Ma è vero che dalle urne delle elezioni europee vengono fuori due sinistre ben distinte e nettamente differenziate? Ovvero una sinistra moderata e una sinistra radicale? E chi sono (sarebbero) i moderati? e chi sono (sarebbero) i radicali? E quali sono i rispettivi contenuti e i rispettivi punti di programma? E, soprattutto, funzionano ancora, queste benedette etichette? Per quanto mi riguarda, dal momento che nego loro qualunque serio significato, le utilizzerò qui solo per comodità e rapidità di comunicazione. Resta il fatto che, secondo la totalità dei commentatori (e secondo moltissimi esponenti politici), i risultati elettorali avrebbero disegnato una mappa precisa dell'opposizione - e, in particolare, della sinistra - dove correrebbe limpida e inequivocabile la distinzione tra moderati (Uniti nell'Ulivo) e radicali (Rifondazione, PdCI, Verdi, lista Di Pietro-Occhetto). Fosse davvero così, io - che ho votato per la lista unitaria - sarei stato ingannato o mi sarei autoingannato. Ma se avessi votato altrimenti, avrei più efficacemente sostenuto una linea ‟più di sinistra”? Non credo proprio. Ho fatto quella che ritenevo - in questa circostanza e nelle condizioni date - la scelta ‟più radicale”: ho votato, cioè, per la lista che si proponeva come la più unitaria, al fine di sostenere un processo di aggregazione, nel quale ripongo (alcune) speranze. Si dirà: e i contenuti? e il programma? Sarò chiaro: nel corso di tre anni di governo di centrodestra, non mi è stata data l'opportunità di confrontare due programmi alternativi dell'opposizione su quei temi che - a mio avviso - davvero tracciano una linea di demarcazione tra i cosiddetti moderati e i cosiddetti radicali.
Per capirci: il governo sta attuando una contro-riforma della scuola e una contro-riforma della sanità; e ritengo che si tratti né più né meno che di due provvedimenti classisti: che intervengono, cioè, sulla composizione sociale e sui processi di distribuzione delle risorse materiali e simboliche della collettività, producendo effetti di disuguaglianza e discriminazione, accentuando disparità e iniquità; e modificando concretamente i rapporti sociali e la vita quotidiana dei cittadini. Ritengo ancora che su questi due provvedimenti del governo, così importanti per la fisionomia della nostra società, l'opposizione tutta abbia operato poco (pochissimo) e male, nel corso degli ultimi tre anni. E non ho rilevato, in proposito, alcuna distinzione tra moderati e radicali. Di più: non ho mai sentito richiamare quei temi in campagna elettorale da nessuno dei partiti dell'opposizione; e non conosco alcun elettore che abbia potuto scegliere questo o quel partito di centrosinistra in ragione di una battaglia condotta su scuola o sanità. Vuol dire che quei temi non contano? Oppure che non siamo capaci di farli contare?
Analogamente si può dire a proposito di una questione cruciale come quella dell'immigrazione, sottaciuta per opportunismo e praticamente abbandonata nelle mani degli intolleranti. Ne discende un paradosso imbarazzante: sul tema dei rapporti con gli ottocentomila musulmani presenti in Italia, l'iniziativa (e non solo quella relativa al controllo) è saldamente ed esclusivamente del ministro dell'Interno. Dunque, se questo è il panorama, sulle tematiche effettivamente qualificanti - e capaci di distinguere davvero una politica moderata da una radicale - una linea di confine non è stata tracciata in alcun modo. E tanto meno è risultata visibile e identificabile nel corso della campagna elettorale. È la posizione sulla guerra, allora, a fare la differenza e a segnare un solco netto? A mio avviso, nemmeno quella. All'interno della sinistra c'è una componente pacifista, ma non corrisponde in alcun modo allo schieramento che viene indicato come radicale: tant'è vero che il PdCI, i Verdi e Di Pietro e Occhetto furono favorevoli, appena qualche anno fa, all'intervento militare in Kossovo. E, nel 2003, sono stati contrari alla guerra in Iraq così come sono stati contrari i partiti di Uniti nell'Ulivo. Certo, l'atteggiamento su tempi e modalità del ritiro delle truppe italiane dall'Iraq ha ‟funzionato” in campagna elettorale, ma non costituisce affatto - come qualcuno vuol far credere - una discriminante profonda tra moderati e radicali. Sia perché, tra i cosiddetti moderati, sono molti i favorevoli a una linea del ritiro immediato, sia perché i cosiddetti radicali sono chiamati a interrogarsi (e molti, grazie al cielo, iniziano a farlo) sulle contraddizioni - anche morali - del ‟pacifismo assoluto” tradotto in politica, quando deve confrontarsi con le grandi ‟emergenze umanitarie” (dall'assedio di Serajevo alla fuga dei profughi kossovari).
Spero risulti chiaro da quanto fin qui detto che la mia non è affatto una disputa terminologica, bensì una contestazione tutta politica. E politica è, infatti, la conseguenza che ne traggo. Se è vero che, nel programma e negli atti pubblici, la distinzione tra moderati e radicali non poggia su alcunché di inequivocabilmente riconoscibile, le ragioni di una scelta a favore di questa o quella lista risiedono altrove. Per quanto mi riguarda, come ho detto, risiedono nella ‟promessa unitaria” che Uniti nell'Ulivo annunciava (e vorrei che continuasse ad annunciare).
È sufficiente? Assolutamente no: come, peraltro, il risultato buono, ma non esaltante, dimostra. A mio avviso, è mancata la capacità di inviare messaggi (e ottenere consensi) in due direzioni: a) nei confronti della società civile organizzata (movimenti, associazioni, gruppi, interessi e valori collettivi…); b) nei confronti delle domande di diritti e di garanzie, di autonomia e di libertà, che percorrono - pressoché ignorate e sempre disattese - la nostra società. Ecco le istanze radicali che né i cosiddetti radicali né i cosiddetti moderati hanno tenuto in alcun conto. E che gli uni e gli altri - a partire da risultati elettorali favorevoli a entrambi - dovrebbero assumere, ora, come priorità.
(Il che non impedirebbe, necessariamente, di rivolgersi anche al centro del sistema politico. Al contrario). Certo, se invece tutte le energie del dopo voto, senza nemmeno aspettare i ballottaggi (il che è francamente inaudito), si concentrano sulle controversie nominalistiche e sulle retoriche dei risentimenti e delle rivalse, stiamo freschi.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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