Capire del tempo in cui si vive, mentre si vive in quel tempo, è dono di pochi. Farlo con la grandezza del respiro poetico, è cosa di Theo Anghelopulos. Il regista greco, ospite ieri pomeriggio della facoltà di Lettere e filosofia dell’Università La Sapienza di Roma, ci ha fatto conoscere ancora una volta il suo sguardo lucido, ma anche estatico, su cinema, tempo e storia. Complice la visione del suo ultimo film, La sorgente del fiume - "bilancio del secolo che ci ha lasciato e rapporto visionario con il secolo che viviamo", scrive il regista in una nota, ma anche il suo interlocutore principale, nella sala universitaria: Antonio Tabucchi che, dice, da anni "aspettava di incontrare uno dei registi più grandi del nostro tempo, ma per caso o timidezza, non c’ero mai riuscito". Dall’incontro fra regista e scrittore, un invito alla sopravvivenza del sogno, dell’utopia. Ma anche riflessioni amare sull’ineluttabilità della vita. Spunto del dibattito, la presentazione dell’antologia di saggi dedicati al regista Faces, realizzata da alcuni studenti del Master in Traduzione specializzata e dalla loro professoressa, Paola Maria Minucci: una pubblicazione che va a colmare almeno in parte la mancanza di una voce trasversale in Europa sull’opera di Angelopulos.
Ad introdurre il regista, il critico Fernaldo di Giammatteo: "La frase che si adatta meglio ad Anghelopulos, è quella di Voltaire: ‟Che cos’è un’idea? È un’immagine che si dipinge nel mio cervello”. Ecco: il suo cinema trasmette idee che si trasferiscono nel tempo". Inevitabile il richiamo a un altro artista dell’immagine, ovvero Michelangelo Antonioni: "Entrambi riescono a dare una dimensione del tempo e quindi della vita, costruiscono un cammino di quello che il tempo riesce a mettere nella storia del film" e, aggiunge Giammatteo, con la consapevolezza che "la cultura contemporanea non ha ancora afferrato l’importanza dell’entrata del cinema nella nostra società".
"Dai film di Anghelopulos lo spettatore riceve tutto quanto, ma non capisce subito, deve aspettare", sottolinea Tabucchi che trova tra sé e il regista analogie preziose: "Al tempo di Ricostruzione di un delitto, suo primo film, io cominciavo a scrivere i miei primi libri: una coincidenza di tempi che è anche una coincidenza di vedute e che non è casuale: le affinità esistono. Il cinema di Anghelopulos è poi intriso di oralità e poesia: oggi dove sono finite le muse? Sono state sindacalizzate anche loro? La scrittura e il cinema non possono essere dati solo da accorgimenti tecnici...".
"La platea mi ricorda l’aula di giurisprudenza durante la lezione di diritto amministativo", saluta Angelopulos entrando. "Sono stato in Italia la prima volta trent’anni fa, con un’accoglienza che avrebbe fatto impallidire anche Bellocchio...". E racconta di quando fu ospite di Sergio Leone, "in una casa nel centro di Roma talmente grande che per chiamarci da una stanza all’altra si formavano eco paurose", e di quando invece finì a Cagliari, da un prete: "In entrambi i casi ho sentito cosa vuol dire cultura mediterranea, quella che unisce Grecia, Italia, Spagna...". In quella cultura, che tanto richiama il nucleo de Il film parlato del portoghese De Oliveira, in quell’atmosfera intrisa di mito e storia, sprofondiamo subito, con la proiezione de La sorgente del fiume, sua ultima opera che è anche la prima parte di una trilogia che comprenderà La terza ala e Ritorno, ancora in lavorazione. Dopo trent’anni, ritorna protagonista una donna: prima bambina esiliata, poi sposa infelice che fugge nell’aria fangosa, infine madre che rimane tragicamente sola al mondo. I richiami alle più grandi tragedie greche sono evidenti: l’Edipo Re, l’Antigone, i Sette a Tebe. E lei è Eleni, l’Elena del mito. E poi gli elementi ricorrenti dei suoi film: l’acqua, gli ombrelli, le danze, la musica.
"I film di Anghelopulos hanno un impatto estetico che si riconosce subito", commenta Tabucchi. "Stavo riflettendo poi, su come ci siano spesso persone con la valigia, profughi. E panni bianchi stesi che rappresentano, penso, il tempo: la musa dei suoi film è senz’altro Clio. E poi mille i simboli: come la locomotiva, creatura testarda, buia e scura, che va avanti senza pietà. Come la Storia, che non è benevola, ormai lo sappiamo. Questo film parla sì della Grecia, ma dietro c’è più metafisica e metastoria: lui propone archetipi - le donne vestite di nero del film sono le quelle della guerra civile, ma le possiamo trovare anche questa sera nei Tg - che si ripetono, come la Storia". "La ripetizione fa parte della mia arte perché è l’elemento chiave della poetica greca", risponde il regista. E a chi gli chiede un commento sulla presenza costante, nelle sue opere, dell’acqua, non sa rispondere: "Penso che si tratti di una ‟strana fascinazione dell’acqua” che ha anche una potenza erotica". Ma meglio lo dicono le parole trascritte nel volume di Tonino Guerra (che è anche cosceneggiatore de La sorgente del fiume): "La sorgente potrebbe essere anche un prato umido di erba selvatica. Probabilmente Theo è quel prato umido che ogni tanto sgocciola, così da formare, a volte, quel fiume di immagini davanti agli occhi".
Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi (Pisa, 1943 - Lisbona, 2012) ha pubblicato Piazza d’Italia (Milano, 1975), Il piccolo naviglio (Milano, 1978), Il gioco del rovescio (Milano, 1981), Donna di Porto Pim (Palermo, 1983), Notturno indiano (Palermo, 1984), I volatili del Beato Angelico (Palermo, 1987), Sogni di sogni (Palermo, 1992), Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa (Palermo, 1994), Marconi, se ben mi ricordo (Roma, 1997), La gastrite di Platone (Palermo, 1998), Racconti con figure (Palermo, 2011) e, con Feltrinelli, Piccoli equivoci senza importanza (1985), Il filo dell’orizzonte (1986), I dialoghi mancati (1988; nuova edizione che comprende anche Marconi, se ben mi ricordo, 2019), la nuova edizione de Il gioco del rovescio (1988), Un baule pieno di gente (1990, nuova edizione 2019), L’angelo nero (1991), Requiem (1992), la riedizione di Piazza d’Italia (1993), Sostiene Pereira (1994, premio Viareggio-Rèpaci, premio Campiello, premio Scanno, premio dei Lettori e Prix Européen Jean Monnet), La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997), Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze (1999), Si sta facendo sempre più tardi (2001, Prix France Culture 2002), Autobiografie altrui (2003), Tristano muore (2004, miglior libro dell’anno secondo la rivista francese “Lire”), Racconti (2005), L’oca al passo (2006), Il tempo invecchia in fretta (2009), Viaggi e altri viaggi (2010), la riedizione de Il piccolo naviglio (2011), Romanzi (2012), Di tutto resta un poco (2013), Per Isabel (2013). Ha curato l’edizione italiana dell’opera di Fernando Pessoa e ha tradotto le poesie di Carlos Drummond De Andrade (Sentimento del mondo, Torino, 1987). Ha ricevuto il Prix Médicis étranger e il Prix Européen de la Littérature in Francia;

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