Quattro ore di fila non sono poche. Finisce che pure la bella giornata di Roma, con il sole che ti batte sulla testa, t’innervosisce. Finisce che in tutte quelle ore il tempo cambia pure, si fa cupo. La scena però è la stessa, fino a notte. Piazza Venezia sfiorata da un traffico sporadico, le bandiere italiana ed europea a mezz’asta anche sul balcone famoso, una schiera di carabinieri a cavallo di fronte al Vittoriano. E una folla che accerchia il monumento bianco, parte da destra e fa una lunga fila fino a scomparire a sinistra e poi riappare a singhiozzo dall’angolo lì sotto e quasi in fila indiana sale gli scalini del Vittoriano per raggiungere la sala delle bandiere - la camera ardente.
Sei arrivato alle 9 e 40, hai messo il piede sul primo scalino del Vittoriano alle 13 e 22; e alle 13 e 40 in punto sei entrato nella camera ardente - dove ti esortano continuamente a fare presto. Ci sei stato poco, ma quel poco è bastato. La tua precisione è quella di chi non ha nulla da fare se non chiacchierare, ascoltare la gente, guardarsi intorno e avanzare un po’. All’inizio tutto quello che senti è interessante, poi come succede nelle file troppo lunghe da un certo punto in poi si parla solo della fila, dei motivi per cui si è formata. Si passa da un assoluto rispetto per i gruppi di carabinieri e militari che hanno la precedenza fino a uno che dice che è tutta una buffonata. Si dice che non si sono organizzati bene, ma in effetti la sostanza è che la gente è troppa. Ma nessuno demorde, fino a notte. C’è una signora che continua a dire, dalle dieci, che deve tornare a lavorare, ma rimane fino all’ultimo. Ci sono studenti che chiacchierano e ridono e così comincia una discussione su di loro; alcuni dicono "sembra che stiamo andando a teatro" e "ma i professori non ce li hanno? ", altri rispondono "so’ ragazzi, l’importante è che stanno qua". Poi passa la macchina di Ciampi, quella di Berlusconi: se ne vanno. Vengono indicati, ma senza commento. Solo una signora, dopo un po’, dice che lui era meglio che non veniva proprio e un signore più aggressivo dice che è meglio se sta zitta. Altre reazioni non ci sono. Passa Fini a piedi, fa il saluto militare ai graduati. Finanche Bossi non suscita commenti e reazioni. Ci sono applausi convinti quando arriva la diciannovesima bara e poi qualche applauso sporadico quando sembra di riconoscere qualcuno dei giovani feriti. Per il resto, silenzio o chiacchiere sommesse. Ci sono vecchiette che sopportano ore in piedi insieme a te che senti la schiena a pezzi; c’è qualcuno con la bandiera dell’Italia intorno al collo, qualcuno che entra con la bandiera tricolore in mano - ma sono pochi, e aumentano nel pomeriggio quando i telegiornali cominciano a dire che molta gente ha in mano il tricolore. La maggior parte è quella gente silenziosa e seria che starà qui una mezza giornata almeno per rendere omaggio a "questi ragazzi", come dicono. Tu li guardi e ti chiedi chi sono, quanto ti somigliano. E cominci ad avere quella sensazione strana, una specie di cortocircuito che ti sarà chiaro tra poco, alle 13 e 40, appunto - una confusione tra pensiero e sentimento che non ti è chiara. Perché sei venuto qui per guardare; ma, ti chiedi, saresti venuto qui anche per il grande rispetto di questi esseri umani morti? Pensi che non sai, ti avrebbe fatto troppa fatica, tutte queste ore. E allora, questa gente ti appare immediatamente migliore di te, perché testimonia di questa cosa alla quale non pensi quasi mai: la comunità.
Gli italiani sanno andare in piazza nei momenti in cui c’è da dimostrare la propria civiltà, la propria appartenenza alla comunità. Questa maggioranza silenziosa che ha poche certezze e sei convinto abbia meno pensieri dei tuoi, sa quando c’è bisogno di sentirsi una comunità. Così come era già accaduto nel ‘61 per i tredici aviatori massacrati a Kindu, episodio che ha perso il tragico primato di strage più grave contro le forze militari italiane nel dopoguerra. Ma si può indicare questa comunità perfino riguardo alla strage di Piazza Fontana, cioè all’inizio di una stagione che sembra di ricordare solo occupata dagli schieramenti. Allora si disse subito che erano stati gli anarchici. Così la gente accorse ai funerali, per dire a chiunque: noi ci siamo, siamo qua. È quel che sta provando a dire oggi. Il grado di civiltà di una comunità si misura proprio in questi momenti, quando persone che non condividono nulla, che stanno sempre in posti diversi o addirittura opposti, fanno la fila insieme.
