Ci sarebbe una pista siriana nella vicenda degli ostaggi italiani in Iraq. E comunque il pieno coinvolgimento di un gruppo di sunniti arabi non iracheni che si è stabilito nel "triangolo sunnita" a nord-ovest di Bagdad. A scoprirla e raccontarla sul Sunday Times di ieri è stata la giornalista di origine libanese Hala Jaber, che afferma di avere incontrato personalmente uno dei responsabili del rapimento di Salvatore Stefio, Umberto Cupertino e Maurizio Agliana, nonché dell'assassinio di Fabrizio Quattrocchi. Hala è nota per i suoi reportages nelle regioni più delicate del mondo musulmano. In marzo venne dichiarata "persona non grata" dalle autorità israeliane per gli articoli da Cisgiordania e Gaza. "Sono musulmana, capisco la mentalità della gente che incontro, anche se spesso non la condivido. E in quanto donna probabilmente godo di maggior immunità dei miei colleghi uomini" ci racconta per spiegare la relativa facilità con cui nelle ultime settimane ha potuto muoversi nella regione di Falluja considerata tabù dalla grande maggioranza dei giornalisti, specie se occidentali. Hala racconta di essere riuscita a prendere contatto con Abu Yussuf (un nome fittizio), che a suo dire fu responsabile della prima parte della cattura degli italiani: "Non ho dubbi sulla veridicità della sua storia". ‟È un arabo sunnita non iracheno. Rimase con gli italiani nella regione di Falluja per la prima decina di giorni. Il gruppo è molto politico, non voleva riscatti. E usa sigle diverse per confondere le acque. Aveva deciso che avrebbe ucciso gli ostaggi uno dopo l'altro, in un lungo periodo di tempo, per mettere sotto pressione il governo Berlusconi. La prima vittima è dunque Quattrocchi, che era stato indicato come una possibile spia israeliana a causa di alcuni documenti trovati nel suo bagaglio, dove si provava secondo loro un suo periodo di addestramento in Israele”. Una settimana dopo la morte di Quattrocchi, gli altri tre vengono trasferiti a Bagdad. "Yussuf mi ha spiegato che il corpo di Quattrocchi era stato seppellito per non essere più reso. Fu invece venduto ai servizi segreti italiani da un traditore del primo gruppo per 200.000 dollari. Questi poi fuggì e i compagni lo stanno ancora cercando per vendicarsi. La consegna del corpo all'ospedale della Croce Rossa a Bagdad fu casuale. Tutto il lavorio dietro le quinte era stato fatto dai servizi italiani". La liberazione degli altri tre avviene, secondo Yussuf, grazie alla mediazione di alcuni personaggi siriani. "I servizi segreti italiani arrivano ai rapitori grazie agli agenti siriani. Tra i rapitori che compongono il gruppo nella zona di Bagdad c'è un altro traditore, che per 4 milioni di dollari vende gli italiani all'insaputa dei compagni. Quindi scappa, probabilmente in Siria. Se non fossero stati venduti, gli italiani sarebbero certamente tutti morti". Le fonti di Hala confermano il ruolo centrale dei servizi segreti italiani, anche se smentiscono che gli americani abbiano fatto un vero blitz per liberare gli ostaggi: "Quando le truppe scelte Usa arrivarono al covo erano praticamente certe che non avrebbero incontrato resistenza". Lei vorrebbe saperne di più. Ma una settimana fa la sua fonte si irrigidisce. "I miei compagni dicono che ho già parlato troppo. Basta". Il gruppo si sente preso in giro, vuole vendetta. Per Hala è tempo di lasciare l'Iraq e se ne va al Cairo.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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