Germania e Italia, guerre e alleanze, tradimenti, memorie unilaterali. Non c'è luogo più suggestivo per riflettere sulle «vie parallele» di italiani e tedeschi negli ultimi centocinquant'anni dell'Ambasciata d'Italia a Berlino, la cui costruzione cominciò nel '38 sotto la supervisione di Albert Speer, l'architetto che progettava di radere al suolo Berlino per edificare la nuova capitale del mondo «Germania». La precedente sede della missione diplomatica italiana aveva dovuto esser distrutta per fare posto a un viale da parate militari e Hitler aveva compensato gli alleati italiani con un terreno nel Tiergarten, la riserva di caccia che due secoli prima Federico II, consigliato da Voltaire, aveva messo a disposizione del suo popolo come «parco di svaghi e di passeggio». L'ambasciata non fu mai inaugurata: nel 1943, quando fu completata, era l'inverno di Stalingrado e a Berlino non si facevano più celebrazioni pubbliche. Lo stesso Attolico, l'ambasciatore che aveva dato avvio ai lavori, non la vide finita. Inviso a Ribbentrop, era stato richiamato a Roma e sostituito da un zelante sostenitore della prosecuzione della guerra, Dino Alfieri (i segni di una possibile defezione italiana cominciavano già a insospettire i tedeschi). Neanche Alfieri restò a lungo. Come membro del Gran Consiglio andò a Roma per la riunione del 25 luglio e non tornò indietro: aveva votato per la defenestrazione di Mussolini. Con la Repubblica di Salò arrivò a Berlino Filippo Anfuso, ex capo di Gabinetto di Ciano, i cui compiti furono unicamente quelli di ottenere qualche sollievo per i soldati italiani deportati nei campi di concentramento tedeschi dopo l'8 settembre. Alla fine della guerra Anfuso fu arrestato da un tribunale francese con l'accusa di essere stato uno dei mandanti dell'assassinio dei fratelli Rosselli, e più tardi assolto. Siciliano, quando tornò a Catania dopo due anni di carcere, un vecchio servitore della famiglia lo accolse con un rimprovero: «Eccellenza, ma perché si è messo con gli italiani?» (lo racconta Indro Montanelli, in un libro del 1953 uscito solo in lingua tedesca). "Vie parallele" è appunto il tema di un convegno storico nella restaurata ambasciata sulla Tiergartenstrasse che molti considerano oggi, nonostante le nuovi sedi diplomatiche costruite nella capitale riunificata, «la più bella di Berlino» (così aveva ordinato Hitler a Speer). Qualche tempo prima di Attolico si era dimesso l'ambasciatore tedesco a Roma Ulrich von Hassell, che ebbe poi un ruolo di primo piano nella congiura fallita contro Hitler del 20 luglio del 44, avvenuta un anno dopo la seduta del Gran Consiglio. Gli storici indagano se e in che modo gli eventi italiani abbiano avuto un'influenza su quelli tedeschi, se i congiurati del 20 luglio avessero in mente un «modello Badoglio». Ne parliamo con Lutz Klinkhammer, uno storico dell'Istituto Storico Germanico che ha dedicato le sue ricerche ai rapporti tra Italia e Germania in quegli anni e di recente è stato nominato dalla Camera dei Deputati nella Commissione storica che indaga sui crimini di guerra italiani.

Che cosa è mancato alla Germania perché il colpo riuscisse?
In Italia la monarchia e alcune fasce conservatrici si distaccarono dal fascismo. Così il Gran Consiglio cercò di salvare il salvabile e almeno nella prima fase riuscì. I congiurati del 20 luglio avevano il vuoto intorno. Per i militari che avevano giurato su Hitler fu un fortissimo caso di coscienza. Il distacco del re e delle fasce conservatrici dal fascismo ha creato in Italia anche una continuità di Stato che in Germania non c'è stata. La distruzione dell'assetto statale istituzionale è stata in Italia molto minore. In Germania la sconfitta e la distruzione totali hanno costretto i tedeschi a fare i conti col passato, e reso impossibile ogni nostalgia del nazismo. Nessun tedesco avrebbe potuto parlare, come dopo la prima guerra mondiale, di "pugnalate alla schiena" né sentirsi vittima. I processi di Norimberga furono voluti dagli alleati proprio come processi documentari: dovevano far vedere tutte le capacità e le intenzionalità distruttive del nazionalsocialismo. Una Norimberga italiana invece non c'è stata, perché la Resistenza ha dato al popolo italiano la possibilità di uscire almeno moralmente con le proprie forze dalla dittatura. Dall'Italia, il 20 luglio fu guardato come il banco di prova per capire se la società tedesca avrebbe saputo liberarsi da Hitler, ma i tedeschi non seppero o non vollero arrivare alla svolta. Alla Repubblica Federale invece il 20 luglio fornì dopo quasi una purificazione morale: fu considerato la prova che la resistenza a Hitler era impossibile se non come atto suicida, e non si poteva pretendere che tutto un popolo commettesse un'azione suicida. In Italia, la Resistenza ha potuto rivendicare per sé di rappresentare il vero patriottismo, liberando il paese da un occupante straniero. Mentre un ufficiale tedesco si trovava di fronte al dilemma di doversi augurare la sconfitta della patria per liberarsi del dittatore.

