Nelle pagine romane del quotidiano, il mercoledì o a volte anche prima, vedo l’annuncio di un film che aspettavo. C’è scritto ‟da venerdì”. Chiudo il giornale sapendo che si apre un tempo in cui una sera, presto, andrò a vederlo. Non so ancora dove, quando. Ma ci andrò.
Poi arriva il venerdì, e passa. Il primo fine settimana non se ne parla. Altrimenti anche il sapore dell’attesa durerebbe poco. Aspetto. Dalla settimana successiva, ogni giorno studio le sale e gli orari, quello vicino casa o quello che mi piace di più, che ha a che fare con la sala ma anche con la strada, e se devo dirla tutta anche con il marciapiede dove all’uscita chiederò a qualcuno una sigaretta e la fumerò con un piacere lento. Finirò per scegliere anche il marciapiede dove lascerò il mozzicone della mia sigaretta dopo il film. Penso di andarci da solo al primo spettacolo, oppure con qualcuno alle otto e mezza, o meglio penso di uscire da casa dopo cena e chiedere a un amico dia rrivare un po’ prima e passeggiare intorno all’isolato e poi entrare all’ultimo spettacolo.
E aspetto. Aspetto. Settimana dopo settimana vedo le sale che cambiano, che si riducono e so che il prossimo giovedì tremerò perché da domani forse non c’è più, il film. E poi c’è, ma spostato in una sala piccola o periferica, come in un’agonia che mi aspetta. È più difficile, adesso, più lontano, più complesso, più arduo trovare qualcuno che non l’abbia ancora visto. Solo a questo punto comincia a sedurmi un’idea nuova, maliziosa, e nell’attimo in cui la penso, decido, con coscienza, di metterla senz’altro in pratica ­ una cosa insensata ma alla quale non so resistere: non ci andrò. Scalpiterò l’ultimo giorno, un giovedì, sapendo che da domani scomparirà, telefonerò a tutti quelli che conosco dicendo che forse bisognerebbe proprio andarci perché è l’ultimo giorno ma avendo una buona scusa per dire che non ce la faccio in tempo se qualcuno poi vuole andarci per davvero.
E poi lo lascio andare via quel film che volevo assolutamente vedere; non potevo perdermelo e me lo perdo, e da domani dirò che me lo sono perso, che mi dispiace. E domani davvero non c’è più, è scomparso. E io mi sento, in qualche modo incomprensibile, sollevato.
Francesco Piccolo

Francesco Piccolo

Francesco Piccolo, nato a Caserta nel 1964, vive e lavora a Roma. Collabora con quotidiani e riviste e scrive per il cinema. Ha pubblicato Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori (minimum fax, 1994), L’Italia spensierata (Laterza, 2007); con Feltrinelli, Storie di primogeniti e figli unici (1996; premio Giuseppe Berto e premio letterario Piero Chiara), E se c’ero, dormivo (1998), Il tempo imperfetto (2000) e Allegro occidentale (2003, finalista premio Strega). Per Einaudi ha pubblicato La separazione del maschio (2008), Momenti di trascurabile felicità (2010), Il desiderio di essere come tutti (2013; premio Strega 2014) e Momenti di trascurabile felicità (2015). Per il cinema ha scritto film di Paolo Virzì, Renato De Maria, Michele Placido, Silvio Soldini e Nanni Moretti. Per i “Classici” Feltrinelli ha introdotto Tre uomini in barca (1997) di Jerome.

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