Non ci vuole certo la sfera di cristallo per indovinare chi vincerà domani le elezioni a Teheran. Tra i 2000 candidati squalificati dal Consiglio dei Guardiani (tutti riformatori, inclusi un'ottantina di deputati uscenti), i 130 deputati che si sono dimessi per protesta, e i 679 candidati che hanno rinunciato a presentarsi per solidarietà con gli esclusi, è evidente che sulle liste elettorali restano quasi esclusivamente i conservatori. Saranno dunque loro a dividersi i 290 seggi, fatta eccezione per un paio di raggruppamenti, riformatori ma non troppo, che fanno capo al presidente del parlamento Karroubi e allo stesso presidente Khatami. Questi, pur avendo più volte dichiarato che si sarebbe rifiutato di indire elezioni che non fossero "libere e giuste", ha poi finito per piegarsi alle pressioni di Khamenei. Facendo sgonfiare come un palloncino bucato la sfida dei riformatori. A questi - tra i quali c'è il fratello minore del presidente, Mohammad Reza Khatami, segretario generale del partito Mosharekat, non è restato che invitare gli elettori a boicottare le elezioni. Con il boicottaggio vogliono far vedere il re è nudo, e che il regime è privo di ogni legittimità. A parlare per strada con la gente si trovano in effetti solo conferme del disgusto per il regime che si è diffuso nel paese ora che anche i riformatori si sono dimostrati impotenti (alcuni dicono complici) di fronte alla teocrazia. Nemmeno negli anni più sanguinosi e più caotici subito dopo la rivoluzione molti iraniani avevano rinunciato a credere che l'Iran non potesse diventare insieme islamico e democratico. Oggi non ci crede più nessuno, forse solo quel centinaio di parlamentari riformatori esclusi dal Consiglio dei Guardiani. Ieri hanno scritto una lettera di accuse al Leader supremo Khamenei. Rompendo un tabù. Mai prima d'ora infatti qualcuno aveva osato attaccare in pubblico il fahiq, il giudice supremo, considerato infallibile e che risponde solo a Dio delle sue azioni. "La rivoluzione doveva portare libertà e indipendenza in nome dell'Islam - scrivono - ma ora Voi siete a capo di un regime in cui nel nome dell'Islam vengono calpestate le libertà legittime e i diritti del popolo". Ovviamente, ai giornali è stato vietato pubblicare la lettera, che ha raggiunto solo le redazioni straniere. Anche il giornale più coraggioso, ‟Yas-e-no”, i cui giornalisti vengono costantemente convocati in tribunale e spesso sequestrati, tenuti in carcere per mesi senza alcun contatto esterno nemmeno con le famiglie, ha dovuto piegarsi all'ordine. La stretta politica è ogni giorni più soffocante e fa temere che, non appena finito di contare i voti, e rimandati a casa i giornalisti stranieri, i conservatori pensino a mettere subito in atto le maniere forti, per esempio mettendo al bando i gruppi riformisti. "Perché dovrei andare a votare se il Consiglio dei Guardiani ha deciso per me, scartando tutte le persone che conoscevo?" mi dice un'insegnante di storia dell'arte che sta entrando a dare lezione all'università di Teheran. Anche il premio Nobel, Shirin Ebadi, che lavora sodo per difendere i giornalisti e i politici arrestati ma evita di prendere posizioni politiche, ha reso noto che parteciperà al boicottaggio: "Democrazia significa dare alla gente il diritto di votare per chi vuole". Gli umori sembrano lontani anni luce rispetto a 4 anni fa. Allora c'era un'opinione pubblica partecipe, frenetica, che leggeva con passione i primi giornali liberi. Oggi nessuno vuol più sentir parlare di politica. Nessuno fa previsioni. Nessuno fa progetti. La corruzione è così pervasiva che nessuno ci fa più caso. "I conservatori hanno un elettorato di non oltre il 10 per cento" mi dice l'ex vice ministro dell'Interno Tajzadeh, sempre ottimista. Altri lo sono di meno. Il ministero dell'Intelligence ha scoperto in questi giorni 30.000 schede false, dice Mohammad Reza Khatami. Alcuni credono che ne siano state preparate ben due milioni. Ma soprattutto, quello che è visibile è l'investimento massiccio che i conservatori hanno fatto sulle classi più povere. Non in senso metaforico. Migliaia di telefonini, di motociclette, e di premi vari, vengono distribuiti a chi andrà a votare. La propaganda martellante è abile. Non dice: votate per noi. Dice: anche se votate scheda bianca, andate a votare perché altrimenti fate il volere del "nemico". "Certo che andiamo a votare" mi hanno risposto tre ragazze a Teheran sud, "perché non vogliamo che sia l'America a decidere per noi". Insieme alla carota, viene usato il bastone. "Io voto, e sarebbe meglio per lei se votasse anche lei " ha detto un impiegato del municipio di Teheran alla mia interprete. "Altrimenti dopo le elezioni le controlleranno la carta d'identità (dove è stampigliata la partecipazione al voto) e potrebbe perdere il lavoro".
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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