Piove a Sarajevo la sera del 27 giugno 1914 e Franz Ferdinand, erede al trono d'Austria-Ungheria, è di ottimo umore. Banchetta con quaranta dignitari all'hotel Bosna, località termale poco fuori città. La Bosnia piace all'arciduca, è una verde Austria con i minareti. Sotto i baffi piegati all'insù alla moda degli ussari, gli occhi azzurro acciaio gli lampeggiano di soddisfazione. Ha accanto Sofia Chotek, la consorte amatissima che gli ha dato tre figli; una donna alta, bruna, dal profilo autoritario. Per lo zio-imperatore Franz Josef è solo una duchessa di serie B, di sangue non abbastanza blu. Una moglie "morganatica", snobbata dalla corte. Ma proprio per questo a Sarajevo Sofia ha buone ragioni per essere felice. L'indomani è il suo anniversario di nozze, e questa visita lontano da Vienna è una delle rare occasioni per mostrarsi in pubblico col marito. Scende la notte, al foyer dell'hotel è l'ora dei sigari. FF discute della visita dell'indomani a Sarajevo, delle voci di attentati. Josip Sunaric, maggiorente del parlamento bosniaco, è preoccupato. I nazionalisti serbi sono inquieti, odiano l'arciduca, considerato filo-croato. E poi il 28 giugno è il giorno di San Vito, anniversario della battaglia di Kosovo Polje, quando nel 1389 i serbi furono sì sconfitti dal Turco, ma tale Milos Obilic riuscì a vendicare l'onta pugnalando a morte il sultano. "Chi ucciderà Franz Ferdinand sarà il nuovo Milos Obilic!", fra le teste calde di Belgrado circola questa allarmante parola d'ordine. Gira anche voce che a Sarajevo serbi sospetti si siano radunati nelle moschee, per non dare nell'occhio. Karl von Rumerskirch, ciambellano dell'arciduca, ascolta attentamente, consiglia di cancellare la visita. Ma il luogotenente Erich von Merizzi è di parere contrario. Una rinuncia sarebbe uno smacco. Anche Sofia è ottimista, dice di aver sentito grande calore nella gente. Così si decide di andare. Il giorno dopo, 28 giugno, il tempo è splendido. L'arciduca fa colazione, si allaccia al collo una catenina d'oro con sette amuleti. Si pettina i baffi, poi una sarta gli cuce addosso la divisa a filo doppio. L'operazione dura venti minuti, e l'arciduca vi si sottopone con pazienza. È vanitoso, sa che i bottoni troppo stretti farebbero risaltare la pinguedine incipiente. La giubba blu ha un collo alto con tre stelle e un nastro intrecciato d'oro attorno alla vita. Con la duchessa va a messa in una cappella dell'albergo, poi prende il treno speciale per Sarajevo. Nel giorno del destino Sofia non si staccherà mai dal marito. Il treno entra in città, e da quel momento la moviola rallenta. L'evento che farà la storia del secolo si consumerà in poco più di un'ora. Ore 9.45, stazione di Sarajevo. L'erede al trono è ricevuto dal governatore, generale Oskar Potiorek, la guardia d'onore fa il presentat-arm. Sono pronte sei automobili. FF con la moglie, il generale e il luogotenente Franz Harrach, salgono sulla terza, la guida un ceco, Leopold Sojka. Si parte, dalle fortezze esplodono, a lunghi intervalli, colpi di cannone a salve. Annunciano ai sarajevesi che l'erede al trono è in arrivo. Il corteo punta sul municipio (Beledija), ma sul lungofiume Appel, tra la gente, c'è un tipo con un lungo soprabito nero, il serbo Nedeljko Cabrinovic. Chiede a un poliziotto quale è la macchina di FF, poi fulmineo fa saltare la spoletta di una granata e la lancia verso l'erede al trono. L'autista vede arrivare l'oggetto, accelera d'istinto, schiva la bomba che rimbalza sulla capote ripiegata e va a esplodere sotto la vettura che segue. Sono le 10.10, scatta l'allarme. L'auto di FF parte a tutta birra verso il municipio, ma l'arciduca, quando s'accorge che il corteo non segue, chiede all'autista di fermarsi e manda il luogotenente a vedere cos'è accaduto. Questi corre sul luogo dell'esplosione, trova una ventina di feriti, alcuni urlanti sull'asfalto. Tra questi, due alti ufficiali, Erich von Merizzi e Alexander Boos-Waldeck. La polizia sta arrestando gente, trova l'attentatore che si è buttato nel greto del fiume, cercando senza successo di suicidarsi con una capsula di cianuro. Il luogotenente torna dall'arciduca, lo informa dell'accaduto. C'è una