Picchiati selvaggiamente per la minima trasgressione. In catene e manette fino a quindici ore di seguito. Chiusi in gabbie con il pavimento di cemento, esposte agli elementi, infestate da ratti, scorpioni, serpenti. Malnutriti con acqua infetta e cibo avariato. E sottoposti a torture psicologiche di ogni genere. Anche sessuali, qualche volta: "Certi prigionieri, scelti tra i musulmani più devoti, tra coloro che non avevano mai visto una donna in pubblico senza il velo, erano costretti a guardare prostitute che si spogliavano davanti a loro, si toccavano, li umiliavano. Uno spettacolo degradante, organizzato allo scopo di spezzare l'equilibrio dei detenuti e farli confessare". Questo racconta Jamal al-Harit, uno dei cinque cittadini britannici tornati liberi nei giorni scorsi, dopo due anni di prigionia a Guantanamo, il campo di detenzione americano a Cuba, dove sono stati rinchiusi tutti i terroristi e presunti terroristi catturati durante l'intervento militare Usa in Afghanistan. Consegnati alle autorità del Regno Unito, i cinque sono stati rimpatriati a bordo di un aereo della Raf, interrogati per una notte dagli agenti dell'antiterrorismo, e quindi rilasciati. Jamal è il primo a parlare del suo "inferno", così lo chiama, nel supercarcere americano, in una lunga intervista al ‟Daily Mirror”, uno dei quotidiani popolari londinesi, che deve avere pagato profumatamente il suo scoop. Ora, insieme agli altri quattro, intende fare causa al governo americano per i danni ricevuti. Trentacinque anni, di origine giamaicana, divorziato, padre di tre figli, convertito sei anni or sono all'Islam, Jamal afferma di essere partito per il Pakistan nell'autunno del 2001, un mese dopo l'attacco terroristico all'America dell'11 settembre, allo scopo di approfondire i suoi studi religiosi e visitare la regione. Dopo qualche settimana a Karachi, decide di spostarsi in Iran, ma il camionista a cui chiede un passaggio lo porta invece in Afghanistan, senza che lui se ne accorga. Quando l'automezzo viene fermato a un posto di blocco, i Talebani, insospettiti dal suo passaporto britannico, lo arrestano, convinti che sia una spia inviata in perlustrazione nell'imminenza dell'intervento angloamericano. Ed è appunto in prigione, a Kandahar, che le forze americane lo ritrovano nel corso della loro avanzata su Kabul. Nonostante le sue proteste di innocenza e le richieste di essere messo in contatto con l'ambasciata britannica o con un avvocato, viene arrestato e spedito a Guantanamo. "Al campo mi hanno interrogato almeno quaranta volte, cercando con ogni mezzo di farmi confessare che ero un terrorista", racconta. "Hanno minacciato me e la mia famiglia. Una volta mi hanno iniettato non so quale sostanza: poiché io ho opposto resistenza, è arrivata una squadra speciale addetta alle punizioni, che mi ha riempito di botte. Ma non ho ceduto, nemmeno quando mi hanno detto che sarei stato liberato subito se avessi firmato una confessione. Alla fine, quando mi hanno liberato davvero, gli altri detenuti dalle loro celle mi gridavano di non dimenticarmi di loro, di rivelare al mondo le condizioni in cui sono rinchiusi".
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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