La comunità adesso è stordita, stupita. Dice che questi ragazzi erano andati lì come vanno sempre i nostri ragazzi: a portare la pace, a far pensare che siamo brava gente. Riusciamo a creare un clima amichevole con serbi o croati, afgani o iracheni di qualsiasi pensiero. È per questo che non capiamo. A noi no, non possono farlo. Forse per questo avevamo una palazzina nel mezzo della città e avevamo trascurato la gravità degli avvertimenti: avevamo fiducia nella nostra capacità di non provocare il male. L’abbiamo persa in un attimo. E ora i bambini nelle scuole si alzano e stanno un minuto in silenzio, tutti i negozi abbassano le saracinesche, negli stadi si raccolgono soldi per le famiglie delle vittime. Si raccontano le storie di ognuno di questi diciannove italiani. Di chi doveva tornare a casa due giorni dopo, di chi non si sarà nemmeno accorto di quel che stava per accadere. Senza dimenticare gli otto iracheni, compresi i bambini.
Poi alle 13 e 40 entri nella sala delle Bandiere. All’ingresso, c’è una bacheca con le foto dei diciannove caduti. I nomi e i volti li conosci ormai, Fregasi di Livorno, Domenico Intravaia di Monreale, Alessandro Carrisi della provincia di Lecce, e tutti gli altri, i civili, Beci e Rolla, e conosci anche le storie, le famiglie. Conosci soprattutto come sono morti, per quale destino non si sono salvati. Ma del destino ti occupi dopo. Adesso entri. Le bandiere tricolori a coprire le bare, una accanto all’altra, qualcuna con sopra un Vangelo; prima tutti i carabinieri, poi i cinque militari e infine i due civili. Accanto a ogni bara, file di sedie contengono il dolore dei parenti. Una ragazza bionda è quasi distesa accanto a una bara. Un carabiniere piange insieme a una donna giovane vestita di nero. È vestito di quella specie di tuta con la scritta "carabinieri" sul petto, e sotto la sua traduzione in arabo. Piange e cerca di giustificare il fatto che il destino non ha scelto lui, che gli ha suggerito di stare più in là. Continuano a chiederti di muoverti, di fare presto e tu avanzi, guardi, incroci sguardi distrutti. E ti capita. Ti commuovi. Perché intorno a te quella gente che è stata in fila quattro ore con te, anche quello che ha detto che è una buffonata, piange, prega. A questo punto la questione ha a che fare con il sentimento che ti è preso e ci devi fare i conti. E con il destino, appunto.
C’è un film molto bello, in questi giorni. Mystic river di Clint Eastwood. Racconta la storia di tre vite il cui destino è stato determinato da un evento terribile accaduto nell’infanzia, partito da un piccolo accadimento primordiale, una pallina da hockey che finisce in un tombino mentre tutti e tre insieme, bambini, giocavano per strada. Se quella pallina non fosse finita nel tombino: è questo che pensi per tutto il film. Ecco, quando accadono eventi così mostruosi, questi piccoli momenti quotidiani crescono e acquistano senso. È attraverso di essi che capiamo veramente il dolore. Perché uno che sta a Nassiriya sappiamo che c’è, ma ci è difficile immaginarlo. Però se poi si dice che stava scaricando le foto digitali dal computer oppure che era andato a prendere il caffè con i colleghi, oppure che aveva accompagnato un regista per mostrargli la palazzina, allora sappiamo bene chi sono quelli. È il momento in cui percepiamo in ognuno di loro, quelli che sono morti e quelli che si sono salvati, la somiglianza con noi e quindi la loro precisione individuale. E allora guardi le diciannove bare dolenti e le persone che soffrono intorno, pensi a quegli esseri umani e ai piccoli gesti nei quali erano impegnati e credi che questo possa bastare a giustificare la commozione. Però non basta, e lo sai.
Diventa tutto più chiaro, la mattina dopo. Quando vai ai funerali, alla basilica di San Paolo fuori le mura, sull’Ostiense. È di nuovo una bella mattina di sole, fa più freddo. Corri sul motorino in parallelo al corteo funebre. Ti fermi a guardare insieme alla gente. Vedi come applaudono, in un modo che è poco rumoroso e molto rispettoso. Nessuno fa gesti eccessivi. Però molti piangono. Sventolano molti tricolori dalle finestre. Sventolano accanto alle altre bandiere della pace o le coprono, non ha importanza. Stamattina queste sono stupidaggini, il sentimento copre il pensiero. Ecco, ma qual è questo pensiero? È scritto sui muri. Lo vedi tre volte. È scritto: "not in my name". Ci hai pensato ieri mentre guardavi uno che si è fermato, commosso, ha guardato il Vittoriano e si è fatto segno della croce. Aveva la bandiera tricolore al collo. Delle spille sul petto, molte, tutte col tricolore, e c’era qualcosa che non ti piaceva di lui. Forse tutto. Perfino la giacca.
