La notizia è sorprendente e costringe a un commento intonato all'ottimismo. Gli Stati uniti hanno dovuto ritirare la bozza di risoluzione con la quale chiedevano per la terza volta al Consiglio di Sicurezza di accordare loro un vero e proprio privilegio imperiale: il privilegio in base al quale il personale civile e militare degli Stati uniti, impegnato all'estero in operazioni di peacekeeping, era immune dalla giurisdizione della Corte penale internazionale (Cpi). Soltanto Gran Bretagna, Russia, Angola e Filippine sembravano orientate a inchinarsi per la terza volta, tutti gli altri membri del Consiglio no. Il Consiglio di Sicurezza aveva già accordato agli Stati uniti questo privilegio per ben due volte (nel 2002 e nel 2003) sulla base di una interpretazione, a dir poco arbitraria, dell'art. 16 dello statuto della Corte. L'art. 16 - imposto dagli Stati uniti a Roma, nel 1998 - prevede una vera e propria "contaminazione costituzionale" fra poteri internazionali. In base all'art. 16 il Consiglio di sicurezza, organo politico-militare dell'Onu, ha il potere di sospendere per un anno, a sua discrezione, le iniziative della Procura della Corte penale internazionale. Nella sua risoluzione del giugno 2002 il Consiglio di Sicurezza aveva trasformato questa norma nella sua facoltà di concedere preventivamente per un anno, senza alcuna specifica motivazione, l'immunità (del personale Usa) dalla giurisdizione della Corte, precindendo da qualsiasi attività in corso da parte dei suoi giudici inquirenti. Questa volta, anche grazie all'imprevista, ferma opposizione del Segretario generale Kofi Annan - normalmente incline a sottostare alla volontà delle grandi potenze - il Consiglio di sicurezza era deciso a dire no. Il fatto è sorprendente e, a suo modo, rilevante.
È soprendente perché interviene dopo la risoluzione 1546 del Consiglio di Sicurezza che aveva offerto l'ennesima conferma della funzione puramente adattiva e legalizzante ormai riservata alle Nazioni unite. La risoluzione 1546 era stata di fatto, con il benestare di Francia e Germania, un atto di legalizzazione del processo di "democratizzazione armata" dell'Iraq avviato dalle potenze occupanti.
È un fatto rilevante perché si tratta della prima, clamorosa sconfitta di una strategia che in questi anni gli Stati uniti hanno condotto con ostinazione e con successo: il sabotaggio della Corte penale internazionale attraverso un'azione sistematica di erosione dei suoi poteri giurisdizionali e di mortificazione della sua autorità.
Il sabotaggio, è il caso di ricordarlo, ha fatto leva su un altro articolo dello Statuto della Corte - l'art. 98 - anch'esso voluto dagli Stati uniti. Questo articolo subordina l'attività della Corte al rispetto di accordi bilaterali che gli stati nazionali abbiano stretto fra di loro. Tali accordi possono consistere nell'impegno a non consegnare alla Corte i cittadini dell'altro stato contraente, nonostante che siano stati incriminati. Forte di questa (paradossale) previsione normativa, gli Stati uniti hanno dato vita in questi anni a un'azione diplomatica a largo raggio che ha mirato a concludere con il più alto numero possibile di stati accordi bilaterali che garantiscano perpetuamente l'immunità del personale militare degli Stati uniti.
Dunque, fino ad oggi, la cosiddetta "comunità internazionale" ha garantito agli Stati uniti un obiettivo che essi hanno sempre considerato irrinunciabile: i reati commessi all'estero da ufficiali e soldati Usa devono restare impuniti, salvo che a incriminarli non siano tribunali militari americani (si ricorderà, in proposito, la vicenda del Cermis). Da oggi le cose potrebbero cambiare. Tutti coloro che credono ancora in un istituto cardinale del diritto moderno - l'eguaglianza dei soggetti di diritto - hanno una minima ragione per essere ottimisti.
Danilo Zolo

Danilo Zolo

Danilo Zolo ha insegnato Filosofia del diritto e Filosofia del diritto internazionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Firenze. È stato Visiting Fellow in numerose università inglesi e statunitensi e nel 1993 gli è stata assegnata la Jemolo Fellowship presso il Nuffield College di Oxford. Ha tenuto corsi di lezioni in Argentina, Brasile, Messico e Colombia. Nel 2001 ha fondato la rivista elettronica internazionale “Jura Gentium”. Fra i suoi scritti: Reflexive Epistemology (Kluwer, 1989); Democracy and Complexity (Polity Press, 1992); I signori della pace (Carocci, 1998); Invoking Humanity: War, Law and Global Order (Continuum, 2002); Globalizzazione. Una mappa dei problemi (Laterza,); La giustizia dei vincitori (Laterza, 2006). Per Feltrinelli ha pubblicato: Scienza e politica in Otto Neurath (1986); Il principato democratico (1992); Cosmopolis (1995); Lo Stato di diritto (con Pietro Costa; 2002); L’alternativa mediterranea (con Franco Cassano; 2007); L’alito della libertà. Su Bobbio (2008) e Sulla paura (2011).

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