"Il futuro è nelle nostre mani. Finalmente l'Iraq, il popolo iracheno, torneranno ad autodeterminarsi con un proprio governo sovrano". È raggiante Iyad Allawi. Da giovedì primo luglio sarà premier a tutti gli effetti. Uomo della transizione, che dovrebbe traghettare il Paese alle elezioni entro il prossimo 31 gennaio. Ma anche possibile pietra miliare della costruzione del nuovo Iraq democratico dopo decenni di dittatura. Ieri, mentre ci incontrava per quasi un'ora nelle sale che dal giugno 2003 sono state il cuore pulsante dell'amministrazione provvisoria americana, a una ventina di metri il governatore dimissionario Usa, Paul Bremer, stava congedandosi dai collaboratori dello staff locale. Quasi spalla a spalla: uno il passato e l'altro il futuro. Bremer sorrideva nelle foto di gruppo tra segretarie e capi tribù. Allawi stava studiando con attenzione i dispacci dal summit della Nato in Turchia. E proprio su questo tema è partita la nostra intervista.

Primo ministro, è soddisfatto delle risposte fornite dall'Alleanza Atlantica alle sue richieste di aiuto?
Non è un mistero per nessuno che l'Iraq sta passando una fase molto difficile della sua storia. L'embargo, la dittatura, la guerra per scacciare Saddam Hussein, il terrorismo, gli infiltrati dall'estero, sono tutti elementi che ora ci spingono a costruire al più presto una polizia e delle forze di sicurezza efficienti. E per questo abbiamo bisogno di aiuto, molto aiuto. Già da tempo cerco contatti con tutti coloro che possono fornircelo. L'ho chiesto ai Paesi confinanti, alla Lega Araba, ai regimi musulmani in Medio Oriente e altrove. Occorre rafforzare il contingente multinazionale già presente in Iraq. Più è composito e numeroso e meglio è. Da qui l'importanza del coinvolgimento anche della Nato.

Sino al primo giugno lei è stato responsabile della commissione sicurezza del Consiglio di governo nominato dagli americani il 13 luglio 2003. In quella veste a quali Paesi o organizzazioni aveva chiesto aiuto?
In particolare mi ero rivolto a Giordania, Egitto e Emirati Arabi. Adesso mi sento rassicurato dalla lettera inviatami dal segretario generale della Nato, in cui ci promettono di addestrare le nostre truppe e di inviare equipaggiamento militare. La questione della sicurezza per noi oggi è centralissima, risolverla rappresenta il successo maggiore sulla via della democrazia.

Ma è soddisfatto della risposta Nato?
Sì lo sono. Ma attendo ancora di esaminare la risposta formale alla fine del summit. Ora vorremmo rafforzare la presenza multinazionale in Iraq. In ogni caso i miei ministri degli Interni e della Difesa si sono recati al summit Nato per dettagliare le nostre richieste pratiche di materiali e mezzi per la nostra polizia e le unità antiterrorismo.

Vorreste anche una presenza di truppe Nato in Iraq?
Il nostro principio resta quello di allargare l'attuale coalizione di truppe straniere al massimo numero di Paesi.

Due giorni fa lei ha dichiarato che in caso persistessero terrorismo e violenza sarebbe pronto a rinviare le elezioni nazionali. Lo conferma?
Assolutamente no. Sono stato citato male. Le elezioni si terranno inderogabilmente il 30 gennaio 2005. Sono certo che per allora avremo battuto il terrorismo, non ci sarà alcun ritardo sul calendario del nostro processo verso la democrazia.

Cosa intende per legge marziale?
Voglio dire che per battere le bande di criminali che insanguinano il Paese potrebbe rivelarsi necessario imporre una serie di provvedimenti temporanei. Sarebbe per l'interesse pubblico, per garantire la sicurezza e la vita degli iracheni. La gente non ne può più di massacri.

A quali provvedimenti pensa, al coprifuoco?
Certo, al coprifuoco, alla presenza massiccia di posti di blocco per le strade, a pattuglie rafforzate. Ne parleremo alle prossime sedute di governo, dipende dalla situazione sul terreno.

