Ma i difensori dell'embrione e dei suoi diritti si rendono conto che la loro sacralità della vita è tutto il contrario della dedizione ai valori con cui cercano di giustificare ciò che, alla fine, è solo una vera e propria idolatria spermatico-cellulare? Che cosa hanno da fare i valori con la "nuda vita" (prendo liberamente l'espressione da Giorgio Agamben), che per loro si riduce al grumo di sostanze da cui, in futuro, può venire un essere umano titolare cosciente di diritti ? Un effetto collaterale delle recenti discussioni sulla legittimità della guerra e sugli ideali in nome dei quali può essere giusto morire in battaglia non dovrebbe essere anche la presa d'atto che la nuda vita, priva delle ”vivendi causas”, non ha alcun senso? I valori - la cultura, lo scambio intersoggettivo, la volontà di lasciare alle generazioni future un mondo più felice, per non parlare della speranza nell'al di là - hanno poco o nulla da fare con la pura e semplice sopravvivenza biologica? Certo, si risponderà che senza questa non ci possono neanche essere quelli. Ma quando i due valori confliggono, o comunque impongono scelte come quelle che si presentano nei casi di eutanasia, aborto, sperimentazione con gli embrioni, proprio lì è il caso di domandarsi che senso ha la difesa della nuda vita a tutti i costi. Si può ragionevolmente sospettare che la troppo spesso untuosa preoccupazione di non danneggiare questa vita non sia un modo di opporsi alla "crisi dei valori", ma ne sia invece la più completa espressione. Come dire che non crediamo più a niente, e allora salviamo almeno la pelle. Se no dovremmo approvare i tanti che rubano "perché tengono famiglia"; e stigmatizzare come fanatici i partigiani ventenni della canzone di Calvino, che si "conquistavano le armi in battaglia" - non certo per farne una collezione da museo.
Già, ma allora il pacifismo? E anche molte giuste e condivisibili ragioni di un minimalismo etico che ci vuole salvare dai fanatismi del passato? Tutto bene, ma meglio sarebbe giustificare queste posizioni con ragioni storiche concrete. Per esempio: oggi non si può più fare una guerra mondiale senza correre il rischio di distruggere il mondo, dunque si può e deve essere pacifisti senza riserve. Ma un ragionamento simile può facilmente volgersi in una accettazione della pax americana, che identifica ogni movimento di liberazione con il terrorismo. Eccetera.
È chiaro che non ha senso opporre i diritti dell'embrione alle opportunità che, sul piano dei valori - salvezza di esseri viventi in pienezza, amici che stanno morendo o sono bloccati su una carrozzella - derivano dalla ricerca sulle cellule staminali. E si potrebbe essere anche più chiari e radicali: la storia dell'umanità e dei suoi "valori" (ci sono anche le medaglie al valore, ce lo siamo dimenticato?) è passata attraverso il sacrificio di molte vite, ben più che embrionali. Certo preferiamo un mondo in cui non ci sia bisogno di eroi; ma anche sopravvivere in una realtà umbratile dove la nostra sola funzione sia di garantire la nuda sopravvivenza della specie sembra assai peggio.
Qualche biologo molto realista ha suggerito che le galline sono macchine biologiche inventate dalla uova per perpetuarsi. E noi?
Gianni Vattimo

Gianni Vattimo

Gianni Vattimo (Torino, 1936) è uno dei più importanti e noti filosofi italiani. I suoi studi su Heidegger e Nietzsche hanno avuto risonanza internazionale e, al pari delle sue opere successive, sono state tradotte in varie lingue. Ha curato l’edizione della Garzantina Filosofia (1981). Vattimo collabora con diverse testate italiane e internazionali. Con Feltrinelli ha pubblicato Al di là del soggetto (1981), Il pensiero debole (1990; con Pier Aldo Rovatti) e Verità o fede debole? Dialogo su cristianesimo e relativismo (2015; con René Girard). Sta pubblicando le sue Opere complete con Meltemi, presso cui è uscito anche Addio alla verità (2009).

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