Con la traduzione de L’uomo di verità, opera che cerca di rileggere l’intero territorio umano (linguaggio, simbolismo, socialità, cultura, conoscenza) e tutti i saperi relativi attraverso le metodologie, le ipotesi e le sperimentazioni delle neuroscienze, è stato tra i vincitori dell’edizione 2004 del premio Monselice.
Riportiamo il discorso di ringraziamento dell’autore, ironica e ‟colta” esaltazione del lavoro di traduttore.

Vorrei ringraziare innanzitutto la giuria che mi ha attribuito il premio, troppo nutrita perché ne possa citare distintamente i membri. La mia gratitudine va naturalmente anche all’editore Feltrinelli, il ‟mio” editore, in molti sensi, e al SEPS, il Segretariato Europeo per le Pubblicazioni Scientifiche, che ha contribuito finanziariamente alla realizzazione di questo come di tanti altri progetti di traduzione, anche miei. Ringrazio infine Silvio Ferraresi, che ha prestato la sua collaborazione scientifica al lavoro per il quale vengo premiato, e, in modo del tutto particolare, Grazia Cassarà, della casa editrice Feltrinelli, che ha avuto la cortesia di essere con noi, oggi, e che in questi anni – non dico quanti per discrezione e scaramanzia – ha rivisto quasi tutti i miei dattiloscritti, con pazienza affettuosa. Se ci fosse un Monselice per i redattori, l’avrebbe vinto da tempo.
La locandina indica fra gli enti promotori del premio la Biblioteca comunale San Biagio, un santo caro ai contadini, specie a quelli vecchi del mio paese, nell’Appennino emiliano. Ma credo che il santo dei traduttori, quello cui sanno ancora votarsi fin gli agnostici, sia Gerolamo, che i repertori ufficiali citano come patrono di docenti, studenti e correttori. Sono tutte professioni che hanno un’aria di famiglia, per molti colleghi, – correttori sempre e a volte docenti – oltre a non aver mai smesso di studiare. Gli attributi di Gerolamo sono il leone, che è come il gatto di quasi tutti i traduttori – solo più grande –, quindi il libro, la pietra, per battersi il petto di fronte a autori e editori, il teschio, simbolo della caducità delle traduzioni moderne, non certo della Vulgata. Trascuro gli attributi ascetici minori, pertinentissimi per la ‟categoria”, che come è noto annovera pochi milionari. Insisto invece sull’apocrifo e anacronistico cappello da cardinale che compare in tanti ritratti del venerato Padre. Oggi, grazie al premio Monselice, posso dire di sentirmi indegno allievo e emulo di Lui persino in questo... sì, per la prima volta mi sento un po’ cardinale anch’io. E vi assicuro che è piacevole...
Alessandro Serra

Alessandro Serra

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