Demolire il carcere di Abu Ghraib e processare subito i responsabili delle torture. Questa era stata la decisione dei vertici dell'Amministrazione Bush. La decisione intendeva mettere a tacere uno scandalo che pesava come un macigno sul processo di "democratizzazione" dell'Iraq. Testimoniava la continuità fra regimi torturatori - quello di Saddam Hussein e quello di George Bush -, accomunati dal disprezzo dei diritti delle persone, della loro dignità, della loro vita. Ma Abu Ghraib denunciava soprattutto l'impostura di una guerra che negava i valori ai quali i suoi massimi responsabili si erano richiamati nel deciderla. I torturatori - donne e uomini rigorosamente bianchi e cristiani - si erano impegnati in pratiche disumane in cui si intravedeva una sola "razionalità": seviziare moralmente persone inermi, violandone il codice culturale. La nudità forzata, la promiscuità, le violenze sessuali, l'uso dei cani, l'ammassamento dei corpi, la devastazione dell'intimità personale appartenevano a un rituale di profanazione razzista di un intero universo simbolico, quello della tradizione islamica.
Ovviamente, contro i responsabili di questi crimini non ci sarà alcun vero processo, nazionale o internazionale rebus sic stantibus, nessun "ottimismo giudiziario" è legittimo. E tuttavia in questi giorni si è diffusa una singolare notizia che sembra andare in senso contrario: Abu Ghraib non verrà distrutto. Gli avvocati dei sette militari incriminati di tortura e sottoposti a Baghdad a una prima istanza processuale hanno chiesto - e ottenuto - che Abu Ghraib non venga demolito. Un "processo farsa" - così lo hanno definito i parenti dei detenuti che ogni giorno assediano in massa le mura del carcere - potrebbe trasformarsi in un evento capace di sconvolgere, se non certo la guerra, almeno la sua rappresentazione collettiva. Potrebbe mutare il suo significato simbolico, la sua stessa percezione da parte dell'opinione pubblica occidentale, non esclusi gli Stati uniti.
L'ipotesi può sembrare azzardata. E tuttavia in questo momento convergono a corroborarla una serie di indizi significativi. I difensori dei sette militari accusati di tortura non hanno chiesto soltanto la conservazione dell'edificio di Abu Ghraib come "corpo del reato". Hanno chiesto anche l'audizione, assieme alle massime autorità dell'esercito e dell'Intelligence militare, del segretario alla difesa Donald Rumsfeld e del presidente Bush in persona. La richiesta conferma, proiettandolo clamorosamente in una sede processuale, ciò che appare sempre più evidente: è il discredito in cui sta precipitando una amministrazione responsabile di una serie di violazioni del diritto internazionale e del diritto interno che non ha precedenti nella tradizione degli Stati uniti.
Il discredito cresce all'interno dell'opinione pubblica statunitense e sembra affacciarsi anche nelle sedi internazionali. Kofi Annan ha invitato i membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite a opporsi all'ennesima richiesta degli Stati uniti che i suoi militari siano esentati dalla giurisdizione della Corte penale internazionale. Il Segretario generale, normalmente potentissimo, si è spinto fino a definire "nefasto" il proposito degli Stati uniti.
Si tratta di indizi ancora labili, mentre il sangue di decine e decine di vittime innocenti continua ad essere versato ogni giorno nelle città irachene. E tuttavia il fatto che il carcere di Abu Ghraib non venga abbattuto potrebbe alla fine assumere un significato importante.
Potrebbe testimoniare alle generazioni future gli orrori, le infamie e le falsità di una "guerra imperiale", oltre che le responsabilità criminali di chi l'ha voluta o servilmente approvata.
Danilo Zolo

Danilo Zolo

Danilo Zolo ha insegnato Filosofia del diritto e Filosofia del diritto internazionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Firenze. È stato Visiting Fellow in numerose università inglesi e statunitensi e nel 1993 gli è stata assegnata la Jemolo Fellowship presso il Nuffield College di Oxford. Ha tenuto corsi di lezioni in Argentina, Brasile, Messico e Colombia. Nel 2001 ha fondato la rivista elettronica internazionale “Jura Gentium”. Fra i suoi scritti: Reflexive Epistemology (Kluwer, 1989); Democracy and Complexity (Polity Press, 1992); I signori della pace (Carocci, 1998); Invoking Humanity: War, Law and Global Order (Continuum, 2002); Globalizzazione. Una mappa dei problemi (Laterza,); La giustizia dei vincitori (Laterza, 2006). Per Feltrinelli ha pubblicato: Scienza e politica in Otto Neurath (1986); Il principato democratico (1992); Cosmopolis (1995); Lo Stato di diritto (con Pietro Costa; 2002); L’alternativa mediterranea (con Franco Cassano; 2007); L’alito della libertà. Su Bobbio (2008) e Sulla paura (2011).

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