Dopo le difficoltà dei primi decenni, la Germania ha compiuto con molto rigore il confronto col passato, per esempio la storiografia tedesca si è molto occupata di Nachgeschichte, la storia dopo il 45, ha seguito i percorsi biografici di chi era stato giudice, storico, industriale. Tutte cose che in Italia ci sono state molto meno.
All'inizio si condannò il nazismo in astratto, o ci si limitò ai nomi più alti. Era difficile fare nomi e cognomi. Il rapporto col passato era ancora troppo viscerale. In un certo senso gli assassini non ebbero un volto, tranne pochi: Eichmann o Himmler. Oggi molto è cambiato, per esempio la mostra sui crimini della Wehrmacht è stata vista da innumerevoli scolaresche, centinaia di migliaia di copie del catalogo sono state vendute. C'è voluto un cambio di generazione. I soldati della Wehrmacht erano 18 milioni, il tema delle corresponsabilità dei soldati della Wehrmacht riguardava tutta la società tedesca. Erano stati reclutati per la guerra patriottica come in tutte le guerre dopo la Rivoluzione francese. Ancora in questi giorni, in occasione della commemorazione dello sbarco in Normandia, diversi lettori hanno scritto alla "Frankfurter Allgemeine" per protestare contro una giovane storica che aveva parlato di "esercito nazista", Naziheer. Il dilemma fu risolto dapprima con una scissione: le SS erano cattive, la Wehrmacht corretta. Anche per l'indennizzo concesso ai perseguitati politici del nazismo si sono fatte queste differenze: risarciti i morti provocati dalle SS, considerati fisiologici quelli della Wehrmacht, contestati invece i risarcimenti ai partigiani, visti come vili attentatori dei nostri fratelli.

Il tema delle vittime è oggi di grande attualità. Ma chi sono le vittime?
Spesso per gli italiani la guerra sembra aver avuto inizio con l'8 settembre - con la guerra subita, non con quella di aggressione. C'è stato un offuscamento di molte situazioni relative alla guerra dell' Italia accanto alla Germania. Per esempio chi si è occupato dell'occupazione italiana nei Balcani? Solo gli storici sloveni. E' la conseguenza anche di aver sottolineato soprattutto gli aspetti persuasivi del fascismo, la religione politica sulla scia di Mosse e anche di De Felice, e molto meno quelli repressivi. Ed è curioso come anche la memoria ebraica abbia a lungo tralasciato le leggi razziali per concentrarsi su quello che naturalmente era stato il pericolo maggiore, cioè le persecuzioni fisiche durante l'occupazione tedesca. Sono nell'ultimo decennio sono venute fuori ricerche sulle leggi razziali e sui loro effetti, ricerche che sono molto stimolanti per lo studio del regime fascista.

Oggi la storiografia è alla ricerca di paralleli, più che di differenze, concentrandosi non tanto sulle ideologie quanto sulle persone, sulle azioni umane.
Questa è stata una vera e propria "svolta antropologica" della storiografia, ed è anche una pagina di storia culturale. Schematizzando si può dire che se gli anni Sessanta e Settanta erano stati gli anni delle analisi socio-economiche, delle statistiche (chi erano stati gli elettori di Hitler etc.), dopo la caduta del Muro l'attenzione è stata rivolta alla percezione delle persone umane, all'operato degli uomini. Questa stagione storiografica e insieme la riunificazione dell'Europa ci potranno aiutare ad approfondire i meccanismi del funzionamento del potere al di là delle grandi ideologie.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>