Umberto Agnelli mancherà all’Italia. Non si tratta di una frase celebrativa ma di una constatazione. In qualunque Paese si sentirebbe il vuoto per il chiudersi di una vita che è stata rilevante per la sua impresa, la sua città, e per l’enorme stima che - insieme al fratello avvocato Agnelli - ha guadagnato nel mondo. Ho visto il modo in cui alcuni network televisivi americani hanno dato l’annuncio. Non come di un necrologio ma come di un cambio d’epoca. E si è sentito dai commenti che il Paese Italia è sembrato, con quella morte, allontanarsi su un fondo più indistinto, senza una figura e un nome da usare come riferimento. S’intende che un imprenditore è il lavoro, e il lavoro - il buon lavoro italiano che ha avuto fino a poco fa tanto successo - è ciò che ha sostenuto quel prestigio. È un fatto che Umberto Agnelli si è sempre identificato, e così è stato visto nel mondo, come un uomo che non vuole in nessun caso e a nessun costo abbandonare la sua impresa, l’impresa della sua famiglia. E si è comportato con essa come si dice che i coniugi debbano comportarsi nella vita: restare insieme nella buona e nella cattiva sorte. La cattiva sorte è venuta ai tempi del terrorismo.
Nessuno degli Agnelli se ne è mai andato o anche solo allontanato dalla città. Anche Giovanni Alberto, figlio di Umberto Agnelli, ha fatto il periodo di apprendistato in fabbrica sotto un altro nome, ma a Torino, come sempre, durante gli anni di piombo.
La cattiva sorte è venuta quando Giovanni Alberto Agnelli è scomparso. Caso raro anche lui. Invece di svagarsi per il mondo era andato a lavorare a Pontedera per ridare vita alla Piaggio e alla città, e ci stava riuscendo e lo faceva come se lui, con la vendita delle Vespe, ci dovesse campare. Lo faceva come si ‟faceva impresa” (ormai sono solo belle parole da convegno) cento anni fa, quando il lavoro, e non il comparire alle feste, creava la stima. Umberto Agnelli ha altri due figli, Anna e Andrea. Poteva lasciare l’azienda, occuparsi dei figli giovani, delle loro vocazioni, girare il mondo. È restato al suo lavoro tra Ifil e Fiat.
La cattiva sorte è venuta al tempo della crisi che ha colpito tutto il mondo dell’automobile, ma ha colpito più duramente la Fiat perché è la più grande industria di un Paese divenuto fragile e feribile. Un uomo ricco ha mille uscite di sicurezza. Umberto Agnelli non ne ha usata nessuna. È rimasto al suo posto. La cattiva sorte è venuta quando è morto il fratello e capo della famiglia, Giovanni Agnelli, simbolo di un’epoca e di un Paese. Quella morte ha lasciato un vuoto immenso. Ha anche scosso la fiducia di un Paese scosso, di una industria in crisi, di una impresa che stava attraversando il suo momento peggiore. Umberto Agnelli è diventato presidente della Fiat nel mezzo di una tremenda tempesta, e dal suo impegno, dal suo compito, dallo sforzo di salvare impresa e lavoro non si è scostato di un millimetro.
Non è un caso che oggi i tre sindacati gli rendano un tributo affettuoso e dicano di lui il bene che sentono il bisogno di dire coloro che lo hanno conosciuto e gli sono stati amici, come chi scrive. Perché la sua integrità introversa e ostinata si vedeva da lontano, ed è stata apprezzata da tanti, dovunque. La sua avventura originale è stata l’apertura - unico tra i grandi imprenditori europei - verso il Giappone. È diventato co-fondatore e parte dello ‟Imperial Prize”, il premio imperiale che riconosce i grandi talenti del mondo e che è ormai il Nobel d’Oriente.
Tutto ciò sembra parlarci di un altro tempo. È come se fosse naturale morire quando finisce un’epoca e se ne disperdono il senso e i valori. Si può guardare a questa morte in un altro modo. Non come nostalgia e rimpianto ma come immagine di un mondo per bene che può, che deve sempre esistere nei tanti percorsi dell’avventura di vivere. Quei percorsi adesso sono inquinati, è vero. E c’è stata a lungo, intorno all’impresa, un’aria malata e stagnante da ‟si salvi chi può” che il più delle volte finisce in svendita e viaggi.
Il modo in cui ha parlato Luca di Montezemolo, il giorno della sua elezione alla Confindustria, fa pensare che ci sarà un dopo più rigoroso e pulito. In quel dopo ci sarà chi si volterà indietro a ripensare con orgoglio e rispetto a italiani come questi. Come Umberto Agnelli.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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