C'è l'impressione che larga parte degli iracheni chieda un governo disposto a usare il pugno di ferro. È pronto a fare l'uomo forte?
È parte della cultura irachena e di questa regione. Da noi è normale per i governi trattare con il pugno di ferro criminali e terroristi. E io sono d'accordo: non dobbiamo lasciare tregua a chi mette le bombe, arma i kamikaze, uccide migliaia di civili innocenti.
E cosa risponde a chi l'accusa di essere stato un agente della Cia negli anni della sua lotta alla dittatura?
Vorrei fare molta chiarezza su questo punto. È vero, non nascondo che per molti anni sono stato perseguitato da Saddam Hussein, ho combattuto contro la dittatura e per me è un punto d'onore. Guidavo un movimento di liberazione nazionale che voleva sovvertire Saddam. E in quella veste ho incontrato molti movimenti, partiti, organizzazioni e governi che avevano lo stesso fine. Avevo contatti in Turchia, Tunisia, Iran, Siria, Arabia Saudita, Inghilterra, Olanda e certo anche negli Stati Uniti. E ovviamente anche con la Cia. Non ci vedo nulla di strano, è una cosa normale, normalissima. Trovo invece strano che se ne parli così tanto, come fosse una colpa, qualche cosa di cui vergognarsi. Avevo contatti molto stretti con l'ex re Hussein di Giordania e con il regime a Damasco, perché nessuno neppure ne accenna?

Pensa a un'amnistia generalizzata?
Sì. È una proposta di pacificazione nazionale. Chi è pronto a deporre le armi e darci informazioni che aiutino a combattere violenza, guerriglia e terrorismo potrebbe venire graziato. Ma questa proposta non può valere per chi si è macchiato di crimini troppo gravi.

Pensa per esempio ai guerriglieri sciiti che hanno militato tra le fila delle Brigate Al Mahdi agli ordini dell'imam Muqtada Al Sadr?
Mi sembra un esempio calzante. Gli uomini delle Brigate al Mahdi potrebbero venire graziati. Nel governo se ne discute proprio in questi giorni. Vorremmo reclutare il maggior numero di cittadini per battere le forze della destabilizzazione.

Cosa pensa di Abu Musab al Zarkawi, considerato il leader di Al Qaeda in Iraq? È davvero il massimo responsabile delle azioni terroristiche?
È un criminale, pericoloso, un codardo. Ma non è l'unico. Ci sono tanti altri come lui. Se venisse catturato il terrorismo continuerebbe, un po' come avvenne dopo la cattura di Saddam nel dicembre scorso. Al Zarkawi ha cercato di approfittare della mancanza di controlli ai confini, sfrutta il caos. Ci vorrà tempo prima di batterlo. Anche perché lui è collegato alle fila del terrorismo internazionale. Va combattuto con uno sforzo globale. Ma alla fine vinceremo, ne sono certo.

Cosa risponde a chi afferma che è stata l'invasione americana a portare il terrorismo in Iraq?
Saddam era un terrorista. Era in contatto con gli estremisti palestinesi, con i movimenti radicali islamici, con le Brigate Rosse italiane. Il celebre terrorista internazionale Carlos ha vissuto a Bagdad sino alla sua morte due anni fa. E, se fosse stato tolto l'embargo, quei legami si sarebbero fatti più serrati.

Quando intende chiedere agli americani che vi consegnino Saddam Hussein?
Presto. Molto presto. Forse già il 3 o 4 luglio, dipende dal nostro governo.

Ma possiede già gli agenti in grado di prenderlo in consegna? Non teme possa fuggire dalle vostre prigioni?
Lo prenderà in consegna la nostra polizia. Abbiamo gli uomini necessari. Potremmo forse pensare a un circolo esterno di forze della coalizione attorno alla prigione dove sarà rinchiuso. Ma a tutti gli effetti Saddam sarà sotto il controllo delle nostre forze. Poi gli faremo un processo regolare, alla luce del sole. Tutto l'opposto delle decine di migliaia di iracheni che lui ha fatto uccidere, torturare, tenuto in carcere per anni e anni senza alcuna garanzia legale.

Lei è d'accordo con chi chiede la pena di morte per Saddam?
Sarà il governo a decidere se restaurare il vecchio codice penale, che contempla la pena capitale. Poi il tribunale sceglierà. D'ora in poi il sistema giudiziario sarà indipendente dall'esecutivo.

Quali sono le sue tre preoccupazioni maggiori?
Garantire la sicurezza, ripristinare i servizi civili fondamentali, rilanciare l'economia. La gente chiede acqua e elettricità. Il nostro debito estero è enorme, dobbiamo studiare come pagarlo.

Lei è l'obiettivo numero uno di chi vuole destabilizzare l'Iraq. Non teme per la sua vita?
Lo so che vogliono uccidermi. Saddam però in tanti anni non c'è riuscito. E ora marcisce in prigione. La stessa fine che faranno al Zarkawi e i suoi alleati.

E non teme per la sua famiglia?
Sì, molto.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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