedi, sull'asfalto o sulle poche panchine, ad ascoltare rispettosamente le montagne russe di un sax. Non è facile trovare nella Milano post-da-bere un angolo all'aperto in cui il cantautore meneghino Aurelio Barzaghi da Vimercate intoni il suo "Ho vist un pret". Roba da provincia o tutt'al più da hinterland, mica da metropoli. Invece. Aldo Beselli, pancia pronunciata e rughe evidenti anche a distanza, ha intonato con passione: "ma vegn in ment la prima dona biòta...". Per concludere saggiamente: "El mund a l'è di giuvin, sota a chi toca". E i giovani erano lì. Seduti sui muretti, abbracciati, dondolanti, estasiati. La riscoperta del dialetto, si sa. Pazienza se è vernacolo. Tutto fa brodo. Primordiale, nostalgico, come volete. Non è facile avere in una sola notte "tutto questo disagio della scelta", come dice Marta, che ha deciso di andare alle Stelline a seguire una lettura di poesia con musica. Altri giovani, tre quattro piercing a lobo o a sopracciglio, dicono che "tutte le sere dovrebbero essere notti bianche, perché è così in ogni città del mondo". La diciassettenne Fabiana esulta: "Poter entrare nei negozi a mezzanotte non è bello, per caso?". Farà le quattro? "Sicuro. Al limite posso anche non rientrare del tutto". Il suo compagno Claudio, consulente informatico, ricorda la notte bianca di Roma a settembre: "Black out o no ci siamo divertiti lo stesso". Programma di Andrea, birra in mano: "Impizzarmi come un dannato". Ma Silvia è più cauta: "Si va in Porta Ticinese e nel locale che mette più roba fuori ci fermiamo a bere, poi si va in giro e si vede". E se i Navigli nelle prossime notti non offriranno molto, non fa niente: "Si parte e si va in un'altra città, Bologna, Pescara, una qualunque". E buonanotte Milano.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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