concitazione tremenda, la duchessa si accorge di avere un'escoriazione al collo a causa di una scheggia, il ciambellano arriva di corsa, scongiura FF di proseguire, perché la sosta dell'auto in mezzo alla strada fa di lui un bersagio perfetto. FF accondiscende. Dice: "Quel tipo deve essere pazzo. Signori, andiamo avanti secondo il programma". Le cinque auto superstiti arrivano al municipio, dove le autorità non sanno ancora nulla. I colpi di cannone a salve hanno nascosto il fragore della bomba. Si entra in municipio, Sofia riceve delle donne musulmane, FF discute col generale Potiorek. Sono le 10.35, il programma è ancora lungo e pericoloso. "Pensate che ci saranno altri attentati?" chiede disarmante l'arciduca a Potiorek. La risposta del generale è ignota, ma alla fine si decide di continuare il programma, modificando solo l'itinerario. Invece della stretta via Franz Josef nel centro, si sceglie il lungofiume, sicuramente meno battuto di gente. Ma è proprio qui che scattano tre imprevisti. L'arciduca chiede di fare una deviazione per visitare i feriti dell'attentato. Sofia, che avrebbe dovuto muoversi separatamente, chiede di seguire il marito all'ospedale. E il governatore, innervosito dai troppi imprevisti, dimentica di comunicare alle auto il cambio di percorso. Così accade che all'altezza del ponte latino le prime due automobili svoltino egualmente nel corso pieno di folla. Sono le 10.55. Sulla terza auto, la stessa dell'arciduca e della moglie, Potiorek capisce l'errore, urla all'autista di non andar loro dietro, ma di continuare sul lungofiume deserto. "Fermatevi! State sbagliando strada!". Al fido Leopold, che ha già compiuto la curva, tocca inchiodare l'auto vicino al marciapiedi affollato. Deve tornare indietro, ma ingranare la retro su un'auto del 1914 non è semplice. Gli ingranaggi grattano. Sono attimi fatali. Tra la gente sulla curva c'è il diciannovenne Gavrilo Princip. È un tipo malaticcio, olivastro, con i capelli nerissimi. Ha una pistola Browning in tasca. È solo uno dei tanti congiurati sparsi lungo la strada, ma è quello che ha l'occasione più favorevole. La vittima è lì, molto più vicina del previsto, e Princip spara due colpi, uno verso l'arciduca e uno verso il governatore. Non vuole colpire l'arciduchessa. Lo prendono subito, l'attentato sembra fallito, FF e la moglie sono rimasti fermi ai loro posti. Ma ecco che mentre l'auto fa retromarcia per tornare sul fiume, Sofia cade riversa sul marito e Franz Ferdinand comincia a perdere sangue dalla bocca. Potiorek, che è rimasto illeso, ordina all'auto di invertire nuovamente rotta e di correre al palazzo del governo. Sono appena passate le 11. Franz Ferdinand è pallidissimo, sussurra alla moglie: "Soferel, Soferel, non morire, vivi per i tuoi figli". Il luogotenente Harrach lo sorregge, gli chiede come si sente. Lui: "Non è nulla". Ma storce il viso, perde ancora sangue, ripete sempre più debolmente: "Non è nulla". Sei, sette volte. Poi la frase diventa rantolo. L'auto corre verso il Konak, ma Sofia è già morta. La pallottola le ha attraversato il corsetto da destra. Emorragia interna. Alle 11.10 l'arciduca arriva a destinazione senza conoscenza. La pallottola gli ha reciso la giugulare e si è conficcata nella colonna vertebrale. Lo stendono su un letto. Arriva un medico, ma questi non riesce a sbottonargli la giacca. È chiusa come una corazza. Non capisce, impreca. Accorre l'attendente, spiega l'arcano, si cercano le forbici, ma è troppo tardi. Sotto la giubba Franz Ferdinand è un lago di sangue. Alle 11.30 il medico accerta la morte della coppia reale. I collegamenti telefonici con l'estero sono tagliati. Le campane di Sarajevo suonano a morto, la voce si diffonde, si espongono le bandiere abbrunate. L'esercito entra nei quartieri serbo-ortodossi, compie centinaia di arresti, cattolici e musulmani improvvisano vendette, un demone si impossessa della città, finché nel tardo pomeriggio scatta lo stato d'assedio e le strade si svuotano. Alla prime stelle Sarajevo è già una città fantasma. Il mondo scivola verso la catastrofe.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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