Davanti alla basilica c’è una gran quantità di gente. Un sacco di ragazzi. Anche qui poche bandiere, qualche cartello con scritte per gli eroi. Silenzio commosso quando suona "il silenzio" e un applauso per ogni bara che arriva su camion blu, accompagnati da corazzieri a cavallo. La gente continua ad arrivare, mentre dentro la basilica si recita il rosario e si cantano cori. Molti si siedono nell’erba davanti ai maxischermi. Anche tu. Non hai fatto altro che pensare che sei qui a rendere omaggio a diciannove esseri umani caduti per colpa del destino avverso. Ma adesso devi pure ammettere che loro, quasi tutti, erano lì in quanto militari mandati da un governo con il consenso del parlamento, ed erano lì a rappresentare la tua comunità. È da questo che non puoi sfuggire.
La questione è la seguente: sei uno che pensava che questa guerra fosse sbagliata; sei uno che pensava che bisognava raccogliere prove più serie per la sua urgenza e queste prove non te le hanno mai date; sei uno che, dopo, non capiva bene come si voleva gestire il potere "democratico" su quel territorio; sei uno, per quel che ci riguarda, che non approvava l’invio dei militari italiani in Iraq, soprattutto aggirando le direttive Onu e seguendo ciecamente il volere degli americani; sei uno che non solo non approvava questo invio, ma in genere tutto l’atteggiamento di politica estera di questo governo e più in genere che non approva questo governo, che non lo ha votato, che lo combatte con tutti i mezzi democratici che ha. Mettici pure che sei uno che con l’esercito e i carabinieri non ci vuole avere niente a che fare per una pregiudiziale formazione. E non basta: neanche il Vittoriano ti è mai piaciuto, e ti faceva sorridere Moravia quando diceva che sembra una enorme macchina da scrivere. Riguardo alla basilica di San Paolo, ti piace pure ma non sei cattolico e delle chiese non ti importa. Ecco, sei così ed è così un po’ di gente in Italia, certo non la maggioranza, è evidente, ma un bel po’ sì. Eppure, devi ammetterlo, non basta. Oggi sei qui a rendere omaggio non solo a questi esseri umani saltati in aria per un vile atto terroristico di proporzioni inaudite, ma sei qui a rendere omaggio al fatto che sono andati lì in rappresentanza di questa nazione che a te così com’è messa non piace nemmeno. Sei qui insieme ad altri, a molti altri, centinaia di migliaia, di cui la stragrande maggioranza la pensa in modo diverso dal tuo, in tutto o quasi tutto quel che hai detto. Ma oggi ti senti uno di loro, senti di far parte di questa comunità. Speri, sia chiaro, che questo terribile sacrificio serva a far capire qualcosa di più di questa guerra assurda e di cosa significa mandare dei militari della tua comunità a presiedere la gestione di qualche città. Ma non ce la fai, oggi, a dire che non erano lì per conto tuo - not in my name - come hai sempre detto. Questo è il tempo della responsabilità, anche della responsabilità di cui non sei per niente responsabile. Ecco cosa pensi. Anche se questa è la cosa più difficile da pensare.
Francesco Piccolo

Francesco Piccolo

Francesco Piccolo, nato a Caserta nel 1964, vive e lavora a Roma. Collabora con quotidiani e riviste e scrive per il cinema. Ha pubblicato Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori (minimum fax, 1994), L’Italia spensierata (Laterza, 2007); con Feltrinelli, Storie di primogeniti e figli unici (1996; premio Giuseppe Berto e premio letterario Piero Chiara), E se c’ero, dormivo (1998), Il tempo imperfetto (2000) e Allegro occidentale (2003, finalista premio Strega). Per Einaudi ha pubblicato La separazione del maschio (2008), Momenti di trascurabile felicità (2010), Il desiderio di essere come tutti (2013; premio Strega 2014) e Momenti di trascurabile felicità (2015). Per il cinema ha scritto film di Paolo Virzì, Renato De Maria, Michele Placido, Silvio Soldini e Nanni Moretti. Per i “Classici” Feltrinelli ha introdotto Tre uomini in barca (1997) di Jerome.

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