Sprivatizzare Milano. Farla uscire dalle case e dai ristoranti, farle scoprire i suoi luoghi finora nascosti, le strade, le piazze, i cortili. Farle riscoprire che c'è un tempo per il lavoro e un tempo per l'ozio. Magari all'aperto. La Notte bianca ha smosso entusiasmi e desideri che sembravano sopiti. E la voglia di ripetere l'iniziativa. Persino di farne un'occasione regolare. Che l'eccezione diventi normalità. Con il rischio di ammosciarla. Lo dice lo scrittore Luca Doninelli: "Non esageriamo, se tutte le notti fossero bianche diventeremmo scemi. È bella l'eccezionalità, magari tre, quattro volte l'anno ma non di più. Nell'Amleto, Shakespeare dice che se la gente comincia a muoversi di notte non è un gran segno. Bisogna calcolare bene i tempi dell'attesa". Fatto sta che Milano, a giudicare dalla partecipazione alla festa collettiva dell'altra notte, non aspettava altro. Il sociologo Guido Martinotti lo sa bene e ripete: "Non so se sia opportuno usare la metafora della Bella addormentata, Milano è una città che lavora molto, in genere ha poco tempo per dedicarsi all'otium. È diventata molto privata. La Notte bianca le ha fatto scoprire lo spazio pubblico, in cui chiunque può andare e trovare casualmente altre persone, senza l'appuntamento finalizzato". Qui l'unica finalità è la non finalità. E tutto è pretesto: "Questo è l'aspetto più importante - continua Martinotti -, un'occasione simile è un pretesto per uscire dal privato, dal rapporto ipnotico con la televisione o dal rito forzato della serata in casa o al ristorante con gli amici". Dunque, il sociologo si augura che l'iniziativa si ripeta, ma non che diventi normalità: "Un'occasione frequente, quanto basta perché Milano esibisca e renda disponibili i suoi tesori dell'architettura e dell'arte, ma anche le teste che parlano e che cantano: pure quelle sono un grande patrimonio". Trasgressione? No, tutt'altro. "La trasgressione è già nel fatto che queste cose accadano. I ragazzi trasgrediscono quando devono urlare per essere ascoltati o quando vengono costretti dagli adulti, ma l'allegria generale non richiede trasgressione. Una notte bianca è in sé trasgressione dalla normalità. Non c'è bisogno d'altro". Sant'Ambrogio con i filosofi ha raccolto 350 presenze; gli attori del Piccolo sui ponti dei Navigli a recitare poesie hanno acceso passioni impreviste; il Cenacolo ha chiamato code interminabili di milanesi che non avevano ancora "scoperto" il Leonardo di Santa Maria delle Grazie. Il Museo di Storia Naturale è stato preso d'assalto, così come Palazzo Marino e persino, udite udite, la mostra storica sulla Giulietta. Roba da matti, si direbbe. E invece no. Segno che lo spettacolo rock di Rtl in Piazza Duomo non era l'unica attrazione, come molti temevano. Ci vuole un poeta per spiegare che cosa sta succedendo nell'animo delle persone. E Giancarlo Majorino è forse il più adatto, visto che da anni si batte per aprire nuovi spazi pubblici alla lettura poetica. Majorino domenica si è mosso di casa alle due del mattino, per andare a vedere la sua Milano in festa: "La gente ha una gran voglia di uscire dalla sua solitudine, ha un desiderio interiore di comunanza e di coralità, di trovarsi corpi tra corpi, persone intere senza internet o televisione". Intensificare le occasioni è la sua parola d'ordine. Quel che direbbe alle autorità milanesi: "Insistere, perché la gente non percepisca più il divertimento come qualcosa di separato dall'approfondimento. Quando accadono queste cose, ci rendiamo conto che c'è un campo vasto che richiede solo generosità". Sarà pure l'entusiasmo, ma si è vista pure, per le strade, una città ibrida: gruppi di giovani italiani tranquillamente in giro con marocchini, brasiliani e rumeni. Una città vissuta quietamente nella sua molteplicità. "Per i giovanissimi è normale gestire la convivenza e l'"ibridizzazione", basta ascoltare le loro musiche - osserva Martinotti -, solo per gli adulti la mescolanza è una novità: è vero che la società multietnica è complicata, ma sono i nostri timori ad aumentare le difficoltà, tanto più se vengono fomentate da inutili discussioni politiche". Salvatore Natoli è un filosofo che si è trasferito molti anni fa dalla Sicilia. E ha tutte le carte in regola per dire la sua su questo argomento: "Milano è la città più cosmopolita d'Italia. Chi va a Roma diventa romano, con i suoi pregi e i suoi difetti, Roma romanizza; a Milano si sente di più la contaminazione e la milanesità è uno dei tanti segmenti, tutte le provenienze, le tradizioni e le memorie vengono rispettate. Piuttosto...". Piuttosto? "La Notte bianca milanese è certamente un fatto importante, ma parlare di rilancio della città è troppo: per trasformare una moltitudine in comunità ci vuole una forma di socializzazione politica, bisogna creare occasioni pubbliche di riflessione oltre che di intrattenimento". Un'obiezione: le code per il Cenacolo non sono per caso un desiderio più profondo del puro intrattenimento? "Certo, c'è una sete di ascolto e di attenzione, ma il rischio è che si tratti di fatti epidemici, imitativi. Il rito collettivo favorisce indubbiamente la partecipazione. E a differenza di fenomeni massivi come il calcio, in piazza c'è una differenza di toni e di sfumature che è la premessa per una vera aggregazione e per uno scambio di esperienze che non sia massa". Allora? "Passata l'epidemia, per costruire qualcosa di permanente sarebbe utile coinvolgere le grandi istituzioni formative, le scuole, le università, le associazioni culturali, i centri di elaborazione intellettuale e anche, perché no, la politica. Altrimenti la città non diventerà mai un bene collettivo consapevole".
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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